KARL OVE KNAUSGARD.
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LA MORTE DEL PADRE. 2014.
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Parte 2.
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Traduzione di: Margherita Podest Heir.
2014 Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
Collana: I Narratori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Parte 2.
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DOPO AVER TRASCORSO alcuni mesi nella stanza di uno scantinato a keshow, una delle tante zone periferiche di Stoccolma, dove ero intento a scrivere quello che speravo sarebbe diventato il mio secondo romanzo, con la metropolitana a cos pochi metri di distanza dalla finestra che, quando calava il buio, vedevo le carrozze sfilare attraverso il bosco, simili a una sequenza di spazi luminosi, alla fine del 2003 riuscii a trovare un ufficio nel centro di Stoccolma. Il proprietario era un amico di Linda e il posto era perfetto: in realt si trattava di un monolocale, con una cucina molto piccola, una doccia minuscola e un divano, oltre alla scrivania e alle librerie. Durante il periodo di Natale vi portai le mie cose, per la precisione un mucchio di libri e il computer, e cominciai a lavorare l il primo giorno feriale del nuovo anno. A dire il vero il romanzo era finito, si trattava di uno strano libro di centotrenta pagine, un piccolo racconto che parlava di un padre e dei suoi due figli che pescavano granchi una notte d'estate, che a sua volta si trasformava in un lungo saggio sugli angeli, che a sua volta si tramutava nella storia di uno dei due figli, adesso adulto, e di alcuni giorni della sua vita trascorsi su un'isola circondata dal mare, dove viveva da solo e scriveva e si faceva del male.
La casa editrice mi aveva comunicato la sua intenzione di pubblicarlo e la proposta mi allettava per quanto mi sentissi al contempo terribilmente insicuro, tra l'altro perch avevo convinto Thure Erik a leggerlo e lui mi aveva telefonato una sera sul tardi esprimendosi in modo particolare sia per il tono di voce sia per la scelta dei vocaboli usati, come se avesse bevuto un po' per trovare il coraggio di dire quello che aveva da comunicarmi, cosa che in s era molto semplice: non funziona, non  un romanzo. Devi raccontare, Karl Ove!, aveva ripetuto pi volte. Devi narrare! Sapevo che aveva ragione e partendo proprio da quella considerazione mi misi all'opera il primo giorno lavorativo del 2004, seduto davanti alla mia nuova scrivania mentre fissavo lo schermo vuoto. Dopo una mezz'ora di inutili tentativi mi abbandonai sulla sedia e feci scorrere lo sguardo sul poster appeso dietro la scrivania, era di una mostra di Peter Greenaway che avevo visto a Barcellona molto tempo prima insieme a Tonje, nella mia vita precedente. Era composto di quattro immagini, una di qualcosa che a lungo avevo creduto ritraesse un cherubino che stava pisciando, una raffigurante un'ala di uccello, una di un aviatore degli anni venti, una che mostrava la mano di un cadavere. Poi presi a guardare fuori dalla finestra. Il cielo che si stagliava sopra l'ospedale, sull'altro lato della strada, era terso e azzurro. Il sole basso scintillava sui vetri delle finestre, sulle insegne e sui cartelli, sulle ringhiere, sui cofani delle automobili. Quella specie di fumo che per via del freddo sembrava levarsi dalle persone che camminavano sul marciapiede dava l'impressione che i passanti stessero andando a fuoco. Tutti intabarrati nei loro indumenti invernali. Berretti, sciarpe, guanti, giacconi pesanti. I movimenti veloci, i volti contratti. Lasciai scorrere lo sguardo lungo il pavimento. Era di parquet e relativamente nuovo, la tonalit marrone-rossiccia non aveva nulla a che vedere con lo stile fin de sicle che caratterizzava il resto dell'appartamento. Di colpo notai che a un paio di metri di distanza dalla sedia su cui sedevo, i nodi e le venature del legno formavano l'immagine di Cristo che aveva in capo una corona di spine.
Quella scoperta non mi fece nessun effetto, mi limitai a prenderne atto perch immagini come quella si possono osservare in tutti gli edifici, sono create da irregolarit presenti nei pavimenti e nelle pareti, nelle porte, nelle liste e nei battiscopa - qui una macchia di umidit sul soffitto ricorda un cane che corre, l uno strato di vernice che comincia a scrostarsi sulla pedana esterna della casa sembra una valle innevata con una catena montuosa in lontananza su cui le nuvole paiono quasi rovesciarsi - eppure quell'immagine deve aver fatto scattare qualcosa dentro di me perch quando dieci minuti dopo mi alzai per andare a riempire d'acqua il bollitore, di colpo mi venne in mente un episodio successo una sera di molto tempo prima, in un momento lontano della mia infanzia, quando avevo visto un'immagine simile apparire sulla superficie del mare in occasione di un servizio del telegiornale che parlava di un peschereccio scomparso. Nella frazione di secondo che mi ci volle per riempire il bollitore, rividi nella mia mente il nostro soggiorno, il televisore rivestito di teak, il luccichio delle chiazze di neve rimaste, sparse qua e l sul fianco della collina avvolta dalla luce del crepuscolo e che si vedeva dalla finestra, il mare sullo schermo, il volto comparso all'improvviso. Insieme a quella sequela di immagini rivissi anche l'atmosfera di quel momento, la primavera, il quartiere residenziale dove abitavamo, gli anni settanta, la vita in famiglia com'era allora. E insieme a quell'atmosfera avvertii anche una nostalgia quasi selvaggia.
Proprio in quell'istante suon il telefono. Sobbalzai. Nessuno conosceva quel numero.
L'apparecchio squill cinque volte prima di smettere. Il brusio del bollitore aument mentre pensavo, come mi accadeva spesso, che quel suono sembrava annunciare l'arrivo di qualcosa di imminente.
Svitai il coperchio del barattolo del caff, misi due cucchiaini di polvere solubile nella tazza e versai l'acqua, che nera e fumante sal lungo le pareti, poi mi infilai il giaccone. Prima di uscire, mi misi in posizione tale da poter osservare nuovamente il volto sul parquet. Ed era davvero Cristo. Il viso parzialmente girato di lato, come sofferente, lo sguardo rivolto a terra, la corona di spine sul capo.
La cosa strana non era che quella faccia fosse l, e neppure che una volta io ne avessi vista una apparire sulla superficie del mare a met degli anni settanta, la cosa singolare era che io lo avessi dimenticato e che mi fosse tornato in mente all'improvviso. A parte alcuni eventi singoli, di cui io e Yngve avevamo parlato cos spesso che quasi avevano assunto proporzioni bibliche, di fatto non ricordavo nulla della mia infanzia. O meglio, non ricordavo niente degli eventi in s, ma avevo sempre presente nella memoria gli spazi in cui erano avvenuti. Tutti i luoghi in cui ero stato, tutte le stanze in cui mi ero trovato, quelli s. Ma non ci che in essi vi era successo.
Uscii in strada con la tazza in mano. Sentii crescere in me un certo disagio nel vederla l, la tazza faceva parte del mondo interno, non di quello esterno: fuori acquisiva un che di spoglio, come se fosse stata messa a nudo, e mentre attraversavo la strada, decisi che il mattino dopo avrei comprato un caff al chiosco del 7-Eleven e che da quel momento in poi avrei usato quella tazza, di carta, pensata per essere utilizzata all'aperto. Davanti all'ospedale c'erano un paio di panchine, e io mi diressi l, mi sedetti sulle assi ghiacciate, mi accesi una sigaretta e presi a osservare la strada. Il caff aveva gi cominciato a intiepidirsi. Quella mattina il termometro di casa, appeso all'esterno della finestra della cucina, aveva segnato meno venti e anche se adesso c'era il sole, la temperatura non poteva essersi alzata di molto. Meno quindici, forse.
Estrassi il cellulare dalla tasca per controllare se mi avesse chiamato qualcuno. E non un generico qualcuno: la nascita di nostro figlio era prevista tra una settimana, quindi ero preparato al fatto che Linda potesse telefonarmi in qualsiasi istante per dirmi che era arrivata l'ora.
I semafori dell'incrocio che si trovava in cima alla leggera salita cominciarono a ticchettare. Un attimo dopo tutte le macchine erano sparite. Dall'ingresso vicino a me uscirono due donne di mezz'et, si accesero una sigaretta. Con indosso i camici bianchi dell'ospedale tenevano le braccia strette al corpo mentre a piccoli passi camminavano avanti e indietro per non congelare. Pensai che assomigliassero a una strana specie di anatre. Il ticchettio proveniente dai semafori si interruppe e come una muta di cani latranti le macchine spuntarono per un attimo in cima al pendio in ombra prima di sfrecciare lungo la carreggiata sottostante illuminata dal sole. Gli pneumatici chiodati rimbombarono sull'asfalto. Rimisi in tasca il cellulare, strinsi le mani intorno alla tazza. Il fumo del caff si lev lentamente andandosi a mescolare con il respiro che mi usciva dalla bocca e che si era condensato per via del freddo. Nel cortile della scuola che si trovava incastrata tra due palazzine a una ventina di metri di distanza dal punto in cui si trovava il mio ufficio, le grida dei bambini, di cui mi ero accorto soltanto in quel momento, ammutolirono all'improvviso. Era suonata la campanella che li esortava a entrare. Per me quei suoni erano nuovi e sconosciuti, e lo stesso valeva per la cadenza con cui si presentavano, ma presto mi sarebbero divenuti cos familiari da non notarli pi. Quando si sa troppo poco,  come se questo poco non esistesse, ma anche quando si sa troppo,  come se questo troppo non ci fosse. Scrivere significa portare alla luce l'esistente facendolo emergere dalle ombre di ci che sappiamo. La scrittura  questo. Non quello che vi succede, non gli avvenimenti che vi si svolgono, ma l, in se stessa. L, risiede il luogo e l'obiettivo dello scrivere. Ma come si arriva a questo l?
Era questa la domanda che mi ponevo mentre seduto su una panchina di quel quartiere di Stoccolma bevevo caff e i muscoli si stavano rattrappendo dal freddo e il fumo della sigaretta si dissolveva in quell'enorme spazio fatto d'aria che mi sovrastava.
Dal cortile della scuola le grida che giungevano a intervalli regolari rappresentavano una delle tante cadenze ritmiche che ogni giorno s'intersecavano e s'intrecciavano in quella parte di citt, da quando al mattino le vie cominciavano a ingorgarsi di macchine a quando, come in contrapposizione, si spopolavano nel tardo pomeriggio. Gli operai che verso le sei e mezzo si ritrovavano nei diversi caff e pasticcerie per fare colazione, con le loro scarpe antinfortunistiche e le mani forti e tinte di polvere, il metro infilato nella tasca dei pantaloni e i cellulari che suonavano in continuazione. Gli uomini e le donne pi difficili da classificare che affollavano le vie nell'ora successiva e il cui aspetto morbido ed elegante rivelava unicamente che avrebbero passato le proprie giornate chiusi in qualche sorta di ufficio e potevano essere avvocati, giornalisti televisivi o architetti, copywriter di agenzie pubblicitarie o consulenti di societ di assicurazioni. Gli infermieri e gli assistenti sanitari che gli autobus scaricavano a drappelli davanti all'ospedale, per lo pi di mezza et, per lo pi donne, ma ogni tanto anche qualche giovanotto, scaglioni che aumentavano sempre pi di numero fino alle otto e poi rimpicciolivano gradualmente fino a ridursi a qualche pensionato che scendeva sul marciapiede con la sua borsa della spesa munita di rotelle, in quelle tranquille ore mattutine in cui madri o padri single spuntavano con le loro carrozzine e il traffico della via era alla merc di furgoni, camion, pick-up, autobus e taxi.
A quell'ora, quando il sole si rifletteva sui vetri delle finestre sull'altro lato della strada, di fronte al mio ufficio, e non riecheggiavano pi, o molto raramente, i passi che, scese le scale, percorrevano il corridoio che si trovava davanti alla mia porta, capitava che sfilassero gruppi di bambini dell'asilo, poco pi alti delle pecore, tutti con indosso lo stesso gilet catarifrangente, spesso seri in viso, come stregati dal carattere avventuroso dell'impresa che stavano compiendo mentre la seriet degli insegnanti, che li sovrastavano con fare da pastori, dava invece l'idea di sconfinare nella noia. A quell'ora si sentivano anche i suoni provenienti da tutto il lavoro che si svolgeva nelle vicinanze, avevano spazio a sufficienza intorno a s per essere percepiti a livello della coscienza, sia si trattasse degli addetti comunali responsabili della manutenzione del parco intenti a rimuovere le foglie da un prato o potare un albero, sia di quelli che si occupavano del manto stradale occupati a raschiare via l'asfalto di un tratto di via o del proprietario di una casa impegnato a ristrutturare un'intera palazzina da affittare nelle vicinanze. Poi di colpo sopraggiungeva un'ondata d'impiegati e di uomini d'affari che si riversavano per le strade e riempivano tutti i ristoranti: era l'ora di pranzo. Quando l'ondata si ritraeva con altrettanta velocit, era per lasciarsi alle spalle un vuoto che somigliava a quello della tarda mattinata, ma che possedeva un carattere tutto suo perch, bench lo schema fosse identico, avveniva seguendo una scansione contraria: gli studenti che ora passavano alla spicciolata davanti alla mia finestra e tornavano a casa avevano tutti un che di sfrenato e selvaggio su di s, mentre quando erano sfilati la mattina, diretti a scuola, lo avevano fatto ancora sotto l'effetto dei residui silenziosi del sonno e di quella specie di cautela innata che si prova verso qualcosa che ci attende e non  ancora iniziato. Adesso il sole illuminava anche la parete vicino alla finestra, nel corridoio si cominciava a sentire il rumore di passi pesanti che salivano per la tromba delle scale e alla fermata davanti all'ingresso principale dell'ospedale cresceva a dismisura, ogni volta che guardavo fuori, la folla di persone in attesa dell'autobus. Le auto private diventavano sempre pi numerose, lungo il marciapiede che portava ai grattacieli si moltiplicavano i pedoni. Quella attivit crescente raggiungeva l'apice verso le cinque, dopodich il quartiere restava immerso nella quiete fino a quando, verso le dieci, cominciava la vita notturna, con i suoi gruppetti di ragazzi che sbraitavano e di ragazze che ridevano, e ancora una volta, passate le tre, si ripiombava nel silenzio e nella calma. Verso le sei riprendevano a passare gli autobus, il traffico si intensificava, da ogni portone e scalinata uscivano persone, era l'inizio di un nuovo giorno.
Qui la vita si articolava in modo cos rigorosamente regolato e cadenzato da poter essere interpretata da un punto di vista sia geometrico sia biologico. Che fosse imparentata con il ribollire, la frenesia e il caos riscontrabili in altre specie, per esempio nei maestosi agglomerati di girini o avannotti o uova d'insetto, dove la vita sembrava emergere strisciando e brulicando da una fonte inesauribile, era quasi difficile da credere. Eppure era cos. Il caos e l'imprevedibilit rappresentano il presupposto imprescindibile alla base della vita e del suo declino, l'uno  impossibile senza la presenza dell'altra, e bench quasi tutti i nostri sforzi siano mirati a tenerli separati, basta un breve attimo di cedimento per ritrovarci a vivere nella luce, e non all'ombra, di esso, proprio come in quel momento. Il caos  una specie di forza di gravit, e probabilmente  questo che crea il ritmo che si pu intuire nella storia, nella crescita e nel collasso delle civilt.  sorprendente il fatto che questi estremi si somiglino, perlomeno da un certo punto di vista poich sia nell'esuberanza del caos sia in ci che  rigorosamente regolato e cadenzato, gli esseri viventi non sono nulla, la vita tutto. Proprio come al cuore non interessa sapere per quale vita batte, analogamente alla citt non interessa sapere chi  che adempie le sue diverse funzioni. Quando tutti coloro che erano in citt quel giorno saranno morti, diciamo tra centocinquant'anni, l'eco delle attivit umane continuer a percorrerla e attraversarla secondo gli stessi schemi. L'unico elemento nuovo sar rappresentato dagli esseri umani che li rimpiazzeranno, elemento in fondo neanche tanto nuovo perch tutti somiglieranno a noi.
Gettai per terra il mozzicone di sigaretta prima di bere l'ultimo sorso di caff, ormai freddo.
Quella che vedevo, era la vita: quello a cui pensavo, era la morte.
Mi alzai e, dopo aver strofinato pi volte le cosce con il palmo delle mani, scesi fino al semaforo. Le macchine che passavano si lasciavano dietro una scia di neve che si levava turbinando. Un enorme tir che stava percorrendo la discesa con le catene che tintinnavano fren a piccoli scatti, riuscendo a fermarsi proprio davanti alle strisce pedonali nel momento in cui scatt il rosso. Mi sentivo sempre un po' la coscienza sporca quando un veicolo era costretto a fermarsi per colpa mia, si veniva a creare una specie di squilibrio, mi sembrava di essere in obbligo nei suoi confronti. Pi grande era il mezzo, maggiore erano i miei sensi di colpa. Per questo cercai di stabilire un contatto visivo con l'autista mentre attraversavo cercando di fargli un cenno con la testa per ristabilire l'equilibrio. Invece il suo sguardo stava seguendo la mano che aveva sollevato per prendere qualcosa nell'abitacolo - forse una cartina, perch il camion era polacco, cos non mi vide, ma andava bene cos, voleva dire che il fatto di aver dovuto frenare non lo aveva infastidito pi di tanto.
Davanti al portone, inserii il codice e aprii la porta, estrassi le chiavi mentre salivo i pochi gradini che conducevano al piano rialzato, dove si trovava l'ufficio. Sentii il ronzio degli ingranaggi dell'ascensore che si mettevano in funzione, cos aprii la serratura con la chiave il pi velocemente possibile, sgusciai dentro e richiusi la porta.
La pelle del viso e delle mani cominci a formicolare per via del calore improvviso. Fuori pass una delle innumerevoli ambulanze a sirene spiegate. Scaldai l'acqua per prepararmi un altro caff e mentre aspettavo che bollisse, rilessi velocemente quello che avevo scritto fino a quel momento. La polvere che volteggiava sotto i raggi ampi e obliqui di luce seguiva con apprensione ogni minimo spostamento dell'aria. Il vicino dell'appartamento accanto si era messo a suonare il pianoforte. Il bollitore sibil. Quello che avevo scritto non andava bene. Non era male, ma non era abbastanza buono. Mi diressi verso l'armadietto, svitai la scatola del caff, misi due cucchiaini di polvere nella tazza e versai l'acqua, che nera e fumante sal lungo le sue pareti.
Squill il telefono.
Appoggiai la tazza sulla scrivania e lo lasciai suonare due volte prima di rispondere.
Pronto? dissi.
Ciao, sono io".
Ciao".
Mi chiedevo se andasse tutto bene? Ti piace stare l?
Sembrava contenta.
Non saprei. Sono qui soltanto da qualche ora, lo sai, risposi.
Pausa.
Tra poco torni a casa?
Non c' bisogno di stressarmi, risposi. Arrivo quando arrivo".
Non rispose.
Devo comprare qualcosa? chiesi dopo un po'.
No, ho fatto la spesa".
Okay. Allora a pi tardi".
S. Ciao. Aspetta, prendi il cacao, quello solubile".
Cacao, ripetei. Altro?
No. Soltanto quello".
Okay. Ciao".
Ciao".
Dopo aver riattaccato, rimasi a lungo sulla sedia, immerso in qualcosa che non erano pensieri, e neppure sensazioni, ma pi una specie di atmosfera, come pu esserla quella di una stanza vuota. Quando inconsapevolmente mi portai la tazza alla bocca e bevvi un sorso, il caff era tiepido. Toccai leggermente il mouse per sbloccare il salvaschermo e vedere che ore fossero. Sei minuti alle tre. Rilessi ancora una volta il testo comparso sul computer, lo tagliai e lo salvai negli Appunti. Stavo lavorando a un romanzo da cinque anni e quello che avevo prodotto non poteva essere fiacco. Invece ci che avevo scritto esprimeva troppo poco. Al contempo la soluzione si trovava proprio nel testo esistente, lo sapevo, che aveva in s qualcosa che volevo stanare, portare alla luce. Sentivo che tutto ci che volevo era l, ma in una forma troppo compressa. Di particolare importanza era quella piccola idea da cui aveva preso avvio il testo, e cio che la trama aveva luogo negli anni ottanta del 1800 mentre tutti i personaggi e il resto dei particolari appartenevano agli anni ottanta del 1900. Per molti anni avevo cercato di scrivere di mio padre, ma senza riuscirci, sicuramente perch tutto questo era troppo vicino alla mia vita e quindi non era facile costringerlo in un'altra forma, che invece costituisce il presupposto base della letteratura.  la sua unica legge: tutto deve piegarsi alla forma. Se qualcuno degli altri elementi letterari  pi forte della forma, per esempio lo stile, l'intreccio e il tema, scavalca l'importanza della forma, il risultato sar debole. Ecco perch gli scrittori che posseggono uno stile marcato scrivono spesso libri deboli. Ecco perch quegli autori che si occupano di argomenti e temi forti scrivono libri deboli. La potenza insita nel tema e nello stile deve essere spezzata affinch possa nascere la letteratura.  questa demolizione che viene definita scrivere. Lo scrivere riguarda pi il distruggere che il creare. Nessuno lo sapeva meglio di Rimbaud. La cosa pi notevole in lui non era il fatto che avesse gi raggiunto questa consapevolezza in un'et incredibilmente precoce, ma che l'applic anche nella vita. Per Rimbaud tutto si riconduceva alla libert, nello scrivere come nella vita, ed era proprio perch la libert aveva un ruolo cos dominante che pot lasciarsi alle spalle la scrittura, o addirittura vi fu costretto perch anch'essa divenne a sua volta un legame, un vincolo che andava distrutto. Libert  uguale a distruzione pi movimento. Un altro scrittore che ne era consapevole fu Sandemose. Il tragico in lui fu che nella letteratura riusc a portare a termine soltanto l'ultimo elemento, il movimento, ma non nella vita. Distrusse, ma rimase fermo in ci che aveva distrutto. Rimbaud se ne and in Africa.
Una di queste intuizioni inconsce mi costrinse ad alzare gli occhi all'improvviso e fu cos che incrociai lo sguardo di una donna. Era seduta su un autobus, fermo in quel momento davanti alla finestra. Stava calando il crepuscolo e l'unica fonte di luce presente nella stanza era la lampada che si trovava sulla scrivania, che doveva attirare su di s l'attenzione del mondo esterno come una falena. Quando si accorse che la stavo osservando, distolse lo sguardo. Mi alzai, andai alla finestra e abbassai le tapparelle proprio nel momento in cui l'autobus si mise in movimento. Era comunque ora di tornare a casa. Tra poco, avevo detto ed era gi passata pi di un'ora.
Era cos contenta quando mi aveva telefonato.
Provai una scossa di infelicit. Come avevo potuto reagire all'apprensione e al desiderio che traboccavano in lei con irritazione?
Rimasi immobile al centro della stanza, come se il dolore che si irradiava per tutto il corpo dovesse sparire da solo. Ma non succedeva mai. Andava debellato con l'azione. Devo rimediare alla situazione, fare in modo che tutto torni come prima. Il solo pensiero mi fu d'aiuto, non soltanto grazie alla promessa di riconciliazione in esso implicita, ma perch richiedeva una sua attuazione pratica, altrimenti come avrei potuto far s che le cose tornassero al loro posto? Spensi il computer, lo infilai nella borsa, sciacquai la tazza e la lasciai nel lavello, staccai la spina, spensi la luce e mi infilai il giaccone avvolto dal chiarore quasi lunare che giungeva dalla strada e che penetrava attraverso le fessure delle tapparelle, tutto il tempo con in mente l'immagine di lei in quel grande appartamento.
Quando uscii in strada, la morsa del freddo mi aggred il viso. Mi tirai il cappuccio dell'eskimo sopra il berretto, chinai la testa in avanti per proteggermi dalle piccole particelle di neve che turbinavano nell'aria e mi incamminai. Nelle giornate buone percorrevo la Tegnrgatan fino a Drottninggatan, proseguivo fino a Htorgsomrdet, risalivo il ripido pendio fino alla chiesa di Johanneskirke e scendevo fino a Regeringsgatan, dove era il nostro appartamento. Quel percorso era pieno di negozi, centri commerciali, caff, ristoranti e cinema, ed era sempre affollato di gente. Quelle vie straripavano di persone di tutte le forme e varianti. Nelle vetrine scintillanti erano esposte le merci pi disparate, all'interno le scale mobili giravano simili a ruote di marchingegni enormi e misteriosi, gli ascensori scivolavano su e gi, sugli schermi dei televisori si muovevano come spettri persone bellissime, davanti alle centinaia di casse si formavano code, che sparivano e si riformavano secondo modelli altrettanto imprevedibili quanto quelli delle nuvole che in cielo si addensavano sopra i tetti della citt. Nelle giornate buone amavo tutto questo, allora quella corrente di persone, con i loro visi pi o meno belli, i cui occhi esprimevano tutti uno stato d'animo preciso, scorreva attraverso di me quando li vedevo. Nei giorni meno buoni, invece, lo stesso scenario sortiva l'effetto contrario, e se ne avevo la possibilit, sceglievo un'altra strada, pi nascosta. La maggior parte delle volte percorrevo la Rdmansgatan, proseguivo lungo la Hollndargatan fino a Tegnrgatan, dove incrociavo la Sveavgen prima di seguire la Dbelnsgatan e poi su fino alla chiesa di Johanneskirke. Questo tratto era dominato da abitazioni, la maggior parte delle persone che si incontravano erano di quelle che camminavano spedite e da sole per le strade e i pochi negozi e ristoranti esistenti appartenevano alla categoria di quelli poco frequentati. Scuole guida dalle finestre incrostate di smog, negozi di seconda mano i cui fumetti e lp in vendita erano esposti all'esterno dentro delle casse, lavanderie, un parrucchiere, un ristorante cinese, un paio di pub scalcinati.
Quel giorno era uno di quelli. A testa china per evitare i granelli di neve che turbinavano spinti dal vento, camminavo per le strade, che tra i muri svettanti delle palazzine e i tetti coperti di neve assomigliavano a piccole vallate, sbirciando di tanto in tanto dentro le finestre che superavo: la reception deserta di un piccolo albergo, i pesci gialli che nuotavano sullo sfondo verde di un acquario, i manifesti pubblicitari di una ditta che creava insegne, brochure, adesivi, sagome cartonate, i tre parrucchieri di colore che tagliavano i capelli ai loro tre clienti di colore nel salone di acconciature africano, uno dei clienti che si voltava appena per guardare i due ragazzi che ridevano seduti sulle scale in fondo al locale, il parrucchiere che gli raddrizzava la testa con malcelata impazienza.
Sull'altro lato della strada c'era il parco di Observatorielunden, i cui alberi sembravano espandersi al di l della collina e dal momento che il debole chiarore proveniente dalle fila di edifici si diffondeva al di sotto del fogliame, si aveva l'impressione che fossero le piante a sorreggere il buio con le loro chiome. L'oscurit era cos fitta da rendere invisibile anche la luce emanata dall'osservatorio stesso che abbarbicato in cima a quel poggio era stato costruito nel Settecento, nell'epoca di maggior splendore della citt. Adesso lass c'era un caff e la prima volta che ci ero stato, ero rimasto colpito da come in Svezia il Settecento fosse pi vicino ai nostri giorni se paragonato al Settecento in Norvegia, forse soprattutto nei paesi di campagna, dove il fabbricato rurale di una fattoria, diciamo del 1720,  veramente vecchissimo mentre tutti i magnifici edifici di Stoccolma risalenti allo stesso periodo paiono quasi contemporanei. Ricordavo quando Borghild, la sorella della mia nonna materna, che abitava in una casetta in prossimit della fattoria da cui veniva la famiglia, mi aveva raccontato, una volta che eravamo seduti sulla veranda, che in quella zona c'erano state case dal Cinquecento fino agli anni sessanta, ma che poi erano state rase al suolo per essere sostituite da costruzioni pi moderne. Pensavo a quanto fosse sensazionale quella informazione se paragonata alla normalit di trovare qui a Stoccolma un edificio dello stesso periodo. Forse perch riguardava la mia famiglia e quindi anche me? Perch il passato di Jlster mi toccava in modo totalmente differente rispetto a quello di Stoccolma? Probabilmente era cos, pensai in quel momento mentre chiudevo gli occhi per qualche secondo per cancellare la sensazione di essere un idiota perch mi ero lasciato andare a una concatenazione di riflessioni che si basava cos palesemente soltanto su un'illusione: io non avevo una storia e me ne stavo creando una, come avrebbe fatto un partito di ispirazione nazista in un sobborgo di periferia.
Continuai a camminare, girai l'angolo e sbucai in Hollndargatan. Deserta e con le sue due file di auto inerti e sepolte sotto la neve, stretta tra le due vie pi importanti di Stoccolma, Sveavgen e Drottninggatan, doveva essere la pi desolata di tutte le strade secondarie. Passai la borsa nella mano sinistra mentre con le dita di quella destra scossi il lembo del cappuccio per far cadere la neve che si era accumulata sulla sua superficie e al contempo mi chinai leggermente in avanti per evitare di andare a sbattere la testa contro l'impalcatura montata sul marciapiede. In alto alcuni teli impermeabili svolazzavano per via del vento. Quando riemersi da quella piccola costruzione simile a un tunnel, un uomo mi si par davanti e lo fece in modo tale da costringermi a fermarmi.
Deve servirsi dell'altro marciapiede, disse. L dentro c' un inizio di incendio e potrebbe esserci materiale esplosivo, per quanto ne so".
Si port il cellulare all'orecchio, poi lo riabbass.
 una cosa seria, insistette. Si sposti sull'altro lato".
Dov' che sta bruciando? domandai.
L, spieg indicando una finestra che si trovava dieci metri pi avanti. La parte superiore era aperta e usciva del fumo. Mi spostai verso il centro della strada in modo da vedere meglio e insieme esaudire in parte la sua pressante richiesta di mantenermi a distanza. All'interno la stanza, che era illuminata da due riflettori, era piena di diversi tipi di utensili e cavi. Secchi di vernice, cassette per gli attrezzi, trapani, rotoli di materiale isolante, due scale pieghevoli. Il fumo serpeggiava lentamente tra tutti questi oggetti come se stesse saggiando il terreno.
Ha chiamato i pompieri? gli domandai.
Annu.
Stanno arrivando".
Si riport il cellulare all'orecchio per riabbassarlo un attimo dopo.
Osservai come il fumo, che aveva assunto forme nuove, stava riempiendo gradualmente la stanza mentre l'uomo camminava freneticamente avanti e indietro sul marciapiede opposto.
Non vedo fiamme, commentai. E lei?
 un incendio latente, spieg.
Rimasi ancora per qualche minuto, ma dal momento che avevo freddo e non sembrava che dovesse succedere altro, proseguii verso casa. Al semaforo di Sveavgen sentii le sirene delle prime autopompe che un istante dopo apparvero in cima al pendio. La gente intorno a me si gir. La velocit implicita nell'ululare delle sirene cre uno strano contrasto con la lentezza con cui quei grossi mezzi scendevano lungo la via. In quel momento scatt il verde e io, attraversata la strada, entrai nel supermercato.
Quella notte non riuscii a prendere sonno. Di solito mi addormentavo nel giro di un paio di minuti anche se la giornata era stata difficile e stressante o quella del giorno seguente si presentava preoccupante, e a parte i periodi in cui ero affetto da attacchi di sonnambulismo, dormivo sempre profondamente per tutta la notte. Ma quella sera, appoggiata la testa sul guanciale e chiusi gli occhi, mi resi subito conto che il sonno non sarebbe arrivato. Rimasi sdraiato a letto, perfettamente sveglio, ad ascoltare i suoni della citt che si alzavano e abbassavano a seconda del tipo di movimenti compiuti dalle persone all'esterno e da quelle che abitavano negli appartamenti sopra e sotto di noi, e che scemarono gradualmente fino a ridursi al ronzio dell'impianto di aerazione mentre i miei pensieri vagavano qua e l. Linda dormiva accanto a me. Sapevo che il bambino che portava dentro di lei influenzava anche i suoi sogni spesso dominati dalla presenza inquietante dell'acqua: onde enormi che si rovesciavano abbattendosi su spiagge remote su cui stava camminando, allagamenti dell'appartamento, dove l'acqua che lo riempiva completamente, o colava lungo le pareti filtrando attraverso i muri, o saliva dal lavandino, dal lavello e dai gabinetti, laghetti sorti in nuovi punti della citt, per esempio davanti alla stazione, dove il bimbo che portava in grembo era rinchiuso in una cassetta del deposito bagagli che lei non riusciva a raggiungere, o scompariva davanti a suoi occhi mentre lei aveva le mani impegnate con le valigie. Faceva anche sogni dove il bimbo che metteva al mondo aveva il viso di un adulto oppure dove si scopriva che il neonato non esisteva e durante il parto usciva soltanto acqua.
I miei sogni invece com'erano?
Non avevo sognato il bambino neanche una volta. Ogni tanto questo mi provocava qualche rigurgito di coscienza poich, se uno ritiene, come nel mio caso, che i flussi che agitano le parti prive di volont della consapevolezza sono pi vere di quelle dominate dalla volont, era palese che il significato e l'importanza di aspettare un figlio non fossero per me particolarmente grandi. D'altro canto niente lo era. In pratica da quando avevo compiuto vent'anni, non avevo mai sognato nulla di quello che riguardava la mia vita. Era come se a livello onirico io non fossi mai cresciuto, ma continuassi a essere un bambino, circondato dalle stesse persone e dagli stessi luoghi che avevano animato la mia infanzia. E bench gli avvenimenti che vi si svolgevano ogni notte fossero nuovi, le sensazioni che risvegliavano in me erano sempre le stesse. Sempre quelle di degradazione e svilimento. Spesso potevano passare molte ore dal risveglio prima che abbandonassero il mio corpo. Al contempo per, quando ero desto, ricordavo a malapena qualcosa della mia infanzia e quel poco che mi tornava alla mente non risvegliava niente dentro di me, cosa che in effetti creava una specie di simmetria tra il passato e il presente all'interno di uno strano sistema dove la notte e il sogno erano connessi alla memoria, il giorno e la consapevolezza all'oblio.
Soltanto qualche anno prima la situazione era molto diversa. Fino a quando non mi trasferii a Stoccolma, avevo la sensazione che esistesse una certa continuit nella mia vita, come se la mia esistenza si estendesse senza interruzioni dall'infanzia al presente, collegata e tenuta insieme da connessioni sempre nuove, secondo un sistema complesso e ingegnoso dove ogni fenomeno che vedevo era in grado di evocare un ricordo che scatenava in me piccole valanghe emotive, alcune con un'origine chiara, altre no. La gente che incontravo veniva da citt in cui ero stato, erano persone a me note, erano una rete, salda e ben annodata. Ma quando andai a vivere a Stoccolma, quel fervore di ricordi divenne sempre pi raro e un giorno cess del tutto. Cio, riuscivo ancora a ricordare, ma erano ricordi che non destavano pi in me alcuna reazione. Nessuna nostalgia, nessun desiderio di tornare indietro, niente. Soltanto il ricordo in s e un afflato quasi impercettibile di una forma di avversione che provavo verso tutto ci che lo riguardava.
Quel pensiero mi fece aprire gli occhi. Sdraiato immobile guardavo il lampadario di carta di riso che simile a una luna in miniatura pendeva nell'oscurit del soffitto sopra l'estremit del letto. Non c'era davvero niente di cui scusarsi. Perch la nostalgia non  soltanto spudorata, ma anche traditrice. A un ventenne cosa pu giovare la nostalgia per la propria infanzia? Per la propria adolescenza? Assomigliava a una malattia.
Mi voltai a guardare Linda. Era sdraiata su un fianco, il viso rivolto verso di me. La pancia era cos grande che era diventato difficile collegarla al resto del corpo bench anch'esso fosse lievitato. Non pi tardi del giorno prima aveva riso della grossezza delle sue cosce mentre era in piedi davanti allo specchio.
Il bambino era girato con la testa verso il bacino e sarebbe rimasto in quella posizione fino al momento del parto. Che per periodi pi lunghi non si sarebbe mosso era perfettamente normale, ci avevano detto al reparto di Ostetricia. Il cuore batteva e presto, quando avesse sentito che era arrivato il momento, avrebbe dato inizio al travaglio in sintonia con il corpo in cui era cresciuto.
Mi alzai con cautela e andai in cucina a bere un bicchiere d'acqua. Davanti all'entrata del Nalen si erano riuniti numerosi drappelli di anziani che stavano chiacchierando animatamente. Una volta al mese venivano organizzate serate danzanti per quel tipo di persone, uomini e donne di et compresa tra i sessanta e gli ottant'anni, che si presentavano a frotte con indosso i loro abiti pi belli, e quando li vedevo fare la fila per entrare, eccitati e felici, ogni tanto sentivo un dolore attanagliarmi nel profondo dell'animo. Uno di loro in particolare mi era rimasto impresso. Portava un abito di colore giallo chiaro, scarpe da ginnastica bianche e un cappello di paglia in testa, la prima volta che era spuntato con passo leggermente traballante all'incrocio di David Bagares gata una sera di settembre, ma non erano tanto i vestiti a distinguerlo dalle altre persone quanto ci che emanava perch, mentre gli altri li percepivo come parte di una comunit, uomini anziani che erano usciti per divertirsi con le proprie mogli, cos uguali che il singolo spariva nel mucchio non appena lo sguardo si spostava, lui era e rimaneva solo anche quando stava conversando con qualcuno. Ma la sua caratteristica pi singolare era la forza di volont che irradiava, cos unica in quel gruppo di persone. Quando sgusciava tra la quantit di gente che affollava l'atrio, mi dava sempre l'impressione che fosse alla ricerca di qualcosa e che non l'avrebbe trovata l, probabilmente in nessun altro luogo. Ormai per lui il tempo era fuggito via e con esso, il mondo.
Un taxi si accost al marciapiede. Il gruppetto pi vicino chiuse gli ombrelli e, dopo averli scossi allegramente per liberarli dalla neve, era salito in macchina. Pi in gi, lungo la via, sopraggiunse una volante della polizia. Il lampeggiante blu era acceso, ma non la sirena, e quel silenzio le conferiva un che di sinistro e nefasto. Ne arriv un'altra. Entrambe le vetture rallentarono mentre passavano e quando le sentii fermarsi nell'isolato successivo, appoggiai il bicchiere d'acqua sul ripiano della cucina e andai alla finestra in camera da letto. Le due macchine della polizia erano parcheggiate una dietro l'altra davanti all'Us Video. La prima era una volante, la seconda un furgoncino. Proprio nel momento in cui mi affacciai, venne richiuso lo sportello posteriore. Sei agenti corsero verso la porta e scomparvero dentro l'edificio, due rimasero di piantone accanto alla volante. Un uomo sulla cinquantina che stava passando in quell'istante non lanci neanche un'occhiata in direzione dei poliziotti. Intuii che in realt aveva pensato di entrare nel locale, ma che era stato preso dal panico quando aveva visto gli agenti. Giorno e notte un flusso costante di uomini entrava e usciva dalla porta dell'Us Video, e dal momento che abitavo l da quasi un anno ero in grado di indovinare nove volte su dieci chi aveva intenzione di fare visita a quel locale e chi invece avrebbe proseguito. Quasi tutti avevano lo stesso linguaggio corporeo. Si avvicinavano con andatura disinvolta e quando aprivano la porta era con movenze che sarebbero dovute apparire come un naturale prolungamento di quelle precedenti. Erano cos attenti a non guardarsi in giro che era proprio quella ostentazione a dare nell'occhio. Lo sforzo di mantenere quella forma di normalit era cos palese da risultare perfettamente visibile. Non soltanto quando si intrufolavano, ma anche quando uscivano. Aprivano la porta e senza fermarsi scivolavano quasi sul marciapiede assumendo subito un'andatura che avrebbe dovuto dare l'impressione di non essersi mai interrotta da un paio di isolati. Erano di tutte le et, dai sedici a oltre i settanta, e di ogni estrazione sociale. Alcuni sembravano andarci apposta, altri lo facevano mentre tornavano a casa dal lavoro o la mattina presto dopo una serata passata a far bisboccia. Personalmente non c'ero mai stato, ma sapevo bene come era fatto: la lunga scala che portava nello scantinato avvolto nella penombra con il bancone dove si pagava, la fila di cabine separate e dotate di schermi, i tanti film tra cui si poteva scegliere, tutto in base alle preferenze sessuali del singolo, le poltroncine di finta pelle nera, i rotoli di carta igienica sul tavolino accanto.
Una volta August Strindberg aveva affermato con la sua seriet profonda e venata di pazzia che le stelle del firmamento sono buchi in una parete. A volte ci pensavo quando vedevo la fiumana infinita di anime che scendevano quelle scale e si sedevano nell'oscurit delle cabine per masturbarsi mentre guardavano i monitor illuminati. Riflettevo su come il mondo fosse circoscritto intorno a loro e uno dei pochi modi in cui potevano guardare al di fuori di esso fosse attraverso quegli spioncini. Quello che vedevano non lo raccontavano mai a nessuno, apparteneva alla sfera dell'innominabile, incompatibile con tutto ci che implicava una vita normale, e la maggior parte di coloro che frequentavano quel posto erano uomini normali. Ma tutto ci che non era nominabile nel mondo esterno a quello scantinato rimaneva tale anche l sotto, perlomeno a giudicare dal loro comportamento, non si parlavano, non si guardavano, i percorsi solipsistici che tutti seguivano: le scale, gli scaffali con i film, il bancone, il separ e di nuovo le scale. Che esistesse anche qualcosa di fondamentalmente ridicolo in quello che accadeva, quella fila di maschi seduti con i pantaloni calati sulle ginocchia, ognuno nella propria cabina, che grugnivano e gemevano toccandosi il membro mentre guardavano pellicole di donne che avevano rapporti con cavalli o cani, oppure di uomini con decine di altri uomini, non poteva sfuggire loro, ma non potevano neppure tenerne conto perch la vera risata e il vero desiderio sono due grandezze inconciliabili, ed era il desiderio ad averli spinti l. Ma perch l? Tutti i film che potevano vedere l sotto si trovavano anche in rete e potevano essere guardati in perfetta solitudine senza rischiare di essere visti da altri. Doveva quindi esistere qualcosa d'intrinseco a quella situazione innominabile ed era ci che andavano cercando. O l'elemento basso, volgare e sporco in esso, o il senso di chiuso. Non lo sapevo, per me si trattava di un territorio sconosciuto, ma non riuscivo a fare a meno di pensarci perch ogni volta che guardavo in quella direzione c'era qualcuno che stava scendendo le scale.
Che fossero arrivati i poliziotti non era un fatto insolito, ma nella maggior parte dei casi giungevano in occasione delle manifestazioni che avvenivano regolarmente all'esterno. Il locale in s lo lasciavano stare, tra l'enorme disappunto dei dimostranti, che non potevano fare altro che rimanere l davanti con i loro striscioni e urlare slogan e fischiare contro gli uomini che entravano e uscivano, sotto stretto controllo dei poliziotti, che schierati spalla contro spalla, uno accanto all'altro, e armati di scudo, caschi e manganelli li tenevano d'occhio.
Cosa c'? domand Linda dietro di me.
Mi girai a guardarla.
Sei sveglia?
Un po'".
Non riesco a dormire, dissi. E poi qua fuori ci sono delle macchine della polizia. Rimettiti tranquillamente a dormire".
Richiuse gli occhi. In strada il portone si apr. Comparvero due poliziotti. Dietro di loro ne spuntarono altri due. Tra di loro c'era un uomo che tenevano cos stretto che i suoi piedi non toccavano terra. Pareva un trattamento alquanto brutale, ma probabilmente necessario perch il tipo aveva i pantaloni calati. Quando uscirono, lo lasciarono andare e lui cadde in ginocchio. Apparvero altri due agenti. L'uomo si alz e si tir su i calzoni. Uno dei poliziotti lo ammanett dietro la schiena prima che un secondo lo conducesse verso la volante e lo facesse entrare. Nel momento in cui gli altri agenti salivano a bordo dei rispettivi mezzi, due di coloro che lavoravano in quel locale uscirono in strada. Rimasero fermi con le mani in tasca a guardare le macchine che venivano messe in moto, percorrevano la discesa e sparivano mentre i loro capelli venivano imbiancati lentamente dalla neve che cadeva.
Andai in soggiorno. La luce dei lampioni che pendevano dai cavi d'acciaio sopra la via proprio sotto le finestre risplendeva debolmente sulle pareti e sul pavimento. Guardai per un po' la tv. Per tutto il tempo pensai che forse questo avrebbe inquietato Linda qualora si fosse svegliata e fosse entrata nella stanza. Ogni anomalia e tutto ci che dava un senso di instabilit potevano ricordarle i periodi in cui suo padre soffriva di attacchi maniaco-depressivi quando lei era piccola. Spensi il televisore e presi uno dei libri d'arte dalla libreria sopra il divano. Mi sedetti a sfogliarlo. Era un catalogo sulle opere di Constable che avevo appena comprato. Per lo pi schizzi a olio, studi di nuvole, paesaggi, mare.
Mi fu sufficiente lasciare scorrere lo sguardo su quei dipinti perch mi si riempissero gli occhi di lacrime. Tanto era forte l'attrazione che alcune opere avevano su di me. Altre invece mi lasciavano indifferente. Quello era il mio unico parametro per quanto riguardava le arti figurative, i sentimenti e le sensazioni che scatenavano in me. La sensazione di incommensurabilit. La sensazione di bellezza. La sensazione di vicinanza. Tutto concentrato in attimi cos intensi che a volte era difficile esserne parte. E totalmente inspiegabili. Perch, se esaminavo l'opera che pi mi coinvolgeva, lo schizzo eseguito con colori a olio di una formazione di nubi risalente al sei settembre 1822, non c'era nulla in grado di spiegare l'intensit di quelle emozioni. In cima il cielo azzurro, sotto la foschia biancastra. Poi le nuvole che sembravano rovesciarsi in avanti. Bianche l dove erano colpite dalla luce del sole, verde chiaro nelle parti pi leggere, verde scuro e quasi nere nel punto in cui erano pi pesanti e il sole pi lontano. Blu, bianco, turchese, verde, verde scuro che sconfinava nel nero. Nient'altro. Nella didascalia che accompagnava lo schizzo c'era scritto che Constable l'aveva dipinto a Hampstead at noon e che un certo Wilcox aveva messo in dubbio l'esattezza della datazione perch esisteva un altro quadro che risaliva allo stesso giorno tra mezzogiorno e l'una e che mostrava un cielo completamente diverso, pi piovoso, argomento smentito dai rapporti stilati a documentare le condizioni meteorologiche della zona di Londra di quel giorno, secondo cui le due opere potevano rappresentare entrambe il cielo coperto della stessa giornata.
Avevo studiato storia dell'arte ed ero abituato a descrivere e analizzare l'arte. Ma ci su cui non avevo mai scritto, e che rappresenta l'unica cosa importante, era il modo in cui la percepivo e la vivevo. Non solo perch non ero capace, ma anche perch le emozioni che le opere elevavano in me cozzavano contro tutto quello che avevo appreso su cosa fosse l'arte e sul suo scopo. Quindi le tenevo per me. Giravo da solo per la Nationalgalleriet di Stoccolma o la Nasjonalgalleriet di Oslo o la National Gallery di Londra e osservavo. Nel fare questo provavo un senso di libert. Non avevo bisogno di motivare le mie sensazioni, non c'era nessuno a cui dovevo rendere conto, niente su cui dovevo discutere o argomentare. Libert, ma non pace, perch anche se i dipinti erano degli idilli, come i paesaggi arcaici di Claude, per esempio, provavo sempre la stessa inquietudine quando mi allontanavo da essi perch ci che possedevano, l'essenza del loro essere, era l'inesauribilit e quello che scatenava in me era una specie di cupidigia. Non saprei come spiegarlo meglio di cos. La bramosia di trovarsi nell'inesauribile. Fu cos anche quella notte. Rimasi seduto quasi un'ora a sfogliare il libro su Constable. Ritornavo in continuazione all'immagine delle nubi verdognole, che ogni volta schiudeva in me le stesse sensazioni. Era come se due modi differenti di osservare emergessero e sprofondassero nella coscienza, uno con i propri pensieri e ragionamenti, l'altro con le proprie sensazioni e percezioni, che, bench esistessero uno accanto all'altro, erano esclusi dal sapere e dalle conoscenze dell'altro. Era un quadro fantastico, mi colmava di tutte quelle sensazioni che soltanto le opere fantastiche sanno dare, eppure quando dovevo spiegare in cosa consistesse questo fantastico, non trovavo le parole. Quell'immagine mi faceva tremare dentro, ma per cosa? Quell'immagine mi riempiva di nostalgia, ma di cosa? Di nuvole ce n'erano gi a sufficienza. Di colori ce n'erano a sufficienza. Di particolari momenti storici ce n'erano a sufficienza. Anche della combinazione di quei tre elementi ce n'era a sufficienza. L'arte del nostro tempo, quindi l'arte che in linea di principio avrebbe dovuto riguardarmi, non considerava preziose le sensazioni e le emozioni generate da un'opera d'arte. I sentimenti, le emozioni erano inferiori o forse erano addirittura un prodotto secondario indesiderato, quasi una specie di spazzatura, o, nel migliore dei casi, materiale manipolabile. Neppure le opere che in modo naturalistico riproducevano la realt avevano alcun valore, ma venivano viste come qualcosa di ingenuo e come uno stadio ormai superato da tempo. Quindi rimanevano prive di significato. Ma nel momento in cui guardavo di nuovo il quadro, tutti quei ragionamenti sparivano sotto l'onda di potenza e bellezza che si sollevava dentro di me. S, s, s sentivo riecheggiare.  l.  l che devo andare. Che conferma volevo trovare? Dove dovevo andare?
Erano le quattro. Dunque era ancora notte. Non potevo recarmi in ufficio di notte. Ma alle quattro e mezzo invece, non era gi mattina?
Mi alzai e andai in cucina, misi un piatto di spaghetti e polpettine nel microonde dato che non mangiavo dal giorno prima a pranzo, poi proseguii in bagno dove mi feci una doccia, pi per far passare i minuti che ci volevano prima che fosse pronto il cibo, mi vestii, presi un coltello e una forchetta, riempii un bicchiere d'acqua, andai a prendere il piatto, mi sedetti a mangiare.
Fuori le strade erano avvolte dal silenzio. L'ora prima delle cinque era l'unico momento del giorno e della notte in cui quella citt dormiva. Nella mia vita precedente, nei dodici anni in cui avevo vissuto a Bergen, non appena potevo stavo alzato fino a tardi. Non avevo mai riflettuto su quella mia inclinazione, era una cosa che mi piaceva e la facevo. Era cominciato come un ideale da liceale, che prendeva spunto dal concetto che in qualche modo la notte fosse legata alla libert. Non in s, ma nel suo rapporto di contraddizione alla realt diurna, quella compresa tra le nove del mattino e le quattro del pomeriggio, che io, insieme a un paio di altri ragazzi, consideravo come qualcosa di borghese e conformista. Volevamo essere liberi, rimanevamo alzati la notte. Che io avessi continuato, aveva meno a che fare con la libert, ma era legato al mio crescente bisogno di stare solo. In questo, lo capivo adesso, ero uguale a mio padre. Nella casa in cui abitavamo, aveva un intero monolocale a disposizione tutto per s dove in pratica trascorreva quasi tutte le sere. Era la sua notte.
Sciacquai il piatto sotto l'acqua, lo infilai nella lavastoviglie e andai in camera. Linda apr gli occhi quando mi fermai davanti al letto.
Hai il sonno leggero, dissi.
Che ore sono?
Le quattro e mezzo".
Sei rimasto alzato fino ad adesso?
Annuii.
Pensavo di fare un salto in ufficio. Ti spiace?
Si tir su a met.
Adesso?
Tanto non riesco a prender sonno. A questo punto meglio approfittarne per lavorare".
Per favore... implor. Vieni a letto".
Hai sentito quello che ti ho detto?
Ma non voglio rimanere qui da sola. Non puoi andare in ufficio domani mattina presto?
Adesso  domani mattina presto, sentenziai.
No,  notte fonda, replic. E posso partorire da un momento all'altro. Magari tra un'ora".
Ciao, le risposi prima di richiudermi la porta alle spalle. Mi vestii nell'ingresso, presi la borsa con il computer e uscii. Aria fredda saliva dal marciapiede coperto di neve. In fondo alla via stava sopraggiungendo uno spazzaneve. La pesante lastra d'acciaio sagomata rimbombava sull'asfalto. Doveva sempre cercare di trattenermi. Che senso aveva rimanere in casa se tanto lei dormiva e comunque non si accorgeva della mia presenza?
Il cielo si stagliava nero e pesante sopra i tetti. Per aveva smesso di nevicare. Mi incamminai. Lo spazzaneve mi super con il motore che rombava, le catene che tintinnavano, la lastra d'acciaio che raschiava. Un piccolo inferno di suoni. Girai in David Bagares gata, che deserta e silenziosa saliva verso Malmskillnadsgatan, dove i miei occhi vennero attratti dalla vista delle lettere che componevano l'insegna del locale KGB. Mi fermai davanti al portone della casa di riposo. Era vero quello che aveva detto. Le doglie potevano iniziare da un momento all'altro. E a lei non piaceva stare sola. E allora perch mi trovavo l? Che cosa andavo a fare in ufficio alle quattro e mezzo del mattino? Scrivere? Riuscire a concludere oggi quello che non ero stato capace di fare negli ultimi cinque anni?
Ero proprio un deficiente. Quello che aspettava era nostro figlio, mio figlio, non doveva affrontare tutto questo da sola.
Tornai indietro. Quando appoggiai la borsa nell'ingresso e cominciai a svestirmi, sentii la sua voce provenire dalla camera da letto.
Sei tu, Karl Ove?
S, risposi e andai da lei. Mi guard con espressione interrogativa.
Hai ragione, dissi. Non ho pensato. Scusami se me ne sono andato via a quel modo".
Sono io che ti devo chiedere scusa. Ma certo che puoi andare a lavorare!
Lo faccio pi tardi".
Ma io non voglio trattenerti. Qui va tutto bene. Te lo giuro. Vai pure. Ti chiamo se succede qualcosa".
No, dissi sdraiandomi accanto a lei.
Ma Karl Ove... mormor con un sorriso. Adesso pensi tu quello che pensavo io mentre io penso quello che pensavi tu. Invece so che in realt tu pensi il contrario".
Troppo complicato per me, commentai. Perch non dormiamo? E poi facciamo colazione insieme prima che vada via?
Volentieri, disse venendomi vicina. Scottava come un forno. Le accarezzai i capelli e le diedi un bacio leggero sulla bocca. Chiuse gli occhi e appoggi la testa sul cuscino.
Che cosa hai detto? le domandai.
Senza rispondere mi prese la mano e la distese sulla pancia.
L! esclam. Hai sentito?
La pelle si gonfi all'improvviso sotto il palmo della mia mano.
Ohi, dissi prima di alzarla per vedere. Quello che premeva contro la pancia facendola sollevare, un ginocchio o un piede, un gomito o un pugno, adesso si era ritirato di nuovo verso l'interno. Era come vedere qualcosa che si muoveva appena sotto la superficie di un corso d'acqua, per il resto perfettamente immobile. Poi scomparve nuovamente.
 impaziente, spieg Linda. Lo sento".
Era il piede?
Mmm".
Era come se volesse vedere se era possibile uscire da quella parte, dissi.
Linda sorrise.
Hai sentito dolore?
Scosse la testa.
Lo sento, ma non fa male.  soltanto una sensazione strana".
Ti credo".
Mi strinsi a lei e le appoggiai nuovamente la mano sulla pancia. Dall'anticamera s sent sbattere la fessura della posta. In strada pass un camion, doveva essere grosso, fece tremare i vetri. Chiusi gli occhi. Quando tutti i pensieri e le immagini che appartenevano alla coscienza presero a muoversi lungo direzioni che non ero in grado di controllare mentre io rimanevo in un certo senso immobile a osservarle, come una specie di cane da pastore impigrito, capii che il sonno era in agguato. Non dovevo fare altro che lasciarmi sprofondare nella sua oscurit.
Mi svegliai quando sentii Linda armeggiare in cucina. L'orologio sulla mensola del caminetto segnava le undici meno cinque. Cazzo. Alla faccia della giornata di lavoro.
Mi infilai i vestiti e andai in cucina. Sul fornello sibilava il vapore della piccola caffettiera. In tavola c'erano affettati, marmellate e succo d'arancia. Su un piatto c'erano due fette di pane tostate. Il tostapane ne sput fuori altre due.
Hai dormito bene? chiese Linda.
S, s, risposi mentre mi accomodavo. Il burro che spalmai sulla fetta di pane si sciolse immediatamente andando a riempire i piccoli pori presenti sulla superficie. Linda tolse il caff dal fornello e spense la piastra. Con quel pancione dava sempre l'impressione di essere piegata all'indietro e quando faceva qualcosa con le mani, era come se questo avvenisse sul lato opposto di una parete invisibile.
Fuori il cielo era grigio, ma la neve doveva essere rimasta sui tetti perch la stanza era pi luminosa del solito.
Vers il caff nelle due tazze che aveva preparato, me ne mise una davanti. Aveva il viso gonfio.
Ti senti peggio di prima?
Annui.
Sono tutta chiusa. E mi  venuta un po' di febbre".
Si lasci cadere pesantemente sulla sedia prima di aggiungere del latte nel caff.
Tipico, disse. Che mi ammali proprio adesso. Quando ho bisogno di tutte le mie forze".
Pu darsi che il parto ritardi. Che il corpo non si attivi prima che sia guarito".
Mi fiss. Inghiottii l'ultimo boccone prima di versarmi del succo nel bicchiere. Se c'era una cosa che avevo imparato negli ultimi mesi, era che quello che avevo sentito dire sugli sbalzi d'umore improvvisi e repentini delle donne incinte era vero.
Ma non capisci che  una catastrofe? insistette.
Incrociai il suo sguardo. Bevvi un sorso di succo.
S, s, certo, commentai. Ma andr tutto bene. Si sistemer tutto".
Certo che andr bene, ribatt. Ma non si tratta di questo. Il punto  che non voglio essere debole e malata quando arriver il momento di partorire".
Capisco, dissi. Ma non lo sarai. Manca ancora qualche giorno".
Continuammo a mangiare in silenzio.
Mi guard nuovamente. Aveva due occhi fantastici. Erano grigio-verdi e a volte, specialmente quando era stanca, erano affetti da un leggero strabismo. Nella foto apparsa sul libro di poesie che aveva pubblicato, aveva gli occhi un po' storti e la vulnerabilit implicita in quello strabismo, che veniva contrastata, ma non cancellata, dall'espressione per il resto sicura di s del viso, un tempo mi aveva ipnotizzato del tutto.
Scusa.  che sono nervosa".
Non devi esserlo. Non potresti essere pi preparata di cos".
E lo era veramente. Si era dedicata totalmente a quello che sarebbe successo: aveva letto montagne di libri, comprato una specie di cassetta che sentiva tutte le sere che le serviva per fare meditazione e in cui una voce ripeteva in modo ipnotico che il dolore era positivo, che il dolore non era pericoloso, che il dolore era positivo, che il dolore non era pericoloso, avevamo frequentato insieme un corso e avevamo visitato il reparto dove, secondo i piani, sarebbe dovuto avvenire il parto. Si era preparata scrupolosamente a ogni incontro con l'ostetrica appuntandosi tutte le domande che le avrebbe sottoposto e annotando in un diario con eguale coscienziosit i risultati di tutti i diagrammi e misure che le venivano comunicati. Aveva anche compilato e consegnato un foglio che riguardava le sue preferenze in merito al reparto, cos come le era stato chiesto, dove aveva scritto di essere una persona molto inquieta e che aveva bisogno di molto supporto e incitamento, ma al contempo forte e che quindi voleva partorire in modo naturale senza ricorrere a nessun tipo di anestesia.
Questo mi faceva star male. Ero stato al reparto maternit e seppure avessero cercato di ricreare un ambiente familiare e accogliente, con divani, tappeti, quadri alle pareti e un lettore cd nella stanza dove sarebbe avvenuto il parto, oltre a un soggiorno dotato di televisione e una cucina dove era possibile farsi da mangiare da soli, e dove dopo il parto veniva assegnata una camera da letto riservata provvista di bagno autonomo, era anche vero che un'altra donna aveva partorito poco prima in quella stessa stanza e per quanto il locale fosse stato lavato in fretta e furia, fossero state cambiate le lenzuola e avessero messo degli asciugamani nuovi, era successo un numero cos infinito di volte che un debole odore metallico di sangue e di visceri aleggiava nell'aria. Nella camera fresca e ventilata che avremmo avuto a disposizione per un giorno e una notte dopo il parto, un'altra coppia con il loro nascituro aveva appena dormito nello stesso letto, in modo che quello che per noi era nuovo e avrebbe trasformato la nostra vita, per coloro che ci lavoravano, era un'eterna ripetizione. Le ostetriche avevano la responsabilit di seguire parallelamente pi parti, entravano e uscivano in continuazione dalle diverse stanze dove donne differenti ululavano e gridavano, muggivano e gemevano a seconda della fase del parto in cui si trovavano, e questo avveniva in continuazione, giorno e notte, anno dopo anno, quindi se c'era qualcosa che non potevano fare, era prendersi cura di qualcuno con la tenerezza e l'intimit richieste dalla lettera di Linda e in cui trapelavano tutte le sue aspettative.
Guard fuori dalla finestra e io seguii il suo sguardo. Sul tetto di un edificio dirimpetto al nostro, forse a dieci metri di distanza da noi, c'era un uomo che con una fune legata intorno alla vita stava spalando via la neve.
Qui in Svezia sono matti, esclamai.
Non  lo stesso in Norvegia?
No, sei pazza".
L'anno prima che arrivassi l, era morto un ragazzo per colpa di una massa di ghiaccio che era caduta da un tetto. Da allora tutti i tetti venivano ripuliti quasi nello stesso istante in cui cadeva la neve, con conseguenze spiacevoli, e quando arrivavano periodi in cui la stagione era pi mite, quasi tutti i marciapiedi venivano chiusi con nastri bianchi e rossi per una settimana. Caos dappertutto.
Ma almeno tutta questa paura mantiene la gente in attivit, dissi prima di divorare la fetta di pane, alzarmi e bere in piedi l'ultimo sorso di caff. Adesso scappo".
Okay, rispose Linda. Ti va di noleggiare qualche film quando torni a casa?
Dopo aver appoggiato la tazza sul tavolo, mi asciugai la bocca con il dorso della mano.
Certo. Qualsiasi cosa?
S, scegli tu".
Mi lavai i denti in bagno. Quando andai nell'ingresso per vestirmi, Linda mi segu.
Cosa fai oggi? le chiesi mentre prendevo il cappotto dal guardaroba con una mano e con l'altra mi attorcigliavo la sciarpa intorno al collo.
Non lo so. Magari una passeggiata nel parco. Fare il bagno".
Stai bene?
S, va tutto bene".
Mi chinai per allacciarmi le scarpe mentre lei, con un braccio appoggiato sulla schiena, troneggiava sopra di me.
Okay, dissi, poi mi misi il berretto e presi la borsa con il computer. Allora io vado".
Okay".
Telefonami se succede qualcosa".
Lo far".
Ci baciammo e mi richiusi la porta alle spalle. L'ascensore stava salendo e per un attimo intravidi la vicina che abitava al piano sopra il nostro mentre scivolava davanti a me con il volto chino sullo specchio. Era un'avvocatessa, di solito portava pantaloni neri o gonne dello stesso colore lunghe fino al ginocchio, salutava appena, sempre a labbra serrate, emanava ostilit, almeno nei miei confronti. Per alcuni periodi di tempo suo fratello abitava da lei, un tipo magro e con gli occhi scuri, dall'aspetto inquieto e duro, eppure bello, su cui un'amica di Linda aveva messo gli occhi per poi innamorarsene, avevano una specie di relazione che sembrava basarsi sul fatto che lui la disprezzasse tanto quanto lei lo adorasse. Che lui abitasse nello stesso edificio dell'amica di lei sembrava dargli fastidio, aveva un che di perseguitato nello sguardo le volte in cui ci eravamo fermati a scambiare qualche parola, ma bench intuissi che avesse a che fare con il fatto che io sapevo pi di lui di quanto lui sapesse di me, ci potevano essere anche altre cause - che per esempio abusasse di droga. Non sapevo nulla di quelle cose, non conoscevo quel tipo di mondi, da quel punto di vista ero veramente un ingenuo come sosteneva Geir, il mio unico vero amico a Stoccolma quando mi paragonava in continuazione al personaggio che veniva raggirato ne I bari di Caravaggio.
Quando mi trovai nell'atrio della palazzina, decisi di fumarmi una sigaretta prima di proseguire, attraversai il corridoio che, superata la lavanderia, conduceva nel cortile retrostante dove mi misi a osservare il cielo dopo aver posato la borsa per terra ed essermi appoggiato al muro. Proprio sopra di me c'era un condotto di aerazione che diffondeva tutt'intorno l'odore di panni caldi appena lavati. Dall'interno della lavanderia giungeva il debole sibilo di una centrifuga, cos stranamente aggressivo e impetuoso rispetto alle nuvole grigie e pacate che attraversavano lentamente la volta celeste. Dietro quella coltre si intravedevano qua e l degli sprazzi di cielo azzurro, come se il giorno fosse una lastra su cui scivolavano via.
Mi diressi verso il recinto che separava la parte pi interna del cortile dallo spazio occupato dall'asilo che si trovava all'estremit opposta e che in quel momento era deserto perch a quell'ora i bambini erano dentro a mangiare, ci appoggiai sopra i gomiti e rimasi l in piedi a fumare mentre guardavo le due torri che svettavano dalla Kungsgatan. Erano state erette in una specie di stile neobarocco e pensando al ventennio di cui erano testimonianza fui assalito come mi accadeva spesso dalla nostalgia. Di notte le torri erano illuminate da riflettori e mentre la luce del giorno faceva risaltare i diversi dettagli di cui erano composte in modo che si poteva vedere nitidamente la differenza esistente tra il materiale usato per la costruzione dei muri e quello impiegato per le finestre, le statue dorate e le lamine di rame coperte da una patina di verderame, la luce artificiale li fondeva. Forse era la luce stessa a creare quell'effetto, forse era la relazione che la luce faceva scaturire con l'ambiente circostante, fatto sta che di notte sembrava che le statue parlassero. Non che si animassero, rimanevano inanimate come prima, pareva pi che l'espressione di quella materia inerte mutasse diventando in un certo senso pi intensa. Di giorno c'era soltanto il niente, di notte era quel niente a trovare espressione.
Oppure era perch il giorno era pieno di tante altre cose che attiravano l'attenzione su di s. Tutte le macchine nelle strade, le persone sui marciapiedi e per le scale e alle finestre, gli elicotteri che si muovevano nel cielo simili a libellule, i bambini che da un momento all'altro uscivano per strisciare e gattonare nel fango e nella neve, pedalare con il triciclo, scendere lungo il grande scivolo piazzato al centro del cortile, arrampicarsi sul ponte della nave ben equipaggiata che si ergeva l a fianco, giocare nella sabbiera, giocare nella casetta, giocare con la palla o semplicemente correre in giro, il tutto strillando e urlando cos che il cortile si riempiva dalla mattina al primo pomeriggio di una cacofonia quasi simile alle grida che si levavano dagli scogli invasi da uccelli, interrotta unicamente, come adesso, dalla calma dell'ora di pranzo. Allora era quasi impossibile stare l fuori, non per colpa del baccano, che notavo molto raramente, ma perch i bambini avevano la tendenza a circondarmi a frotte. Le volte che l'avevo fatto quell'autunno, avevano cominciato ad arrampicarsi fino a met del recinto che divideva il cortile in due, e stavano l appesi in quattro o cinque mentre mi chiedevano le cose pi disparate, se non si divertivano invece a oltrepassare quella linea proibita e mi sfrecciavano davanti ridendo a squarciagola. Quello che era il pi disinibito, era anche quello che di solito venivano a prendere per ultimo. Le volte in cui facevo quella strada per tornare a casa, mi accadeva spesso di vederlo seduto a giochicchiare nella sabbia da solo o in compagnia di qualche altro sfortunato, se non se ne stava invece davanti all'uscita con le mani penzoloni sopra il recinto. In quel caso avevo l'abitudine di salutarlo. Se non c'era nessuno nei paraggi, magari portandomi due dita alla fronte e sollevandole persino a mo' di cappello. Non tanto per lui, che ogni volta mi lanciava uno sguardo torvo, ma per me stesso.
A volte immaginavo che liberazione sarebbe stata se tutti i sentimenti pi dolci si fossero potuti raschiare via come la cartilagine in eccesso formatasi intorno ai tendini del ginocchio di un atleta infortunato. Via ogni sentimentalismo, ogni forma di compassione, ogni tipo di empatia...
Si lev un grido.
AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA.
Sussultai. Anche se capitava spesso di sentire quell'urlo, non riuscivo mai ad abituarmi. Gli appartamenti dell'edificio da cui proveniva, che si trovava dalla parte opposta dell'asilo, appartenevano a una casa di riposo. Immaginavo nella mia mente qualcuno che giaceva a letto inquieto, senza nessun contatto con il mondo circostante poich le urla potevano riecheggiare sia a notte fonda sia la mattina presto o verso mezzogiorno. A parte questo, e un uomo che era solito sedersi sulla veranda a fumare e aveva attacchi di tosse simili ai rantoli di un moribondo che potevano durare parecchi minuti, la casa di riposo era chiusa e ripiegata su se stessa. Quando andavo in ufficio, mi capitava di vedere qualcuno degli infermieri e assistenti davanti alle finestre che si trovavano sull'altro lato dell'edificio, l avevano una specie di stanza che utilizzavano durante le pause e ogni tanto vedevo per strada qualcuno degli ospiti della struttura, un paio di volte insieme a dei poliziotti che li stavano riaccompagnando alla casa di riposo, un paio di volte che girovagavano da soli con espressione smarrita. Ma di solito non pensavo mai a quel posto.
Come urlava.
Tutte le tende erano tirate, anche quelle della porta che dava sulla veranda, che ora era socchiusa e da cui provenivano le grida. Rimasi per un po' a guardare in quella direzione. Poi mi girai e andai verso la porta. Attraverso le finestre della lavanderia vidi la vicina del piano di sotto che ripiegava un lenzuolo bianco. Presi la borsa e mi infilai nel corridoietto simile a una grotta dove c'erano i bidoni della spazzatura, aprii con la chiave il cancelletto di metallo e sbucai in strada prima di affrettarmi verso il KGB e scendere le scale che portavano in Tunnelgata.
Venti minuti dopo mi chiusi alle spalle la porta dell'ufficio. Appesi il cappotto e la sciarpa all'attaccapanni, lasciai le scarpe sul tappetino, mi preparai una tazza di caff, collegai il computer e rimasi seduto a bere il caff mentre osservavo il frontespizio della pagina fino a quando entr in funzione il salvaschermo che riemp il monitor con la sua miriade di puntini luminosi.
L'America dell'anima. Quello era il titolo. E quasi ogni cosa presente in quella stanza rinviava a esso o a ci che risvegliava in me. La riproduzione del noto monotipo di William Blake che ritraeva Newton in assetto quasi subacqueo, appesa alla parete dietro di me, accanto i due disegni incorniciati che raffiguravano la spedizione compiuta da Churchill nel Settecento, acquistati una volta a Londra, uno di una balena morta, l'altro che raffigurava uno scarafaggio dissecato, entrambi disegnati in diversi stadi. L'atmosfera notturna di Peter Balke sulla parete pi corta, con le sue tonalit di verde e di nero. Il poster di Greenaway. La mappa di Marte che avevo trovato in un vecchio numero del National Geographic. Accanto, le due fotografie in bianco e nero di Thomas Wgstrm, una del vestitino cangiante di una bambina, l'altra di un corso d'acqua nero sotto la cui superficie brillavano gli occhi di una lontra. Il piccolo delfino e il minuscolo elmo, verdi e di metallo, che avevo comprato a Creta e adesso stavano sulla scrivania. E i libri: Paracelso, Basilio, Lucrezio, Thomas Browne, Olof Rudbeck, Agostino, Tommaso d'Aquino, Albertus Seba, Werner Heisenberg, Raymond Russell e la Bibbia, naturalmente, e opere sul nazional-romanticismo norvegese e sui gabinetti delle meraviglie, su Atlantide, su Albrecht Drer e Max Ernst, sul barocco e sul gotico, sulla fisica atomica e sulle armi di distruzione di massa, sulle foreste e sulla scienza nel Cinquecento e nel Seicento. Non si trattava di sapere, ma dell'aura che il sapere creava, i luoghi da cui proveniva, che si trovavano quasi tutti all'esterno del mondo in cui vivevamo adesso, ma che erano tuttavia all'interno, in quello spazio ambivalente in cui riposano tutti gli oggetti e le idee della Storia.
Negli ultimi anni era cresciuta sempre pi forte in me la sensazione che il mondo fosse piccolo e che io fossi in grado di osservarlo ed esaminarlo in tutte le sue componenti, e questo, bench io sapessi a livello di ragione che in realt valeva l'esatto contrario: il mondo era sconfinato e immenso, il numero degli eventi infinito, il presente una porta aperta che sbatteva al vento della storia. Eppure non lo percepivo in quel modo. Avevo la sensazione che il mondo fosse noto, totalmente scoperto e mappato, che non potesse pi muoversi in direzioni impreviste, che non potesse accadere pi nulla di nuovo e sorprendente. Capivo me stesso, capivo gli ambienti a me pi vicini, capivo la societ intorno a me, e qualora ci fosse stato un fenomeno che appariva poco chiaro, sapevo cosa fare per scoprirlo e trovare una spiegazione.
La comprensione non va confusa con il sapere, perch io non sapevo quasi niente - ma se per esempio fossero scoppiati scontri armati in una zona di confine appartenente a una ex repubblica sovietica in Asia, delle cui citt non avevo mai sentito parlare prima, con abitanti a me totalmente sconosciuti sia nel modo di vestire sia per lingua, usi e religione, e se fosse emerso che quel conflitto affondava le sue profonde radici in eventi storici risalenti all'anno Mille, la mia totale ignoranza e mancanza di sapere non mi avrebbero impedito di capire quello che stava succedendo perch il pensiero si avvale di categorie specifiche in grado di affrontare e gestire anche le cose pi remote e sconosciute. Questo principio si applicava a tutto. Vedevo un insetto che non avevo mai visto in precedenza, sapevo che qualcuno doveva averlo gi visto e catalogato. Notavo nel cielo un oggetto luminoso, sapevo che si trattava o di un raro fenomeno meteorologico o di un velivolo di un certo tipo, forse un pallone aerostatico, e che il giorno dopo i giornali ne avrebbero parlato se fosse stato importante. Se avevo dimenticato un episodio avvenuto durante l'infanzia, ero certo che si sarebbe parlato di rimozione, se andavo su tutte le furie per qualcosa, si trattava sicuramente di una proiezione e il fatto che cercassi sempre di compiacere tutte le persone che incontravo, aveva a che fare con mio padre e il mio rapporto con lui. Non c' nessuno che non comprende il proprio mondo. Chi capisce poco, per esempio un bambino, si muove molto semplicemente in un mondo meno onnicomprensivo di chi capisce molto. Ma al fatto di capire molto  sempre appartenuta la consapevolezza che la comprensione ha dei limiti: il riconoscimento che il mondo esterno a loro, tutto ci che non si capisce, non soltanto esiste, ma  sempre pi grande di quello al suo interno. A volte pensavo che quanto era successo, almeno per me, fosse che il mondo dell'infanzia, dove tutto era noto, e dove, in relazione a quello che non lo era, ci si appoggiava agli altri, a coloro che sapevano e conoscevano, in realt non era mai finito, ma si era soltanto ampliato in tutti questi anni. Quando all'et di diciannove anni mi scontrai con l'affermazione secondo cui il mondo  strutturato linguisticamente, la rifiutai appellandomi a quello che chiamavo buonsenso perch quella asserzione era priva di senno, la penna che impugnavo, era forse lingua? La finestra su cui brillava il sole? Il cortile sotto di me che gli studenti attraversavano con indosso i loro indumenti autunnali? Le orecchie del professore, le sue mani? Il debole odore di terra e fogliame che emanavano i vestiti della ragazza appena entrata e che adesso sedeva accanto a me? Il suono del martello pneumatico usato dagli operai stradali che avevano piantato la loro postazione proprio davanti alla chiesa di Johanneskirken, il ronzio monotono del generatore? Il frastuono della citt sottostante - si trattava forse di un trambusto linguistico? La tosse davanti a me, una tosse linguistica? No, era un'idea ridicola. Il mondo era il mondo, ci che toccavo e a cui mi appoggiavo, ci che respiravo e sputavo, mangiavo e bevevo, sanguinavo e vomitavo. Soltanto molti anni dopo cominciai a vedere tutto questo in modo differente. In un libro sull'arte e l'anatomia che stavo leggendo, compariva una citazione di Nietzsche che diceva che anche la fisica  soltanto un'interpretazione e un adattamento del mondo, e non una spiegazione di esso e che abbiamo assegnato al mondo un valore con l'aiuto di categorie, che valgono per un mondo puramente fittizio.
Un mondo fittizio?
S, il mondo come sovrastruttura, il mondo come spirito, senza peso e astratto, della stessa materia di cui sono intessuti i pensieri, e dunque qualcosa attraverso cui essi possono muoversi indisturbati. Un mondo che dopo trecento anni di scienza rimane privo di misteri. Tutto  spiegato, tutto  capito, tutto si trova entro l'orizzonte della conoscenza dell'essere umano, dagli elementi pi grandi, l'universo, la cui luce osservabile pi antica, il confine estremo del tutto, ha origine dalla sua nascita avvenuta quindici miliardi di anni fa, a quelli pi piccoli, i protoni, i neutroni e i mesoni del nucleo atomico. Persino i fenomeni che ci uccidono, per esempio tutti i batteri e virus che penetrano nei nostri corpi, attaccano le nostre cellule facendole crescere o morire, li conosciamo e li capiamo. Per molto tempo erano soltanto la natura e le sue leggi che venivano astratte e spiegate in questo modo, ma adesso, nell'epoca delle tempeste di immagini, non vale pi soltanto per le leggi della natura, ma anche per i suoi luoghi e gli esseri umani. L'intero mondo fisico  stato innalzato a questa sfera, tutto  stato incorporato nell'enorme regno dell'immaginario, dalle foreste pluviali del Sud America alle isole dell'Oceano Pacifico, dai deserti del Nord Africa alle citt grigie e fatiscenti dell'Europa dell'Est. I nostri pensieri sono inondati dalle immagini di luoghi dove non siamo mai stati, che eppure conosciamo, persone che non abbiamo mai incontrato, ma con cui abbiamo confidenza, e in relazione a queste immagini viviamo spesso la nostra vita. La sensazione che questo d, inducendoci a credere che il mondo sia piccolo, profondamente racchiuso su se stesso, senza aperture verso qualcos'altro,  quasi incestuosa e per quanto sapessi che fosse assolutamente falso, dato che in realt non sappiamo niente di niente, non riuscivo a liberarmene. L'anelito che avvertivo costantemente e che in alcuni giorni era cos grande da risultare quasi incontrollabile scaturiva da questo. Era in parte per alleviarlo che io scrivevo: attraverso la scrittura volevo aprire il mondo, per me stesso, ma al contempo era anche questo il motivo per cui fallivo. La sensazione di un futuro che non esiste, che sia soltanto un ripetersi quasi uguale, significa che qualsiasi utopia  priva di senso. La letteratura  sempre stata imparentata con l'utopico, cos quando l'utopia perde di significato, lo fa anche la letteratura. Quello che tentavo di fare, e che forse cercano di fare tutti gli scrittori, per quanto ne so, era di combattere la finzione con la finzione. Quello che avrei dovuto fare era accettare l'esistente, accettare lo stato delle cose, quindi sguazzare nel mondo e godermelo invece di cercare una via per uscirne, perch in quel modo avrei sicuramente vissuto una vita migliore, ma non ci riuscivo, non ero in grado, in me qualcosa si era irrigidito, era ferma in me una convinzione e anche se era essenzialistica, cio anacronistica e per giunta romantica, non ero capace di superarla per il semplice motivo che non era qualcosa che avevo elaborato con il pensiero, ma l'avevo anche vissuta attraverso quegli improvvisi stati di chiaroveggenza, che tutti conoscono, quando per qualche secondo si vede un mondo diverso da quello in cui ci si trovava un attimo prima, dove  come se il mondo si palesasse e si mostrasse per un istante prima di ricadere nuovamente in se stesso e lasciare tutto immutato...
L'ultima volta che avevo vissuto un'esperienza di quel tipo, era stato qualche mese prima sul treno dei pendolari tra Stoccolma e Gnesta. Il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino era completamente bianco, il cielo era grigio e umido, stavamo attraversando una zona industriale, vagoni ferroviari vuoti, serbatoi del gas, fabbriche, tutto era bianco e grigio, e a occidente stava tramontando il sole, i raggi rossi fluttuavano nella nebbia e il treno su cui viaggiavo non era di quelli vecchi, sferraglianti e logori che di solito percorrevano quella tratta, ma nuovo di zecca, lucido e scintillante, il sedile era nuovo, odorava di nuovo, davanti a me le porte scorrevoli si aprivano e si chiudevano senza fare attrito, e io non pensavo a niente, soltanto a quella sfera rossa che ardeva nel cielo e la gioia che mi riemp era cos acuta e mi aveva assalito in modo cos violento che non la si poteva distinguere dal dolore. Mi resi conto che quanto stavo vivendo era di enorme importanza. Enorme importanza. Quando l'attimo cess, quella percezione di significanza non scem, ma di colpo non era collocabile: per la precisione che cosa era pieno di significato? E perch? Un treno, una zona industriale, il sole, la nebbia?
Riconoscevo la sensazione, assomigliava a quella che sapevano risvegliare in me alcune opere d'arte. L'autoritratto di Rembrandt da vecchio alla National Gallery di Londra era un dipinto del genere, quello di Turner raffigurante il tramonto sul mare davanti a un antico porto, sempre nello stesso museo, il Cristo nell'orto di Getsemani di Caravaggio. Anche Vermeer suscitava in me lo stesso, cos come qualche dipinto di Claude, alcuni di Ruisdael e degli altri paesaggisti olandesi, qualcuno di J.C. Dahl, quasi tutti quelli di Hertervig... Ma nessuno dei dipinti di Rubens, n di Manet, n dei pittori francesi o inglesi del Settecento, a eccezione di Chardin, non Whistler e neppure Michelangelo e soltanto uno di Leonardo da Vinci. Quella esperienza non favoriva nessuna epoca precisa e neppure alcun pittore in particolare dal momento che poteva riguardare soltanto un unico dipinto di un artista mentre lasciava il resto delle sue opere in pace. Non aveva neanche a che fare con quella che normalmente si chiama qualit: potevo rimanere freddo davanti a quindici dipinti di Monet e percepire un calore improvviso diffondersi nel corpo davanti a un impressionista finlandese che poche persone al di fuori della Finlandia hanno sentito nominare.
Che cosa fosse in queste opere che mi impressionava a tal punto, non lo sapevo. Ma era palese che tutte fossero state dipinte prima del Novecento, nell'ambito di quel paradigma artistico che non aveva mai abbandonato del tutto il riferimento alla realt visibile. In essi esisteva sempre una certa oggettivit, cio una distanza tra la realt e la sua raffigurazione, e doveva essere in quello spazio dove accadeva, dove si manifestava quello che io vedevo, quando il mondo sembrava scaturire ed emergere dal mondo. Quando non si recepiva soltanto l'inafferrabile a esso sussunto, ma gli si arrivava molto vicino. Ci che rappresentava l'inesprimibile, che nessuna parola era in grado di raggiungere e che pertanto rimaneva sempre fuori dalla nostra portata, pur trovandosi entro i suoi limiti, perch non soltanto ci circondava, noi stessi ne eravamo parte, ne eravamo fatti.
Che l'estraneo e l'enigmatico fossero qualcosa che ci riguardasse aveva spinto i miei pensieri verso gli angeli, queste creature misteriose che non solo partecipavano del divino, ma anche dell'umano e quindi meglio di qualunque altra figura esprimevano la dualit della natura insita nell'alieno. Al contempo c'era qualcosa di profondamente insoddisfacente sia nei dipinti sia negli angeli dal momento che entrambi appartenevano in modo cos incontrovertibile al passato, o meglio a quella parte di passato che ci eravamo lasciati alle spalle, che non si adattava al mondo che ci eravamo creati, dove il grande, il divino, il solenne, il santo, il bello e il vero non costituivano pi grandezze valide, ma al contrario qualcosa di ambiguo, dubbioso o addirittura ridicolo. Ci voleva dire che l'immensit del mondo esterno, che fino all'epoca dell'Illuminismo era rappresentata dal divino, che giungeva a noi tramite la rivelazione, e che nel Romanticismo era costituita dalla natura, dove il concetto di rivelazione si manifestava attraverso il sublime, non aveva pi nessuna forma di espressione. Nell'arte il mondo esterno era sinonimo di societ, quindi delle aggregazioni umane, che con le sue concettualizzazioni e i suoi relativismi operava pienamente e totalmente nell'ambito del mondo interno. Nella storia dell'arte norvegese la rottura giunse con Munch, fu nelle sue opere che per la prima volta l'essere umano occup lo spazio intero. Mentre fino all'Illuminismo l'uomo veniva subordinato al divino e nel Romanticismo al paesaggio in cui era ritratto - le montagne sono maestose e imponenti, il mare  grande e dirompente, persino gli alberi e i boschi sono magnifici e grandiosi mentre gli esseri umani, senza eccezione, sono piccoli - in Munch avviene il contrario.  come se l'umano introiettasse tutto dentro di s, si impadronisse di ogni cosa. Le montagne, il mare, gli alberi e i boschi, tutto assume le tinte dell'umano. Non le azioni e la vita esteriore dell'uomo, ma i suoi sentimenti, emozioni e la sua vita interiore. E una volta che l'essere umano aveva preso il sopravvento, non parve pi possibile tornare indietro, come non lo fu con il Cristianesimo quando nei primi secoli della nostra epoca cominci a diffondersi e a divampare come un incendio in tutta l'Europa. In Munch gli esseri umani sono una figura, la loro vita interiore riceve una forma esteriore, fanno vacillare, tremare il mondo e una volta aperta la porta ci che rimase fu il mondo inteso come gestalt, come forma; nei pittori dopo Munch sono i colori in s, le forme stesse, non quello che rappresentano, a essere emotivamente carichi. Allora ci troviamo in un mondo figurativo dove l'espressione in s  tutto, cosa che ovviamente significa che nell'arte non esiste pi nessuna dinamica tra l'esterno e l'interno, ma solo una scissione, o per dirlo in altro modo, l'arte era un mondo a s. All'apice del Modernismo questa divisione tra arte e mondo era pressoch assoluta. Ci che veniva ammesso in questo mondo era ovviamente una questione di valutazione, e presto questo giudizio divenne il nucleo portante dell'arte, che in questo modo poteva, e fino a un certo punto fu costretta per non suicidarsi, aprirsi verso gli oggetti del mondo reale, e nello stato che noi abbiamo raggiunto adesso, dove il materiale dell'arte non ha pi nessuna importanza, tutto si basa su cosa esprime, quindi non ci che , ma ci che pensa, di quali idee  portatrice, in modo che si  rinunciato all'ultimo resto di oggettivit, all'ultimo resto di qualcosa di esterno all'umano. L'arte  diventata un letto disfatto, qualche fotocopiatrice in una stanza, una motocicletta appesa a un soffitto. E l'arte  diventata il pubblico stesso, il modo in cui reagisce, ci di cui scrive la stampa: l'artista uno che recita.  cos. L'arte non ha niente al di fuori di s, la scienza non ha niente al di fuori di s, la religione non ha niente al di fuori di s. Il nostro mondo  chiuso in se stesso, chiuso su di noi, e non esiste pi nessuna via per uscirne. Coloro che in questa situazione chiedono a gran voce una maggiore presenza dello spirito, una maggiore spiritualit, non hanno capito niente, perch il problema  che lo spirito ha preso il sopravvento su ogni cosa. Tutto  diventato spirito, persino i nostri corpi, che non sono pi corpi, ma idee sui corpi, qualcosa che si trova nel firmamento di immagini e rappresentazioni presenti in noi e sopra di noi, dove viene vissuta una parte sempre pi consistente delle nostre vite. I confini con ci che non parla a noi, l'inafferrabile, sono stati aboliti. Capiamo tutto e lo facciamo perch abbiamo ricondotto ogni cosa a noi stessi.  eclatante che tutti coloro che si sono occupati del neutro, del negativo, del non-umano nell'arte, ai nostri giorni hanno rivolto la loro attenzione alla lingua e al linguaggio,  l che hanno cercato l'incomprensibile e l'estraneo, come se si trovassero nella zona di confine delle possibilit e delle modalit espressive che descrivono l'essenza dell'umano, dunque al limite pi assoluto di quello che siamo in grado di comprendere, e questo ha in effetti una sua logica: dove altro potrebbe risiedere in un mondo che non riconosce e non legittima pi ci che si trova al suo esterno?
 in questa luce che va visto il ruolo stranamente ambiguo che ha assunto la morte. Da un lato  ovunque, siamo sommersi da notizie che la riguardano, immagini di morti: sotto questo aspetto per la morte non esistono confini,  preponderante, onnipresente, inesauribile. Ma questa  la morte intesa come rappresentazione, la morte senza corpo, la morte come pensiero e immagine, la morte come spirito. Questa morte equivale alla morte del nome, all'incorporeo a cui si fa riferimento quando si usa il nome di una persona defunta. Perch, mentre il nome, finch l'essere umano che esso denota  ancora in vita, si riferisce al corpo, ovunque quest'ultimo si trovi e indipendentemente da cosa stia facendo, il nome si separa dal corpo quando esso muore, per rimanere tra i vivi, che con il nome indicano sempre quello che era il defunto, mai ci che  adesso, un corpo che si sta putrefacendo da qualche parte. Questa componente della morte che appartiene al corpo ed  concreta, fisica, materiale, questa morte viene tenuta nascosta con una tale meticolosit da assomigliare a una specie di frenesia, e funziona, basta sentire come si esprimono di solito le persone che sono state testimoni di incidenti mortali o omicidi. Dicono tutti la stessa cosa,  stato qualcosa di assolutamente irreale, anche se quello che vogliono dire  esattamente il contrario. Era cos reale. Ma non viviamo pi in quella realt. Per noi tutto si  capovolto, per noi il reale  irreale, l'irreale reale. E la morte, la morte  l'ultima grande istanza di ci che  al di fuori. Ecco perch dobbiamo tenerla nascosta. Perch la morte  senza dubbio al di l del nome e al di l della vita, ma non  al di l del mondo.
Personalmente avevo quasi trent'anni quando vidi per la prima volta un corpo morto. Era l'estate del 1998, un pomeriggio di luglio, in una cappella a Kristiansand. Il defunto era mio padre. Era disteso su un tavolo al centro della stanza, il cielo era coperto, la luce all'interno del locale grigiastra, sul prato che si vedeva dalla finestra si muoveva lentamente un tagliaerba. Ero l insieme a mio fratello. L'impresario delle pompe funebri era uscito per permetterci di stare da soli con il morto, che fissavamo rimanendo a qualche metro di distanza. Gli occhi e la bocca erano chiusi, il busto con indosso una camicia bianca, le gambe infilate dentro un paio di pantaloni neri. Il pensiero che per la prima volta potessi scrutare indisturbato quel volto era quasi insostenibile. Mi sembrava di fare violenza su di lui. Al contempo provavo una fame, un che di insaziabile che mi costringeva a continuare a guardarlo, quel corpo privo di vita che fino a qualche giorno prima era stato mio padre. Quei tratti mi erano familiari, ero cresciuto con i lineamenti di quel viso e bench negli ultimi anni non lo avessi visto con la stessa frequenza, non passava quasi una notte senza che io non lo sognassi. Avevo dimestichezza con quei tratti, ma non con l'espressione che avevano assunto. Una tonalit scura, ingiallita della pelle unita alla perdita di elasticit dell'epidermide davano l'impressione che quel viso fosse intagliato nel legno. Quella legnosit rendeva impossibile qualsiasi sensazione di vicinanza. Non stavo pi guardando un essere umano, ma qualcosa che gli assomigliava. Allo stesso tempo era stato uno di noi, e ci che era stato allora continuava a esistere dentro di me, giaceva come un velo di vita disteso sopra la morte.
Yngve si diresse lentamente verso l'altro lato del tavolo. Non seguii i suoi movimenti, ma mi limitai a registrarli nel momento in cui alzai la testa e guardai fuori. Il giardiniere che guidava il tosaerba si girava in continuazione sul sedile per controllare se stava seguendo il bordo del tratto di prato che aveva appena tagliato. I pezzetti d'erba che non venivano catturati dalla macchina turbinavano intorno a lui librandosi nell'aria. Alcuni dovevano essere rimasti attaccati sotto l'attrezzo perch a intervalli regolari la macchina si lasciava dietro dell'erba compressa, sempre di un colore pi scuro di quella del prato da cui proveniva. Sul vialetto di ghiaia che si snodava dietro di lui c'era un piccolo corteo composto di tre persone, camminavano tutte e tre a capo chino, una indossava un cappotto rosso che risaltava sul verde del prato e il grigio del cielo. Alle loro spalle si vedeva scorrere lungo la strada una fila continua di auto dirette verso il centro.
Di colpo il ronzio del motore del tosaerba rimbomb contro la parete della cappella. L'idea provocata da quel rumore improvviso, che quel rumore avrebbe spinto mio padre ad aprire gli occhi, fu cos forte che arretrai di un passo.
Yngve mi guard abbozzando un sorriso. Credevo forse che i morti si sarebbero risvegliati? Pensavo che l'albero sarebbe ridiventato un essere umano?
Fu un momento terribile. Ma quando fin e lui, nonostante tutti i suoni e le emozioni, rimase immobile, mi resi conto che in realt non esisteva pi. La sensazione di libert che mi sal nel petto era tanto difficile da dominare quanto lo erano state le precedenti ondate di dolore, e trov lo stesso sfogo in un singhiozzo che un attimo dopo mi sfugg contro la mia volont.
Incrociai lo sguardo di Yngve e sorrisi. Venne verso di me fermandosi al mio fianco. La sua vicinanza mi riemp completamente. Ero cos felice che fosse l, e dovetti lottare per non rovinare tutto perdendo di nuovo il controllo. Bisognava pensare a qualcos'altro, dovevo fare in modo che l'attenzione si concentrasse su qualcosa di neutrale.
Si sent qualcuno armeggiare nella stanza accanto. I suoni, seppur smorzati, spezzarono l'atmosfera in cui ci trovavamo, erano estranei e sconosciuti alla mia coscienza, cos come lo sono quelli che penetrano nei sogni e che provengono dalla realt che circonda colui che sta dormendo.
Abbassai lo sguardo su pap. Le dita, che gli avevano intrecciato e appoggiato sulla pancia, la linea gialla di nicotina lungo l'indice, che sembrava scolorito in alcuni punti come avviene alla carta da parati. I solchi e le pieghe sproporzionatamente profondi della pelle che ricopriva le nocche, che adesso sembravano essere state intagliate, non create. Poi il viso. Non era limpido, perch per quanto fosse l pacifico e immobile, non era vuoto, c'erano ancora tracce di qualcosa che non avrei saputo descrivere se non ricorrendo alla parola volont. Mi resi conto di essermi sempre sforzato di stabilire quale fosse l'espressione che aveva il suo viso. Che io non l'avevo mai guardato senza cercare al contempo di interpretarlo.
Ma adesso era chiuso.
Mi girai verso Yngve.
Andiamo? disse.
Annuii.
L'impresario delle pompe funebri ci stava aspettando nella stanza accanto. Quando uscii, lasciai la porta aperta. Anche se sapevo che era irrazionale, non volevo che pap restasse l dentro da solo.
Dopo aver stretto la mano all'impresario e aver parlato brevemente di quello che sarebbe successo nei giorni antecedenti il funerale, andammo al parcheggio e ci accendemmo una sigaretta. Yngve appoggiato alla macchina, io seduto su un muretto. C'era aria di pioggia. Gli alberi del boschetto che si trovava dietro il cimitero si piegarono sotto la pressione esercitata dalla forza crescente del vento. Per qualche secondo lo stormire delle foglie copr il rumore del traffico che si snodava sull'altro versante della piana. Poi si calmarono nuovamente.
S,  stato strano, comment Yngve.
S, confermai. Ma sono contento che l'abbiamo fatto".
Anch'io. Dovevo vedere con i miei occhi per crederci".
E adesso ci credi? gli chiesi.
Sorrise.
Tu no?
Invece di ricambiare il sorriso, come avevo pensato, mi rimisi a piangere. Mi coprii il volto con la mano, chinai la testa. Fui squassato dai singhiozzi. Quando mi pass, alzai lo sguardo verso di lui con una risatina.
 come quando eravamo piccoli, dissi. Io piango e tu stai a guardare".
Sei sicuro di... esord cercando i miei occhi. Sei sicuro di riuscire a occuparti del resto da solo?
Ma certo, risposi. Nessun problema".
Posso sempre telefonare e dire che rimango qui".
Tornatene pure a casa. Faremo come stabilito".
Okay. Allora vado".
Dopo aver buttato la sigaretta, estrasse le chiavi della macchina dalla tasca. Mi alzai e mi avvicinai a lui di qualche passo, ma non tanto da creare una situazione tale da doverci stringere la mano o abbracciarci. Apr la portiera, si accomod, alz lo sguardo verso di me nel momento in cui gir la chiave e accese il motore.
Allora a presto, disse.
Ciao. Vai piano. E salutami tutti!
Chiuse la portiera, fece retromarcia, si ferm, si mise la cintura, ingran la prima e guid lentamente verso la strada principale. Cominciai a camminare dietro di lui. Di colpo si accesero le luci posteriori degli stop, fece marcia indietro.
 meglio se questa la tieni tu, disse allungando la mano fuori dal finestrino che aveva appena abbassato. Era la busta marrone che ci aveva dato quello delle pompe funebri.
Non ha senso che me la porti dietro fino a Stavanger. Meglio che rimanga qui. Okay?
Okay".
Allora ci vediamo". Il finestrino si alz nuovamente e la musica, che negli ultimi secondi si era diffusa per il parcheggio, sembr giungere all'improvviso da sott'acqua. Non mi mossi fino a quando la sua macchina non svolt sulla strada principale e scomparve. Era un impulso che mi era rimasto dai tempi dell'infanzia: la sfortuna si sarebbe abbattuta su di me se l'avessi fatto. Infilai la busta nella tasca interna del giaccone e mi avviai verso la citt.
Tre giorni prima, verso le due di pomeriggio, mi aveva telefonato Yngve. Capii subito dal tono della sua voce che era successo qualcosa di particolare e la prima cosa a cui pensai fu che adesso  morto pap.
Ciao, esord. Sono io. Chiamo per dirti che  successa una cosa. S...  successa una cosa...
S? Ero in corridoio, con una mano appoggiata alla parete, la cornetta nell'altra.
 morto pap".
Ah, dissi.
Mi ha appena chiamato Gunnar. La nonna l'ha trovato stamattina, seduto in poltrona".
Di cosa  morto?
Non lo so. Quasi sicuramente il cuore".
Nel corridoio non c'erano finestre, il lampadario era spento, cos l'unica luce presente era quella ovattata che si diffondeva dalla cucina da un lato e quella che arrivava dalla porta aperta della camera da letto dall'altro. L'immagine del volto riflesso nello specchio che stavo fissando era cupa e mi osservava come da un luogo remoto.
E adesso cosa facciamo? In concreto, intendo dire".
Gunnar si aspetta che ci occupiamo noi di tutto. Quindi dobbiamo andare l. Il pi presto possibile".
S. Avevo intenzione di partecipare al funerale di Borghild, stavo giusto uscendo. La valigia  gi pronta. Posso partire subito. Ci incontriamo direttamente l?
Per me va bene, rispose Yngve. Io comunque arrivo domani, vengo in macchina".
Domani. Fammi pensare un attimo".
Perch non vieni qui in aereo, cos possiamo andare insieme?
Buona idea. Far cos. Ti richiamo appena so con quale volo arrivo. Okay?
Okay. Allora ci vediamo".
Dopo aver riattaccato, andai in cucina, versai dell'acqua nel bollitore, presi una bustina di t dalla credenza e la misi in una tazza pulita, mi chinai sul ripiano prima di alzare lo sguardo per osservare la via senza uscita che costeggiava la casa, appena visibile sotto forma di macchie di grigio che spuntavano tra i cespugli verdi che crescevano fitti dall'estremit del piccolo giardino fino al bordo della strada. Sull'altro lato si ergevano alcune imponenti piante di latifoglie, nell'oscurit sottostante una viuzza laterale saliva verso la via principale, dove troneggiava l'ospedale di Haukeland. L'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che non ero capace di concentrarmi su ci a cui avrei dovuto pensare. Che non provavo quello che avrei dovuto sentire. Pap  morto, pensai,  un avvenimento grande e importante, dovrebbe assorbirmi completamente, invece non  cos perch me ne sto qui a guardare il bollitore e a irritarmi perch l'acqua non bolle. Me ne sto qui a guardare fuori pensando a quanto siamo stati fortunati a trovare questo appartamento, cosa che faccio ogni volta che osservo il giardino perch  la vecchia padrona di casa che se ne prende cura, invece di pensare che pap  morto, anche se  l'unica cosa che conta davvero. Deve trattarsi di una specie di choc, meditai mentre versavo l'acqua nella tazza bench non fosse ancora caldissima. Il bollitore, un modello scintillante e lussuoso, il dono di nozze di Yngve. La tazza, una gialla di Hganes, non ricordavo chi ce l'avesse regalata, soltanto che Tonje l'aveva inserita tra le cose che avrebbe desiderato ricevere. Tirai su e gi il filo della bustina un paio di volte, la gettai nel lavello, dove atterr con un leggero tonfo, poi andai in sala da pranzo con in mano la tazza. Grazie a Dio ero almeno a casa da solo!
Vagai per la stanza per alcuni minuti tentando di dare un significato al fatto che pap fosse morto, ma invano. Non ci riuscivo, non aveva senso. Lo capivo, lo accettavo, l'assurdo non era che una vita fosse stata strappata via di colpo quando avrebbe potuto continuare a esistere, ma che fosse semplicemente un fatto come tanti e non occupasse nella mia coscienza il posto che gli spettava.
Girai per la sala da pranzo con la tazza in mano, fuori la giornata era grigia e mite, il paesaggio che si abbassava gradualmente, pieno di tetti e giardini verdi e rigogliosi. Abitavamo l solo da qualche settimana, venivamo da Volda, dove Tonje aveva seguito gli studi in comunicazione radiofonica e io avevo scritto un romanzo che sarebbe stato pubblicato tra due mesi. Era la nostra prima vera casa: l'appartamento a Volda non contava, era temporaneo, questo invece era permanente, o almeno rappresentava qualcosa di stabile e durevole, il nostro focolare domestico. Le pareti odoravano ancora di vernice. Rosso sangue di bue in sala da pranzo, su consiglio della madre di Tonje, che era un'artista, ma dedicava la maggior parte del suo tempo all'arredamento e alla cucina, entrambe le cose ad alto livello - la sua casa sembrava una di quelle uscite da una rivista di arredamento e i piatti che serviva erano sempre elaborati e ricercati -, bianco guscio d'uovo nel soggiorno accanto, come in tutte le altre stanze. Ma che il nostro appartamento avesse l'aspetto di uno di quelli da rivista specializzata, questo assolutamente no, c'erano troppi mobili, poster e librerie che svelavano l'esistenza da studenti che avevamo appena abbandonato. Il romanzo l'avevo scritto vivendo con i soldi che avevo ricevuto come prestito allo studio, ufficialmente ero iscritto alla facolt di lettere, erano finiti prima di Natale, cos avevo dovuto chiedere un anticipo alla casa editrice, che era durato fino a poco tempo fa. Che pap fosse morto capitava a fagiolo, perch lui aveva soldi, doveva averli, no? I tre fratelli avevano venduto la casa in Elvegaten e poi si erano divisi il ricavato meno di due anni prima. Non poteva certo averli sperperati tutti in cos poco tempo?
Mio padre  morto, e io penso al denaro che ne ricaver.
E allora? Penso quello che penso, non posso mica farmene una colpa, no?
Posai la tazza sul tavolo da pranzo, aprii l'esile porta che dava sul balcone, uscii, mi appoggiai con le mani rigide alla ringhiera e guardai davanti a me inalando profondamente l'aria calda dell'estate, satura dei profumi delle piante, degli odori delle automobili e della citt. Un attimo dopo ero di nuovo nella sala, mi guardai intorno. Avrei dovuto mangiare qualcosa? Bere qualcosa? Uscire a comprare qualcosa?
Andai nel corridoio, poi in camera, il grande letto disfatto, all'interno la porta del bagno. Avrei potuto farmi una doccia, pensai, quello s, presto sarei partito.
Via i vestiti, avanti con l'acqua, calda, fumante, sulla testa, lungo il corpo.
Masturbarmi?
No, cazzo, pap era morto.
Morto, morto, pap era morto.
Morto, morto, pap era morto.
Neanche starmene l sotto il getto della doccia mi serv a qualcosa, chiusi il rubinetto, mi asciugai con un asciugamano di quelli grandi, mi passai un po' di deodorante sotto le ascelle, mi vestii e andai in cucina per vedere che ore erano mentre mi asciugavo i capelli con uno pi piccolo.
Le due e mezzo.
Tonje sarebbe tornata a casa tra un'ora.
Raccontarle tutto quanto partendo da zero nel momento in cui avrebbe messo piede dentro casa era qualcosa che mi sfiniva al solo pensiero, cos tornai in corridoio, lanciai l'asciugamano attraverso la porta aperta della camera da letto, sollevai la cornetta e composi il suo numero. Rispose subito.
Tonje".
Ciao Tonje. Sono io, dissi. Tutto bene?
S. Stavo rivedendo un programma, sono passata in ufficio soltanto per prendere una cosa. Ma appena ho finito, torno a casa".
Bene".
E tu cosa stai facendo? chiese.
No, niente, risposi. Ha telefonato Yngve. Pap  morto".
Cosa?  morto?!
S".
Oh, mi spiace, povero te! Oh, Karl Ove...
Sto bene. Prima o poi c'era da aspettarselo, comunque stasera vado l. Prima da Yngve e poi insieme ci andremo in macchina domani mattina".
Vuoi che venga anch'io? Posso farlo".
No, no. Devi lavorare! Rimani qui, mi raggiungi per il funerale".
Oh, povero te, ripet. Posso chiedere a qualcun altro di occuparsi dell'editing. Cos arrivo subito. Quando parti?
Non c' fretta, dissi. Parto tra qualche ora. E non  una cattiva idea starmene un po' da solo".
Sicuro?
S, s. Certo. A dire il vero non provo niente. Ma  da tempo che ne parlavamo, che sarebbe morto presto se avesse continuato cos. Quindi in un certo senso ero preparato".
Okay. Allora finisco e poi mi sbrigo a tornare. Prenditi cura di te. Ti amo".
Anch'io ti amo".
Quando ebbi riagganciato, mi venne in mente la mamma. Dovevamo dirglielo. Alzai nuovamente la cornetta e composi il numero di Yngve. L'aveva gi chiamata.
Ero seduto in soggiorno, vestito e pronto per uscire, quando sentii Tonje sulla porta. Entr nell'appartamento fresca e vivace come una brezza estiva. Mi alzai. I suoi movimenti erano affannati, lo sguardo premuroso, e mi abbracci dicendomi che sarebbe voluta venire anche lei, ma che avevo ragione, la cosa migliore era che fosse rimasta a casa, poi chiamai un taxi e rimasi con lei sulla scala davanti alla porta aspettando i cinque minuti che ci vollero prima che arrivasse. Siamo una coppia, pensai, siamo marito e moglie, mia moglie  sulla porta di casa e mi saluta con un cenno della mano augurandomi buon viaggio, pensai e sorrisi. Da dove arrivava la patina di non-vero di quella immagine? Il fatto che giocassimo a fare la coppia, marito e moglie, pi di quanto lo fossimo per davvero?
Perch sorridi?
Niente, risposi. Stavo soltanto pensando a una cosa".
Le strinsi la mano.
Eccolo, disse.
Guardai verso la fila di case. In lontananza, nero e simile a uno scarafaggio il taxi strisci su per la salita e come uno scarafaggio si ferm esitante all'incrocio prima di proseguire arrancando a destra, dove la via aveva lo stesso nome di quella in cui ci trovavamo.
Devo rincorrerlo? mi domand Tonje.
No, perch? Posso benissimo farlo io".
Presi la valigia e percorsi la scala fino ad arrivare sul ciglio della strada. Tonje mi segu.
Vado all'incrocio, dissi. Lo prendo da l. Ti chiamo stasera, okay?
Ci baciammo e quando mi girai raggiunto l'incrocio, proprio mentre il taxi arrivava in retromarcia, lei mi salut con un cenno della mano.
Knausgrd? chiese il taxista quando aprii la portiera e infilai dentro la testa.
Esatto. Devo andare a Flesland".
Salti su, ci penso io alla valigia".
Sgusciai sul sedile posteriore e mi appoggiai allo schienale. Taxi, adoravo i taxi. Non quelli che prendevo per tornare a casa quando ero ubriaco, ma quelli con cui mi recavo in un aeroporto o in una stazione. Cosa c'era di pi bello dello starsene seduti sul sedile posteriore di un taxi ed essere scorrazzati attraverso citt e periferie, diretti lontano?
Questa  una via che inganna facilmente, comment l'autista quando risal. Ho sentito dire che si divide in due, ma non c'ero mai stato di persona. In vent'anni.  proprio strano".
S, dissi.
Credo di aver girato dappertutto. Penso che mi mancasse soltanto questa".
Mi sorrise dallo specchietto retrovisore.
Va in vacanza?
No, risposi. Non esattamente. Oggi  morto mio padre. Vado a seppellirlo. A Kristiansand".
La mia risposta pose fine alla conversazione. Per tutto il tragitto rimasi immobile a guardare le case, senza pensare a niente di preciso, guardavo e basta. Minde, Fantoft, Hop. I distributori di benzina, le concessionarie d'auto, i supermercati, le ville, i boschi, i corsi d'acqua, le zone residenziali. Quando raggiungemmo l'ultimo tratto di strada, da dove potevo vedere la torre di controllo dell'aeroporto, presi la carta di credito dal taschino interno della giacca e mi sporsi in avanti in modo da leggere il tassametro. Trecentoventi corone. Non era stata una mossa molto astuta prendere il taxi, l'autobus per arrivare l sarebbe costato un decimo e se in quel momento ero a corto di qualcosa, erano proprio i soldi.
Posso avere lo scontrino? chiesi mentre gli porgevo la carta.
Ma certo, figuriamoci, disse prendendola. La pass attraverso il lettore, che subito dopo emise la ricevuta. La appoggi su un blocchetto insieme a una penna che mi porse, firmai, strapp via la copia destinata a me e me la diede.
Grazie, disse.
Grazie a lei, risposi. Prendo io il bagaglio".
Anche se la valigia era pesante, la sollevai per il manico trasportandola di peso dentro la sala delle partenze. Odiavo i trolley, innanzitutto perch erano femminili, non degni di un uomo, un uomo doveva portare le cose a mano, non trascinarle su delle rotelle, e poi perch incarnavano l'idea di qualcosa che era stato ottenuto senza fatica, una scorciatoia, il voler fare economia, di persona giudiziosa, detestavo tutto questo e cercavo di contrastarlo ovunque andassi, anche nelle situazioni meno importanti e pi insignificanti. Perch si doveva vivere in un mondo senza sentirne il peso? Eravamo forse delle immagini? E che cosa si risparmiava in realt quando si risparmiavano le forze?
Appoggiai la valigia al centro di quella piccola sala prima di studiare il tabellone delle partenze. Verso le cinque c'era un volo per Stavanger che sarei riuscito a prendere senza problemi. Ma ce n'era un altro anche verso le sei. Dal momento che adoravo starmene seduto negli aeroporti, forse ancora di pi di quanto amassi farlo nei taxi, optai per il secondo.
Mi girai verso i banchi del check-in. L'affluenza era scarsa a parte gli ultimi tre in fondo, dove la coda si snodava lunga e caotica, e a giudicare dall'abbigliamento dei passeggeri, che indossavano quasi tutti abiti leggeri, e dalla quantit di bagaglio, che era enorme, e dall'umore, che era su di giri come pu diventarlo solo dopo un paio di bicchieri, capii che stavano partendo con qualche volo charter diretto a sud. Acquistai il biglietto, feci il check-in e mi diressi verso le cabine telefoniche che si trovavano sulla parete opposta per telefonare a Yngve. Mi rispose subito.
Ciao, sono Karl Ove, dissi. Il volo parte alle sei e un quarto. Atterro a Sola alle sette e un quarto. Vieni a prendermi o cosa?
Va bene".
Novit?
No... Ho chiamato Gunnar per dirgli che arriviamo. Non sapeva altro. Pensavo di partire presto cos facciamo in tempo a passare dall'impresa di pompe funebri prima che chiudano. Domani  sabato".
S. Per me va bene. Allora a dopo".
S, a dopo".
Riattaccai, salii le scale fino alla caffetteria, comprai un caff e un giornale, trovai un tavolo da cui potevo vedere la sala sottostante, appesi la giacca allo schienale della sedia mentre lanciavo un'occhiata in giro per vedere se c'era qualcuno che conoscevo, poi mi accomodai.
Il pensiero di pap riaffiorava a intervalli regolari, come avveniva sempre da quando avevo ricevuto la chiamata di Yngve, ma senza essere collegato a sentimenti n emozioni, era e rimaneva una pura e semplice constatazione. Sicuramente perch ero preparato. Fin dalla primavera in cui si era separato da mia madre, la sua vita aveva puntato in una sola direzione. Allora non l'avevamo capito, ma a un certo punto aveva oltrepassato un limite e da quel momento in poi ci eravamo resi conto che gli sarebbe potuto capitare qualunque cosa, anche la peggiore. O la migliore, dipendeva dai punti di vista. A lungo avevo desiderato che morisse, ma a partire dal momento in cui avevo capito che la sua vita sarebbe potuta finire nel giro di poco tempo, avevo cominciato a sperare che ci avvenisse. Quando alla televisione davano la notizia di disgrazie capitate nella zona in cui abitava, fossero incendi o incidenti stradali, uomini trovati morti nei boschi o in mare, la mia reazione immediata era di speranza: forse  pap. Invece non era mai lui, se la cavava, era ancora in vita.
Fino a ora, pensai mentre guardavo le persone che si muovevano nella sala sottostante. Tra venticinque anni un terzo dei presenti sarebbe morto, tra cinquant'anni due terzi, tra cent'anni tutti. E che cosa ne sarebbe rimasto di loro, che valore avrebbe avuto la loro vita? Con le mascelle spalancate e le orbite vuote mentre giacevano da qualche parte nelle profondit della terra?
Forse era cos che sarebbe giunto il giorno del Giudizio. Quando tutti gli scheletri e i teschi che erano stati sepolti nell'arco di millenni, dal tempo in cui gli uomini vivevano sulla faccia della Terra, avrebbero raccolto le loro ossa scricchiolanti e si sarebbero alzati gemendo verso il sole, e Dio, onnipotente e immenso, li avrebbe giudicati, assiso sul suo trono celeste, circondato sopra e sotto di s da un muro di angeli. Sopra la Terra, cos verde e bella, avrebbero risuonato le trombe e da tutti i prati e le valli, da tutte le spiagge e le pianure, da tutti i mari e le acque, i morti si sarebbero alzati per comparire davanti al Signore, il loro Dio, sarebbero stati innalzati a lui, giudicati e fatti precipitare nelle fiamme dell'inferno, giudicati ed elevati alla luce del cielo. Anche coloro che erano qui in quel momento, con i loro trolley e le borse del duty-free, i loro portafogli e le loro carte di credito, le loro ascelle profumate e i loro occhiali, i loro capelli tinti e i loro deambulatori, sarebbero stati risvegliati alla vita, non sarebbe stato possibile vedere nessuna differenza tra loro e quelli che erano morti nel Medioevo o all'et della pietra, erano morti, e i morti sono i morti, e i morti saranno giudicati nell'Ultimo Giorno.
Dal fondo della sala, dove c'erano i nastri per il ritiro bagagli, arriv un corteo di circa venti giapponesi. Appoggiai la sigaretta fumante sul posacenere e bevvi un sorso di caff mentre li seguivo con lo sguardo. Quel non so che di estraneo, di esotico, che non risiedeva nel modo di vestire n nell'aspetto, ma che aveva esclusivamente a che fare con il comportamento, mi attraeva terribilmente. Abitare in Giappone, circondato da quel senso di estraneo, da tutto quello che uno vedeva, ma non capiva, ne intuiva forse il significato, senza esserne mai del tutto sicuro, era qualcosa che sognavo da tempo. Trovarsi in una casa giapponese, semplice e spartana, con le porte scorrevoli e le pareti di carta, pensate per una sobriet e un decoro profondamente sconosciuti a me e alla mia irruenza nordeuropea, sarebbe stato fantastico. Stare l a scrivere un romanzo e osservare come gli ambienti che ti circondano plasmino lentamente e in modo impercettibile la scrittura, perch il modo in cui pensiamo  strettamente collegato a quelli a noi pi vicini e di cui siamo parte, alla stessa stregua delle persone con cui parliamo e dei libri che leggiamo. Il Giappone, ma anche l'Argentina, dove l'europeo e il noto avevano acquisito una connotazione del tutto diversa, si erano evoluti in altre direzioni, e gli Stati Uniti, magari una delle cittadine nel Maine, per esempio, con la sua natura che ricordava quella della Norvegia meridionale, cosa non sarebbe potuto nascere in quei luoghi?
Posai la tazza e ripresi la sigaretta, mi voltai per guardare il gate, dove si era radunato gi un discreto numero di passeggeri anche se non erano ancora le cinque.
Ma adesso quella che contava era Bergen.
Un vento gelido mi attravers.
Pap  morto.
Per la prima volta da quando aveva telefonato Yngve, me lo vidi davanti. Non quello che era stato negli ultimi anni, ma com'era durante la mia infanzia, quando in inverno andavamo con lui sul punto pi estremo dell'isola di Tromya a pescare, quando il vento ci ululava nelle orecchie e gli spruzzi di acqua salata sembravano librarsi in aria, gli schizzi delle onde grigie, enormi che andavano a infrangersi sulla roccia sotto di noi. I capelli neri, folti, la barba nera, il volto leggermente asimmetrico coperto da piccole gocce d'acqua. L'incerata blu, gli stivali di gomma verdi.
Era questa l'immagine.
Era un classico che io me lo vedessi sempre in situazioni dove era bravo, dove si comportava bene. Che il mio subconscio scegliesse un episodio in cui i sentimenti che provavo per lui erano pieni di calore. Era un tentativo di manipolazione, palesemente volto a spianare la strada a un sentimentalismo irrazionale, che, non appena si fosse aperta la porta, sarebbe traboccato senza freni, impossessandosi di me. Era cos che lavorava l'inconscio, che sicuramente considerava se stesso come una specie di correttivo ai pensieri e alla volont, alimentando tutto quanto pareva opporsi alla razionalit dominante. Ma pap aveva avuto quello che si meritava, era un bene che fosse morto, tutto ci che era in me e diceva il contrario mentiva. E non si trattava soltanto di quello che era stato durante gli anni della mia crescita, ma anche di ci che era diventato quando a met della sua vita aveva rotto con tutto il suo passato e i suoi legami per ricominciare da capo. Perch era cambiato, anche nel modo di approcciarsi a me, ma non aveva funzionato, io non volevo avere niente a che fare neppure con la persona che era diventato. La primavera in cui aveva dato un taglio a tutto, aveva cominciato a bere, aveva continuato per tutta l'estate, era quello che facevano lui e Unni, bevevano seduti al sole, giornate lunghe e deliziose in preda ai fumi dell'alcol e quando era iniziata la scuola, avevano proseguito, ma soltanto di pomeriggio e la sera, e nei fine settimana. Si erano trasferiti nella Norvegia settentrionale, dove lavoravano insieme in una scuola e fu allora che cominciammo a intuire come stavano davvero le cose perch una volta avevamo preso l'aereo per andare a trovarli, Yngve, la sua ragazza e io, pap era venuto a prenderci in macchina, era pallido e gli tremavano le mani, non aveva detto quasi niente e quando eravamo entrati nel loro appartamento, si era scolato tre birre di fila in cucina. Fu come se fosse tornato in vita, aveva smesso di tremare, aveva preso a parlare continuando a bere. Per tutta la settimana, era febbraio e c'erano le vacanze invernali, aveva bevuto in continuazione, insistendo nel sottolineare che era in ferie visto che le scuole erano chiuse, e che ci si poteva concedere un goccetto, soprattutto l al Nord, dove l'inverno era cos buio. All'epoca Unni aspettava un bambino, quindi beveva solo lui. La primavera dello stesso anno era stato membro di una commissione d'esame nella zona di Kristiansand, e aveva invitato Yngve, la sua ragazza e me a cenare nell'albergo dove stava, il Caledonien, ma quando ci presentammo alla reception dove avremmo dovuto incontrarlo, lui non c'era. Dopo aver aspettato mezz'ora, ci eravamo rivolti all'addetto, era in camera sua, salimmo, bussammo alla porta, nessuno rispose, sicuramente stava dormendo, bussammo ancora pi forte, lo chiamammo ad alta voce, ma non ci fu nessuna reazione, ce ne andammo come eravamo venuti. Due giorni dopo il Caledonien bruci, morirono dodici persone, io, che facevo la seconda liceo, andai a guardare i lavori di spegnimento insieme a Bassen durante l'intervallo che avevamo a disposizione per pranzare. Se mio padre si fosse trovato l nel momento in cui era scoppiato l'incendio, nelle condizioni in cui era, sarebbe stato una delle vittime, questo era sicuro, avevo detto a Bassen, eppure ancora oggi n io n Yngve sapevamo che cosa gli stava succedendo, non avevamo esperienza di persone alcolizzate, non ce n'erano in famiglia e anche se capivamo che beveva, perch con il passare del tempo avevamo preso parte a molte notti passate a ubriacarsi che si risolvevano in lacrime, litigi e attacchi di gelosia, dove svaniva ogni barlume di dignit, ma non a lungo, la mattina era gi di nuovo integro, lui riusciva sempre a svolgere il suo lavoro, cosa di cui andava orgoglioso, non fummo in grado di capire che non sarebbe riuscito a smettere, e forse non voleva neppure. Adesso quella era la sua vita, era quello che faceva, anche se era nato il bambino. Riusciva a contenersi le mattine in cui andava al lavoro, dove non era mai ubriaco, affermando comunque che un paio di birre nell'arco della giornata non avevano nessun effetto negativo, guardate i danesi, bevono a pranzo e in Danimarca le cose vanno bene, no?
In inverno andavano sempre a sud e la gente si lamentava di loro con gli accompagnatori, come vidi leggendo di nascosto una lettera, una volta che ero a casa loro, riguardava una causa legale perch durante un viaggio pap aveva avuto un collasso ed era stato portato in ospedale con l'ambulanza, aveva forti dolori al petto. Al rientro aveva fatto causa all'agenzia di viaggi perch a suo avviso era stato il modo in cui era stato trattato laggi che aveva provocato l'infarto, l'agenzia gli aveva risposto seccamente che non era stato un infarto, ma un collasso dovuto all'abuso di alcol e pillole.
Dopo un po' avevano lasciato la Norvegia settentrionale per trasferirsi nuovamente in quella meridionale dove pap, ormai grasso e flaccido, con una pancia enorme, beveva tutto il tempo. Che riuscisse a mantenersi sobrio per venirci a prendere in macchina, adesso era impensabile. Divorziarono, pap and a vivere in una cittadina della Norvegia orientale, dove aveva trovato lavoro, che perse qualche mese dopo, e fu a quel punto che non gli era rimasto pi nulla - nessun matrimonio, nessuna occupazione e quasi nessun figlio, perch, bench Unni fosse felice che lui stesse con il bambino e in effetti glielo permettesse anche, seppur le cose non andarono molto bene, gli fu revocato il diritto di vedere il figlio, anche se la cosa lo lasci alquanto indifferente. Eppure and su tutte le furie, probabilmente perch si trattava di un suo diritto, e il fatto che fosse un suo diritto era qualcosa a cui adesso si attaccava in tutte le circostanze. Successero cose terribili e tutto ci che gli rimase fu l'appartamento nella Norvegia orientale, dove si rinchiudeva a bere quando non andava al pub in citt continuando a ubriacarsi anche l. Era diventato un barile e anche se la pelle era sempre abbronzata, sembrava opaca, come coperta da una patina, e con tutta quella barba, i capelli incolti e i vestiti trasandati sembrava un selvaggio che si aggirava a caccia di qualcosa da bere. Una volta scomparve di colpo, per parecchie settimane, fu come se la terra lo avesse inghiottito. Gunnar aveva telefonato a Yngve per informarlo di aver denunciato la sua scomparsa alla polizia. Quando riprese conoscenza, ci avvenne in un ospedale della Norvegia orientale. Non era in grado di camminare. La paralisi non fu permanente, ricominci a muovere le gambe e dopo alcune settimane trascorse in una clinica di disintossicazione, cominci a bere come prima.
A quell'epoca non avevo nessun contatto con lui. Invece andava a trovare la nonna sempre pi spesso e per periodi sempre pi lunghi. Alla fine si trasfer da lei e si barric in casa sua. Ammass tutte le cose che gli restavano in garage, butt fuori la badante che Gunnar aveva procurato alla nonna, che adesso non riusciva pi a farcela tanto bene da sola, e si isol del tutto. Rimase l dentro con lei fino alla sua morte. In un'occasione Gunnar aveva telefonato a Yngve raccontandogli come stavano le cose. Tra l'altro gli aveva anche riferito che una volta aveva trovato pap sdraiato sul pavimento del soggiorno. Si era rotto una gamba, ma invece di chiedere alla nonna di chiamare un'ambulanza in modo da essere ricoverato in ospedale, le aveva imposto di non dire niente a nessuno, neanche a Gunnar, e lei aveva obbedito, era rimasto sdraiato a terra circondato da piatti contenenti avanzi di cibo, bottiglie e bicchieri di birra e superalcolici che provenivano dalla sua ricca riserva personale e che la nonna gli aveva portato. Gunnar non aveva idea di quanto tempo fosse rimasto l cos, forse un giorno e una notte interi, forse due. Che avesse telefonato a Yngve per dirglielo non poteva significare altro che secondo Gunnar avremmo dovuto prendere in mano la situazione e tirarlo fuori da l perch altrimenti sarebbe morto, ne discutemmo ma decidemmo di non intervenire, che si arrangiasse da solo, vivesse la sua vita, morisse la sua morte.
Ora lo aveva fatto.
Mi alzai e andai al bancone per prendermi dell'altro caff. Un uomo con un elegante vestito scuro, la sciarpa di seta intorno al collo e la forfora sulle spalle, si stava riempiendo una tazza quando mi avvicinai. Appoggi la tazza bianca, piena fino all'orlo di caff sul vassoio rosso prima di guardarmi con espressione interrogativa mentre alzava leggermente il bricco che teneva in mano.
Mi servo da solo, grazie, gli dissi.
Come vuole, rispose, poi lo pos su una delle due piastre. Pensai che dovesse trattarsi di una persona che lavorava all'universit o che aveva un livello di istruzione accademica. La cameriera, una donna robusta tra i cinquanta e i sessant'anni, di sicuro di Bergen perch aveva quel tipo di lineamenti del viso che avevo visto ovunque in citt negli otto anni in cui ci avevo abitato, sugli autobus e nelle strade, dietro ai banconi e nei negozi, con quei capelli tinti e tagliati corti e gli occhiali dalla montatura quadrata che soltanto le donne della sua et potevano trovare belli, allung la mano quando sollevai la tazza per fargliela vedere.
Prendo dell'altro caff, spiegai.
Cinque corone, disse con un chiaro accento di Bergen. Le appoggiai sulla mano una moneta da cinque corone e ritornai al mio tavolo. Avevo la bocca secca e il cuore mi batteva forte, come se fosse agitato, ma io non mi sentivo cos, al contrario ero calmo e pesante quando mi sedetti. Presi a fissare il piccolo aereo che era stato appeso sotto l'enorme soffitto di vetro, dove la luce del giorno vi rimaneva come imbrigliata, guardai prima il tabellone delle partenze, dove adesso l'orologio segnava le cinque e un quarto, poi le persone che sotto di me si erano disposte in fila, camminavano, erano sedute a leggere il giornale, stavano in piedi a chiacchierare. Era estate, i colori degli indumenti erano chiari, i corpi abbronzati, l'atmosfera leggera, come avviene sempre l dove si riunisce la gente in procinto di partire. A volte, quando me ne stavo seduto cos, mi capitava di percepire i colori come pi chiari, le linee pi nitide, i volti pi definiti. Erano carichi di significato. Senza quel significato, cos come li avvertivo in quel momento, sarebbero stati lontani e in un certo senso vaghi, difficili da afferrare, simili a ombre, ma senza la loro oscurit.
Mi girai in direzione del gate. Uno stuolo di passeggeri che doveva essere atterrato in quel momento stava percorrendo il ponte, simile a un tunnel, che collegava l'aereo all'aeroporto. Le porte che davano sulla sala degli arrivi si spalancarono e con le giacche piegate sul braccio, le borse e i sacchetti che penzolavano contro le cosce i passeggeri fecero il loro ingresso nella hall prima di alzare le teste alla ricerca dell'insegna che indicava dove avrebbero potuto ritirare i bagagli, poi girarono a destra e sparirono.
Mi passarono davanti due ragazzi, ognuno con in mano un bicchiere di carta colmo di coca-cola e cubetti di ghiaccio. Uno dei due aveva un accenno di peluria sul labbro superiore e sul mento, poteva avere quindici anni. L'altro era pi piccolo, il volto imberbe, anche se per questo motivo non doveva essere per forza pi giovane. Il pi grande aveva le labbra tumide, che teneva socchiuse, che sommate agli occhi vuoti e inespressivi gli conferivano un'aria stupida. Il pi piccolo aveva uno sguardo pi sveglio, ma come pu averlo un dodicenne. Disse qualcosa, entrambi scoppiarono a ridere, e quando si avvicinarono al tavolo doveva aver ripetuto la battuta, perch si misero a ridere anche quelli che erano seduti l.
Rimasi meravigliato da quanto fossero piccoli, mi era impossibile immaginare che lo fossi stato anch'io quando avevo quattordici, quindici anni. Eppure dovevo esserlo stato.
Allontanai la tazza, mi alzai, appoggiai la giacca sul braccio, afferrai la valigia e mi incamminai verso il gate, mi sedetti vicino al bancone, dove una donna e un uomo in uniforme stavano lavorando ognuno al proprio computer. Mi appoggiai allo schienale e chiusi gli occhi per qualche secondo. Rividi il volto di pap. Era come se fosse rimasto l in attesa. Un giardino avvolto nella nebbia, l'erba leggermente infangata e calpestata, una scala a pioli poggiata a un albero, il viso di pap rivolto verso di me. Si aggrappa con le mani alla scala, calza un paio di stivaloni alti, indossa un maglione di lana, spesso, fatto a mano. Per terra accanto a lui ci sono due tinozze bianche, in un angolo, in cima alla scala,  appeso un secchio.
Aprii gli occhi. Quella scena mi era sconosciuta, non era un ricordo, ma se non lo era, allora che cosa era?
Oh, no, lui era morto.
Inspirai profondamente prima di alzarmi. Davanti al bancone si era formata una piccola coda, i passeggeri interpretavano ogni movimento del personale e non appena qualcosa indicava loro che si stava avvicinando il momento dell'imbarco, erano subito l con i loro corpi.
Morto.
Mi misi in fondo, dietro un uomo dalle spalle larghe, di qualche centimetro pi basso di me. Aveva i peli sulla nuca e nelle orecchie. Odorava di dopobarba. Alle mie spalle si piazz una donna. Girai leggermente la testa per darle una rapida occhiata e vidi il suo viso, che con il rossetto e il fard, l'eyeliner e la cipria scrupolosamente distribuiti, sembrava pi una maschera che il volto di un essere umano. Per aveva un buon profumo.
Il personale addetto alle pulizie, che aveva lasciato rapidamente l'aereo, stava percorrendo il tunnel. La donna in uniforme parl in un telefono, poi, dopo aver riagganciato, prese il piccolo microfono per annunciare che adesso tutto era pronto per la partenza. Aprii la tasca esterna della borsa ed estrassi il biglietto. Il cuore riprese a battere pi velocemente, come se stesse viaggiando per conto proprio. Non ce la facevo pi a starmene in piedi l cos. Ma dovevo. Cominciai a spostare il peso del corpo da una gamba all'altra, sporsi leggermente la testa in avanti in modo da poter vedere la pista dalla finestra. Pass una delle piccole vetture che trainano i carrelli dei bagagli. Un uomo con indosso una tuta e le cuffie si incammin verso l'aereo, teneva in mano quegli aggeggi simili a racchette da ping pong che si usano per dirigere i velivoli verso il posto a loro assegnato sulla pista. La fila di passeggeri cominci a muoversi in avanti. Il cuore continuava a martellare. Il palmo delle mani era sudato. Non vedevo l'ora di trovare un posto per sedermi, di starmene lass, sospeso in aria a guardare di sotto. L'uomo tarchiato davanti a me ricevette il suo pezzetto di biglietto. Porsi il mio alla donna in uniforme. Per qualche motivo mi guard dritto negli occhi quando lo prese. Era bella, di una bellezza severa, compassata, i lineamenti del viso erano regolari, il naso forse un po' troppo appuntito, la bocca sottile. Gli occhi erano chiari e azzurri, il cerchio scuro che circondava l'iride, insolitamente nitido. La penetrai per un attimo con lo sguardo prima di abbassarlo. Sorrise.
Buon viaggio, disse.
Grazie, risposi prima di seguire gli altri nel tunnel e proseguire all'interno dell'aereo, dove una hostess di mezza et salutava con un cenno del capo tutti quelli che salivano a bordo, percorsi il corridoio centrale fino a raggiungere l'ultima fila. Borsa e giacca su nel vano bagagli, gi sul sedile angusto, vai con la cintura, avanti con i piedi, indietro con il busto.
Fatto.
Il metapensiero di trovarmi su quell'aereo per andare a seppellire mio padre, mentre pensavo di trovarmi su quell'aereo per andare a seppellire mio padre, aument all'improvviso di intensit. Tutto quello che vedevo, i volti e i corpi che avanzavano lentamente lungo la cabina e infilavano il bagaglio a mano qui, si sedevano, infilavano il bagaglio a mano l, si sedevano, era seguito e accompagnato da un'ombra di riflesso che non poteva fare a meno di dirmi che stavo vedendo tutto questo mentre pensavo di vederlo, e cos via in absurdum, al contempo la presenza dell'ombra di quel pensiero, che forse sarebbe stato meglio definire uno specchio, implicava anche una critica rivolta al fatto che io non provassi niente di pi di quello che provavo. Pap era morto, pensavo - e i brandelli della sua immagine mi baluginarono davanti, come se avessi bisogno di un'illustrazione della parola pap -, e io, che sono seduto su un aereo con l'intento di andare a seppellirlo, sono freddo, impassibile davanti a tutto questo, penso mentre osservo due bambine di circa dieci anni che si siedono in una fila e quelli che devono essere la loro madre e il loro padre si accomodano sul lato opposto del corridoio centrale, e penso che penso che sto pensando. Dentro di me tutto turbinava a velocit pazzesca, niente aveva pi n capo n coda. Mi venne la nausea. Una donna infil la sua valigetta nel vano, proprio sopra il mio sedile, si tolse la giacca e ve l'appoggi sopra e dopo aver incrociato il mio sguardo mi fece un sorriso di cortesia e si sedette accanto a me. Era sulla quarantina, aveva un viso dolce, occhi caldi, capelli neri, era piccola di statura, leggermente in sovrappeso, ma non grassa. Indossava una specie di completo, cio pantaloni e giacca dello stesso colore e dello stesso taglio, come  che si chiamava quello che portavano le donne? Tailleur? E una camicetta bianca. Tenevo lo sguardo dritto davanti a me, ma la mia attenzione non era rivolta a quello che stavo vedendo di fronte a me, ma a quello che registravo con la coda dell'occhio, era l che io mi trovavo, pensai, e la guardai. Doveva aver avuto in mano un paio di occhiali che prima non avevo notato, perch adesso se li infil, appoggiandoli sulla punta del naso e apr il libro.
C'era qualcosa in lei che mi ricordava un funzionario di banca. Non la dolcezza, n tanto meno il suo biancore. Le sue cosce, che sembravano espandersi oltre la stoffa dei pantaloni quando venivano premute contro il sedile, come dovevano risultare candide al buio di una camera d'albergo a notte fonda?
Cercai di deglutire, ma avevo la bocca cos asciutta che quel poco di saliva che riuscii a raccogliere non era sufficiente a superare il passaggio che portava alla gola. Un nuovo passeggero si ferm accanto alla nostra fila, un uomo di mezza et, smorto e arcigno e magro, con indosso un completo grigio, si accomod nel sedile accanto al corridoio senza guardare n me n lei. Boarding completed, esclam una voce dagli altoparlanti. Mi chinai leggermente in avanti per riuscire a vedere il cielo che sovrastava l'aeroporto. A ovest lo strato di nubi si era squarciato e una macchia di bosco, formato da alberi dal fusto corto, venne illuminata dal sole, scintillava di un verde quasi brillante. Rombarono i motori. Il finestrino vibr debolmente. La donna seduta accanto a me aveva appoggiato un dito tra le pagine del libro e guardava fisso davanti a s.
Pap aveva sempre avuto paura di volare. Erano le uniche volte che lo avevo visto bere durante la mia infanzia. Di solito si guardava bene dal prendere l'aereo, se dovevamo andare da qualche parte ci spostavamo in macchina, quasi indipendentemente dalla distanza da percorrere, ma ogni tanto gli toccava e allora ingurgitava tutto quello che trovava di alcolico al bar dell'aeroporto. Erano tante le cose che evitava di fare, ma all'epoca non ci avevo mai pensato, n notato perch le azioni compiute da una persona mettono in ombra quelle che non compie, e non era facile accorgersi di quello che pap non faceva, anche perch non c'era in lui niente di nevrotico. Per non andava mai dal parrucchiere, si tagliava sempre i capelli da solo. Non prendeva mai l'autobus. Non faceva quasi mai la spesa nei negozi vicino a casa, ma sempre nei grandi supermercati alla periferia della citt. Tutte queste erano situazioni in cui poteva entrare in contatto con le persone, o essere visto, e anche se faceva l'insegnante di mestiere, e quindi parlava ogni giorno davanti a una classe e a intervalli regolari convocava i genitori e colloquiava quotidianamente con i suoi colleghi in sala professori, evitava sistematicamente quelle situazioni di carattere sociale. Che cosa avevano in comune? L'inclusione in una comunit di persone che si basava unicamente sulla casualit? Che in quelle occasioni veniva visto dagli altri sotto qualche forma che non poteva controllare? Che si sentiva vulnerabile quando era seduto sul sedile di un autobus, sulla poltrona del parrucchiere, in piedi davanti alla cassa del supermercato? Probabilmente era cos. Ma allora non ci facevo caso. Soltanto tanti, tanti anni dopo realizzai di non aver mai visto pap seduto su un autobus. Che non partecipasse mai agli eventi sociali connessi alle attivit che svolgevamo io e Yngve non era neanche quello qualcosa di strano. Una sola volta venne a una festa di fine anno scolastico, si era seduto accanto alla parete per assistere alla recita che avevamo preparato dove io interpretavo il ruolo principale, purtroppo senza avere studiato per bene la parte, visto il successo ottenuto l'anno prima ero affetto dalla presunzione tipica dei bambini piccoli, non avevo bisogno di imparare tutte le battute a memoria, sarebbe andata bene comunque, avevo pensato, ma quando mi trovai sul palco, probabilmente influenzato anche dalla presenza di mio padre, non ricordavo neppure una riga di quello che dovevo dire e la maestra fu costretta a suggerirmi tutto quel lungo testo che parlava di una citt, di cui secondo il copione ero il sindaco. Mentre tornavamo a casa in macchina, mi disse che non si era mai sentito cos imbarazzato in tutta la sua vita e che quella era l'ultima volta che prendeva parte alle mie feste di fine anno scolastico. Mantenne la promessa. Non venne mai neppure alle innumerevoli partite di calcio che giocai durante la mia giovinezza, non era mai tra i genitori che ci accompagnavano in macchina quando giocavamo in trasferta, n tra quelli che vedevano la partita quando giocavamo in casa, e ancora una volta non mi sembrava una cosa strana n reagivo in alcun modo perch mio padre era fatto cos e molti padri erano come lui, eravamo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta, quando il fatto di essere padre comportava qualcosa di diverso e di pi circoscritto di adesso, almeno dal punto di vista pratico.
S invece, una volta mi aveva visto.
Era stato l'inverno in cui frequentavo la nona. Mi stava accompagnando al campo di Kjevik, lui avrebbe proseguito per Kristiansand, avevamo una partita di allenamento contro una delle squadre che venivano da qualche paese dell'interno. Come sempre sedevamo in macchina in silenzio, lui con una mano sul volante e il braccio appoggiato contro il finestrino, io con le mani in grembo. Folgorato da un'intuizione improvvisa, gli avevo chiesto se voleva vedere la partita. No, non poteva, doveva andare a Kristiansand. Tanto non ci contavo neanche, avevo replicato. Nelle mie parole non c'era delusione, neppure una specie di esortazione, niente che potesse far pensare che ci tenevo davvero che vedesse la partita, che oltretutto non era importante, ma era una semplice constatazione, sapevo che comunque non l'avrebbe fatto. Quando stava per finire il secondo tempo, di colpo vidi la sua macchina parcheggiata ai margini della linea laterale del campo tra i cumuli di neve alti parecchi metri. Intravidi vagamente la sua sagoma scura dietro il parabrezza. Quando mancavano soltanto pochi minuti alla fine della partita, ricevetti un passaggio laterale perfetto da parte di Harald, mi trovavo davanti alla porta, dovevo soltanto stendere il piede, e cos feci, ma era quello sinistro, con cui non avevo molta sensibilit, quindi colpii il pallone leggermente di traverso, il tiro fin fuori. Mentre seduti in macchina tornavamo a casa, comment l'episodio. Non hai fatto gol quando ne avevi l'occasione, disse. Avevi una grossa opportunit di segnare. Non pensavo che te la saresti bruciata. No, risposi. Comunque abbiamo vinto lo stesso. Quanto? chiese. Due a uno, dissi lanciandogli una breve occhiata perch volevo che mi chiedesse chi aveva realizzato le due reti. Per fortuna lo fece. E tu hai fatto gol? domand. S, tutti e due.
Con la fronte appoggiata al finestrino, nel momento in cui l'aereo si ferm in fondo alla pista di decollo e i motori presero a rombare al massimo della potenza, scoppiai a piangere. Le lacrime sgorgavano dal nulla, me ne resi conto quando spuntarono,  da idioti, pensai,  sentimentale,  stupido. Ma non serv a nulla, ero penetrato in qualcosa di morbido, indefinito, privo di confini e non riuscii a uscirne prima che l'aereo decollasse qualche minuto dopo e rimbombando cominciasse a salire. In quell'istante, con la mente di nuovo lucida, chinai la testa sulla maglietta e mi strofinai gli occhi con il lembo che stringevo tra il pollice e l'indice, poi rimasi seduto a lungo a guardare fuori finch non avvertii che la donna seduta accanto a me non era pi guardinga nei miei confronti. Mi lasciai andare sul sedile e chiusi gli occhi. Ma non era finita. Lo sentivo, quello era solo l'inizio.
Non era trascorso molto tempo da quando l'aereo si era raddrizzato dopo il decollo, ma adesso ricominci a puntare il muso verso il basso per iniziare le manovre di atterraggio. La hostess si affannava su e gi per il corridoio con il suo carrello per riuscire a servire t e caff a tutti. Il paesaggio sottostante, che all'inizio consisteva unicamente di singoli riquadri visibili attraverso i rari squarci che si aprivano tra la coltre di nubi, aspro e bello con le sue isole verdi e il mare blu, i fianchi ripidi delle montagne e gli altopiani innevati, a poco a poco venne come cancellato e smorzato mentre le nuvole sparivano, fino a quando all'improvviso apparve quello piatto e dominante che caratterizzava la contea di Rogaland. Dentro di me tutto era in movimento. Ero pervaso da ricordi che non sapevo di possedere, turbinanti e caotici mentre io cercavo nel frattempo di uscirne perch non volevo starmene l seduto a piangere e ad analizzare tutto il tempo quello che accadeva, ma non avevo chance. Me lo rividi davanti agli occhi una volta che eravamo andati a sciare insieme a Hove, dove scivolavamo dentro e fuori tra gli alberi del bosco e da ogni radura era possibile vedere il mare, grigio, pesante, immenso, o sentirne l'odore, l'odore di sale e di alghe che sembrava impregnare l'aria accanto a quello della neve e degli abeti, pap dieci metri davanti a me, forse venti, perch anche se la sua attrezzatura era nuova, dagli attacchi Rottefella agli sci Splitkein, alla giacca a vento blu, non era capace di sciare, arrancava incerto, quasi come un vecchio, senza equilibrio, senza fluidit, senza spinta in avanti e se c'era qualcosa che non volevo assolutamente era essere collegato a quel personaggio, per questo mi tenevo sempre a debita distanza e gli stavo dietro, con la testa piena di pensieri che riguardavano me stesso e il mio stile, che, ne ero convinto, un giorno mi avrebbero portato lontano. Per dirla in breve, mi vergognavo di lui. Che avesse comprato tutta quella attrezzatura da sci e ci avesse portato fin l, all'estremit dell'isola di Tromya, per avvicinarsi a me, a quell'epoca non potevo immaginarmelo, ma adesso, seduto con gli occhi chiusi e facendo finta di dormire, mentre dagli altoparlanti giungeva la comunicazione di allacciarsi le cinture di sicurezza e raddrizzare lo schienale, quel pensiero mi provoc un altro attacco di pianto e quando ancora una volta appoggiai la testa contro la parete dell'aereo per cercare di nasconderlo, lo feci senza molta convinzione perch tanto i passeggeri seduti accanto a me dovevano aver capito gi al momento del decollo di essere finiti accanto a un giovane che non faceva altro che piagnucolare. Sentivo un nodo in gola, mi bruciava, avevo perso il controllo, tutto fluiva confusamente dentro di me, ero come spalancato, ma non verso il mondo esterno, che intravedevo a malapena, ma verso quello interiore, dove le emozioni e i sentimenti avevano ormai il potere assoluto. L'unica cosa che riuscivo a fare per mantenere l'ultima parvenza di dignit fu di non emettere nessun suono. Non un singhiozzo, non un sospiro, non un lamento, non un gemito. Solo le lacrime che mi rigavano il viso, e la faccia che si contraeva in una smorfia ogni volta che la consapevolezza che pap era morto si acuiva ulteriormente.
Ohh.
Ohh.
Poi all'improvviso mi rasserenai, era come se tutta quella sensazione di morbido e indefinito che mi aveva sopraffatto negli ultimi quindici minuti si fosse ritirata, simile alla marea, e l'enorme distacco che provai in quel momento verso di essa mi fece scoppiare in una risatina.
Eh eh eh, usc dalla mia bocca.
Alzai l'avambraccio per strofinarmi gli occhi. Il pensiero che la donna seduta accanto a me avesse visto il mio viso bagnato di lacrime e perennemente contratto da smorfie e che ora mi sentiva ridere all'improvviso mi provoc un nuovo attacco di risa.
Ah ah ah. Ah ah ah".
La guardai. Non distolse lo sguardo, sempre fisso sulla pagina del libro che teneva davanti a s. Proprio dietro di noi due hostess si accomodarono sui due piccoli sedili pieghevoli prima di allacciarsi le cinture di sicurezza intorno alla vita. Fuori dai finestrini c'era il sole e tutto era verde. L'ombra che ci seguiva a terra si avvicin sempre pi, un po' come un pesce che veniva attirato nella rete, fino a quando, nell'attimo in cui le ruote toccarono il suolo, arriv fin sotto la fusoliera, dove rimase come inchiodata durante tutte le operazioni di atterraggio.
Intorno a me la gente cominci ad alzarsi. Inspirai profondamente. La sensazione di essermi finalmente liberato la mente era forte. Non ero contento, ma sollevato, come sempre avviene quando qualcosa di pesante molla inaspettatamente la presa. Dopo averlo richiuso, la donna accanto a me si alz con il libro in mano, e soltanto in quel momento ebbi la possibilit di vedere cosa stesse leggendo prima che, piazzatasi nel corridoio, si sollevasse sulla punta dei piedi per arrivare al vano bagagli. La donna e la scimmia di Peter Heg. Lo avevo letto. L'idea era buona, ma la realizzazione scadente. In circostanze normali avrei avviato una conversazione con lei sul libro? Adesso che mi si presentava cos facilmente l'occasione? No, non l'avrei fatto, ma sarei rimasto seduto a pensare che invece avrei dovuto. Mi ero mai messo a parlare con uno sconosciuto?
No, mai.
E niente mi induceva a pensare che sarebbe mai successo.
Mi chinai in avanti per vedere fuori dal finestrino, osservare l'asfalto polveroso, come avevo fatto una volta, vent'anni prima, con l'intento strano, ma chiaro, che avrei ricordato per sempre quello che avevo visto allora. A bordo di un aereo come adesso, all'aeroporto di Sola come ora, ma quella volta diretto a Bergen, per proseguire poi per Srbvg dai miei nonni materni. Ogni volta che prendevo l'aereo, mi riaffiorava alla mente quel ricordo che avevo impresso con tale forza dentro di me che con esso si apriva anche il romanzo che avevo appena finito di scrivere e che adesso si trovava nella valigia, nella stiva sotto di me, sotto forma di un manoscritto di seicentoquaranta pagine, di cui dovevo leggere le bozze entro una settimana.
Quella almeno era una buona cosa.
Non vedevo l'ora di incontrare Yngve. Dopo che aveva lasciato Bergen per trasferirsi prima a Balestrand, dove aveva conosciuto Kari Anne, con cui aveva avuto un figlio, e poi a Stavanger, dove ne avevano avuto un secondo, il nostro rapporto era cambiato, non era pi uno che passavo a trovare quando non avevo niente altro da fare, con cui mi recavo nei caff o ai concerti, ma una persona che andavo a trovare di tanto in tanto per qualche giorno di fila, con tutto quello che implicava il fatto di partecipare alla vita di una famiglia che aveva un'esistenza propria. Ma mi piaceva, mi era sempre piaciuto pernottare a casa di altre famiglie, avere una camera tutta per me, con il letto appena rifatto, piena di oggetti estranei, dove trovavo gli asciugamani puliti e poi da l entrare direttamente nella loro vita intima, bench ci fosse in questo sempre qualcosa di spiacevole, indipendentemente da chi andassi a trovare, perch anche se ci sono degli ospiti e quindi si cerca sempre di stemperare e allontanare le tensioni, rimangono sempre percepibili e uno non pu mai sapere se sono causate dalla sua presenza o se sono qualcosa che esisteva gi da prima e che la visita di un ospite contribuisce ad attenuare. Una terza possibilit era ovviamente che tutte queste tensioni fossero solo tensioni, qualcosa che c'era soltanto nella mia testa.
Il corridoio si era svuotato e io mi alzai, presi la borsa e la giacca e mi avviai verso l'uscita, lasciai la cabina e percorsi il tunnel che portava alla sala arrivi, che era piccola, eppure allo stesso tempo impossibile da tenere sott'occhio con quella confusione di gate, chioschi e caff, passeggeri in partenza e in arrivo che affluivano di continuo, stavano in piedi, erano seduti, mangiavano e leggevano. Ero in grado di riconoscere subito Yngve in mezzo a qualsiasi folla e non avevo bisogno di vedere il suo viso per identificarlo, era sufficiente la nuca o una spalla, o forse neanche questo, perch c' un qualcosa nel modo in cui si accolgono e percepiscono le persone con cui si  cresciuti, che ci sono state cos vicine negli anni quando ci si forma o emerge il carattere, lo si fa in maniera diretta, senza l'aiuto di pensieri che fungano da intermediari. Quasi tutto quello che si sa sul proprio fratello avviene in modo intuivo. Non sapevo mai cosa pensava Yngve, capivo di rado il perch di certi suoi comportamenti, probabilmente non condividevo molte delle sue opinioni, in quei casi potevo soltanto tirare a indovinare e sotto questo punto di vista era un estraneo come tutti gli altri. Ma io conoscevo il linguaggio del suo corpo, la sua mimica, il suo odore, avevo dimestichezza con tutte le sfumature della sua voce e, soprattutto, sapevo da dove veniva. Non ero in grado di esprimere tutto questo a parole e raramente erano pensieri che mi occupavano la mente, eppure era tutto dentro di me. Quindi non avevo bisogno di cercare con lo sguardo al di l dei tavoli della pizzeria, non dovevo farlo scorrere tra i volti delle persone sedute davanti ai gate o che andavano su e gi per la hall, perch una volta messo piede in quell'atrio, sapevo dov'era. Sbirciai da quella parte, verso la facciata di quel pub fintovecchio, finto-irlandese, dove in effetti si trovava, a braccia conserte, con indosso un paio di pantaloni verdastri, ma non militari, una maglietta bianca con l'immagine dei Sonic Youth Goo, un giubbotto di jeans blu chiaro e un paio di scarpe marrone scuro della Puma. Non mi aveva ancora visto. Gli osservai il viso, con cui avevo pi familiarit di qualsiasi altra cosa. Gli zigomi alti li aveva presi da pap e anche la bocca leggermente storta, ma la forma del volto era diversa e anche gli occhi, che assomigliavano di pi ai miei e a quelli della mamma.
Gir la testa e incroci il mio sguardo. Stavo per sorridere, ma in quel momento le mie labbra si contorsero e con una forza che mi fu impossibile contrastare riaffiorarono dentro di me i sentimenti di prima che si espressero esternamente sotto forma di un singhiozzo, poi mi misi a piangere. Feci per sollevare il braccio verso il viso, lo riabbassai, arriv una nuova ondata, la faccia mi si distorse nuovamente. Non dimenticher mai gli occhi di Yngve in quel momento. Mi guard incredulo. Nel suo sguardo non c'era nessuna condanna, nessun giudizio, era come se stesse assistendo a qualcosa che non era in grado di capire e a cui non era affatto preparato.
Ciao, dissi tra le lacrime.
Ciao, rispose. Ho la macchina qui sotto. Andiamo via subito?
Annuii e lo seguii gi per le scale, attraverso la sala d'ingresso e nel parcheggio. Non saprei dire se fosse stato per l'aria particolarmente pungente della Norvegia occidentale, sempre presente indipendentemente da quanto caldo facesse e che l si avvertiva molto di pi, visto che prima avevamo camminato all'ombra di una grossa tettoia, che contribu a schiarirmi la mente, o se fosse dovuto all'imponente sensazione di spazio che suscitava il paesaggio, fatto sta che mi era passato tutto quanto quando ci fermammo davanti alla sua macchina e Yngve, adesso con indosso gli occhiali da sole, si chin per infilare la chiave nella serratura dalla parte del conducente.
Hai solo quel bagaglio l? domand accennando con la testa alla mia borsa.
Cazzo, esclamai. Aspettami qui. Vado a prendere la valigia".
Yngve e Kari Anne abitavano a Storhaug, un quartiere alla periferia di Stavanger, in fondo a una serie di villette a schiera, dove sul lato opposto c'era una strada e dietro di essa un bosco, che terminava ai piedi di un fiordo qualche centinaio di metri pi sotto. Nelle vicinanze c'era anche una zona di casette che venivano occupate durante il tempo libero e dove era possibile tenere un piccolo orto. Dietro quest'area ce n'era un'altra residenziale dove abitava Asbjrn, un vecchio amico di Yngve, con cui aveva appena avviato uno studio di design e grafica. Il loro ufficio si trovava nella soffitta, dove c'erano tutte le attrezzature che avevano comprato e che al momento stavano imparando a usare. Nessuno di loro aveva fatto studi in quel campo, a parte i corsi di scienze della comunicazione all'Universit di Bergen, e non conoscevano neppure qualcuno di spicco che operava in quel settore. Eppure erano l, seduti dietro i loro potenti Mac intenti a lavorare ai pochi incarichi che avevano ricevuto finora. Un manifesto per il festival di Hundevg, qualche brochure e alcuni volantini, per il momento era tutto. Avevano puntato tutto su un'unica carta e per quanto riguardava Yngve lo capivo: finiti gli studi aveva lavorato per qualche anno come consulente alla cultura per il comune di Balestrand e quell'esperienza non gli aveva di certo spianato la strada. Ma era un'impresa rischiosa, l'unica cosa su cui potevano fare affidamento era il proprio gusto, che in compenso era sicuro e con il tempo si era fatto pure sofisticato, allenato e raffinatosi come era grazie ai venti anni di contatti con le diverse espressioni della cultura pop, dai film alle copertine dei dischi, dai vestiti alle canzoni, dalle riviste ai libri di fotografia, dal pi sconosciuto e oscuro a quanto c'era di pi commerciale, sempre con l'intento di distinguere quello che valeva da quello che non lo era, cosa che riguardava sia tutto ci che era stato sia tutto quello che nasceva e li circondava in quel momento. Un giorno che eravamo da Asbjrn, ricordo, e avevamo bevuto per tre giorni di fila, Yngve ci aveva fatto sentire i Pixies, una nuova band americana allora del tutto sconosciuta. Asbjrn, che era sdraiato sul divano, si era scompisciato dalle risate perch quello che stavamo ascoltando era una bomba. Fantastici! aveva gridato tra la musica assordante. Ah ah ah! Ah ah ah! Stupendi! Quando all'et di diciannove anni mi trasferii a Bergen, uno dei primi giorni lui e Yngve vennero a trovarmi nella camera che avevo preso in affitto e n l'immagine di John Lennon, che avevo appeso sopra la scrivania, n il poster raffigurante un campo di grano, dove il piccolo tratto erboso in primo piano brillava in modo cos intenso e miracoloso, n il manifesto del film The Mission con Jeremy Irons superarono l'esame del loro sguardo. Non andava. La foto di Lennon era una reminescenza dell'ultimo periodo del liceo, dove io insieme a tre altri discutevo di letteratura e politica, ascoltavo musica, guardavo film e bevevo vino, lodavo l'interiorit mentre prendevo le distanze dall'esteriorit ed era come se l'apostolo della vita interiore Lennon fosse appeso in camera mia, anche se in realt, fin da piccolo, avevo sempre preferito il sentimentalismo zuccheroso di McCartney. Ma l i Beatles non erano assolutamente un punto di riferimento, in nessuna circostanza e non pass molto tempo prima che la foto di Lennon sparisse dalla parete. Ma la sicurezza che mostravano nei loro gusti non riguardava soltanto la cultura pop: fu Asbjrn a consigliarmi per primo Thomas Bernhard, aveva letto Cemento pubblicato nella serie Vita dalla Gyldendal dieci anni prima che tutti gli appassionati di letteratura norvegesi cominciassero a parlare di lui mentre io, ricordo, non riuscivo a capire il motivo per cui Asbjrn fosse cos attratto da quell'autore austriaco e soltanto dieci anni dopo, insieme al resto della Norvegia letteraria, scoprii la sua grandezza. Il fiuto era la pi grande dote di Asbjrn, non avevo mai conosciuto nessuno che possedesse un gusto cos sicuro e deciso come lui, ma a che cosa poteva servire d'altro oltre a essere il perno su cui ruotava una vita da studenti? L'essenza del fiuto  giudicare, per giudicare bisogna trovarsi al di fuori e non  l che si creano le cose. Yngve era invece pi addentro, suonava la chitarra in una band, componeva i suoi pezzi e ascoltava la musica partendo da quel presupposto, inoltre possedeva un lato analitico, accademico, che Asbjrn non aveva al suo stesso livello, n tantomeno utilizzava. Sotto molti aspetti per loro due la grafica era perfetta.
Il mio romanzo era stato accettato pi o meno in contemporanea a quando avevano dato vita alla loro ditta, e altre possibilit oltre a quella di creare la copertina in modo da compiere un primo passo nel mondo dell'editoria non ne avevano. Ovviamente la casa editrice non la vedeva cos. Il redattore, Geir Gulliksen, mi aveva detto che avrebbe contattato uno studio grafico chiedendomi anche se avevo qualche idea sulla copertina. Avevo risposto che avrei voluto farla fare a mio fratello.
Tuo fratello?  un designer?
Be', ecco, ha appena iniziato. Ha avviato uno studio a Stavanger insieme a un amico. Sono bravi, te lo garantisco".
Facciamo cos, aveva replicato Geir Gulliksen. Preparano una bozza e noi la valutiamo. Se  buona, non ci sono problemi".
E fu cos. Andai da loro a giugno, con me avevo un libro degli anni cinquanta sui viaggi nello spazio, era appartenuto a pap ed era pieno di illustrazioni intrise dello stile futuristico e ottimista che aveva caratterizzato quel decennio. Avevo anche pensato di usare una specie di giallo crema, che avevo visto sulla copertina de Il mondo di ieri di Stefan Zweig. Inoltre Yngve si era procurato un paio di immagini di dirigibili, che a mio avviso erano adatte al libro. Cos si sedettero in soffitta nelle loro poltrone da ufficio nuove fiammanti, con fuori un sole cocente, a preparare degli schizzi mentre io, seduto dietro di loro, sbirciavo il loro lavoro. La sera bevevamo birra e guardavamo i campionati del mondo di calcio. Ero felice e ottimista perch dentro di me era forte la sensazione che si fosse chiusa un'epoca e ne fosse iniziata una nuova. Tonje, che aveva appena terminato gli studi, aveva trovato lavoro presso la sezione regionale della contea di Hordaland dell'emittente radiotelevisiva di stato Nrk, io avrei esordito con un romanzo, ci eravamo trasferiti di recente nel nostro primo vero appartamento a Bergen, la citt dove ci eravamo conosciuti. Yngve e Asbjrn, che avevo frequentato per tutto il tempo dell'universit, avevano iniziato un'attivit in proprio e il loro primo vero lavoro era la copertina del mio libro. Tutto era carico di possibilit, tutto era proiettato in avanti e probabilmente doveva essere la prima volta che nella mia vita avveniva una cosa del genere.
Il risultato di quei giorni fu buono, avevamo sei, sette proposte interessanti, ero soddisfatto, invece loro volevano provare con qualcosa di diverso e Asbjrn si present con un sacchetto pieno di riviste fotografiche americane che ci mettemmo a studiare. Mi mostr alcuni scatti di Jock Sturges, erano davvero unici, non avevo mai visto niente di simile e scegliemmo una foto, quella di una bambina dalle membra lunghe e sottili, che aveva dodici, forse tredici anni, e stava in piedi nuda con le spalle girate mentre guardava un corso d'acqua. Era un'immagine molto bella, ma anche carica di tensione, pura, ma minacciosa, di una qualit quasi iconica. In un'altra rivista trovammo una pubblicit dove la scritta bianca era stata inserita in due strisce, o riquadri, blu: decisero di rubare quell'idea, ma di farla in rosso, e mezz'ora pi tardi Yngve aveva la copertina pronta. La casa editrice ricevette cinque proposte differenti, ma non avevano dubbi, quella che si ispirava a Sturges era la migliore e quando il libro sarebbe uscito, qualche mese dopo, avrebbe avuto in copertina quella ragazzina. Questo significava andare a cercare guai, Sturges era un fotografo controverso, la sua casa era stata messa sottosopra dagli agenti del FBI, avevo letto, e se cercavo il suo nome in rete, alcuni dei link portavano sempre a siti contenenti pornografia infantile. Ma era anche vero che non avevo mai visto nessun fotografo, neppure Sally Mann, riprodurre con tanta incisivit e capacit espressiva la ricchezza contenuta nel mondo dei bambini. Quindi ne ero contento. Anche perch era opera di Yngve e Asbjrn.
Mentre ci allontanavamo in macchina da Sola in quella strana sera di venerd, non dicemmo molto. Parlammo appena delle questioni pratiche che ci aspettavano, il funerale, di cui n io n Yngve avevamo esperienza. Il sole basso arroventava i tetti delle case davanti a cui passavamo. Il cielo l era alto, il paesaggio piatto e verde, e tutto quello spazio mi dava un senso di desolazione, cosa che neppure il pi grosso agglomerato urbano era in grado di colmare. Piccole erano le persone che vedevamo, mentre aspettavano davanti alla fermata l'autobus che li avrebbe condotti in citt, mentre pedalavano lungo la strada curve sul manubrio, mentre sedute su un trattore attraversavano un campo, mentre uscivano da una stazione di servizio con un hot dog in una mano e una bottiglietta di coca-cola nell'altra. Anche in centro la citt era desolata, le vie erano vuote, la giornata era finita e la sera non era ancora cominciata.
Yngve aveva messo nello stereo della macchina il cd di Bjrk. Fuori dai finestrini i negozi e gli uffici si fecero sempre pi rari, le case sempre pi numerose. Piccoli giardini, siepi, alberi da frutto, bambini in bicicletta, bambini che saltavano la corda.
Non so perch prima mi sono messo a piangere, esclamai. Ma quando ti ho visto, mi ha preso un qualcosa. Di colpo mi sono reso conto che era morto".
S... disse Yngve. Non so se io l'ho ancora capito".
Scal la marcia mentre imboccavamo la curva prima di affrontare l'ultima salita. A destra c'era un piccolo parco giochi, due bambine erano sedute su una panchina e avevano in mano qualcosa che sembravano delle carte da gioco o delle figurine. Un po' pi in alto, sull'altro lato della strada, vidi il giardino che si trovava davanti alla casa di Yngve. Era vuoto, ma la porta scorrevole del soggiorno era aperta.
Eccoci, comment Yngve entrando lentamente nel garage.
La valigia la lascio qui in macchina, dissi. Tanto domani andiamo via presto".
La porta di casa si apr e Kari Anne usc con in braccio Torje. Ylva era in piedi accanto a lei, avvinghiata alla sua gamba, mi guardava mentre io, chiusa la portiera, mi stavo dirigendo verso di loro. Kari Anne sporse la testa prima di stringermi con un braccio, la abbracciai, arruffai i capelli di Ylva.
Mi dispiace per vostro padre. Condoglianze".
Grazie, risposi. Ma non  stata certo una sorpresa".
Dopo aver richiuso con forza il bagagliaio, Yngve venne verso di noi con due sacchetti di plastica. Doveva aver fatto la spesa mentre mi veniva a prendere all'aeroporto.
Entriamo, disse Kari Anne.
Annuii prima di seguirla in soggiorno.
Mmm, che profumino, commentai.
 quello che preparo di solito. Spaghetti con prosciutto e broccoli, spieg.
Mentre teneva Torje con un braccio, con la mano libera tolse una pentola dal fornello, lo spense, si chin e prese uno scolapasta dalla credenza. Yngve entr in quel momento, appoggi le borse sul pavimento e cominci a ritirare la spesa. Ylva, che era completamente nuda a parte il pannolino, era immobile al centro della stanza e guardava un po' loro un po' me. Poi corse verso il lettino delle bambole che si trovava accanto alla libreria, ne prese una e venne verso di me tenendola in mano con le braccia tese.
Che bella bambola che hai, dissi inginocchiandomi davanti a lei. Posso vederla?
Se la strinse al petto con un'espressione decisa dipinta sul viso prima di girarsi a met.
Su, fai vedere la bambola a Karl Ove, intervenne Kari Anne.
Mi alzai.
Vado fuori a fumarmi una sigaretta, se per voi va bene".
Vengo anch'io, disse Yngve. Finisco di mettere a posto e ti raggiungo".
Uscii dalla porta aperta della veranda, la richiusi e andai a sedermi su una delle tre sedie di plastica bianca che c'erano l fuori sul lastricato in legno. C'erano giocattoli sparsi per tutto il prato. In fondo, vicino alla siepe, c'era una piscina gonfiabile rotonda piena d'acqua dentro cui galleggiavano fili d'erba e insetti. Due mazze da golf erano appoggiate a una specie di paravento, per terra l accanto c'erano un paio di racchette da badminton e un pallone da calcio. Presi le sigarette dalla tasca interna e me ne accesi una, piegai la testa all'indietro. Il sole era finito dietro una nuvola e l'erba e il fogliame che fino a qualche minuto prima avevano brillato nelle diverse tonalit di verde erano diventati di colpo grigiastri e opachi, come se fossero stati prosciugati della linfa vitale. Dal giardino del vicino riecheggiava il ronzio monotono di un tosaerba manuale che veniva spinto avanti e indietro. Dall'interno della casa giungeva il tintinnio di piatti e posate.
Oh, come mi piaceva stare l.
A casa era tutto nostro, non esistevano distanze, n distinzioni: se io ero afflitto, l'appartamento condivideva quella sofferenza con me. Invece qui l'ambiente circostante non aveva nulla a che fare con me e con le mie cose e quindi poteva accollarsi il tormento che provavo.
Dietro di me la porta si apr. Era Yngve. Aveva in mano una tazza di caff.
Ti saluta Tonje, dissi.
Grazie. Come sta?
Bene. Ha cominciato a lavorare luned. Mercoled aveva un servizio per il telegiornale. Un incidente mortale".
Ma guarda, comment mentre si sedeva.
Cosa c'era, era arrabbiato?
Rimanemmo seduti in silenzio per un po'. In alto nel cielo, sopra i condomini alla nostra sinistra pass un elicottero. Il rumore dei rotori era lontano, quasi sordo. Le due ragazzine che erano al parco giochi stavano risalendo la via. In uno dei giardini pi in gi qualcuno grid un nome. Bjrnar mi parve di capire.
Yngve prese una sigaretta e l'accese.
Ti sei messo a giocare a golf? chiesi.
Annu.
Dovresti provare anche tu. Saresti sicuramente bravo. Sei alto e poi hai giocato a pallone e possiedi l'istinto del vincitore. Hai voglia di fare due tiri? Da qualche parte dovrei avere alcune palline pi leggere da allenamento".
Adesso? Preferirei di no".
Stavo scherzando, Karl Ove".
Sul fatto che dovrei giocare a golf o di farlo adesso?
Di farlo adesso".
Il vicino, che adesso si trovava accanto alla siepe che divideva in due il giardino, si ferm e dopo essersi raddrizzato si pass una mano sulla nuca nuda e sudata. In una sedia sulla terrazza c'era una donna con indosso un paio di pantaloncini e una maglietta bianchi intenta a leggere una rivista.
Sai come sta la nonna? dissi.
No, in effetti no, rispose. Ma  stata proprio lei a trovarlo. Quindi non credo che stia tanto bene".
In soggiorno, vero?
S, disse prima di spegnere la sigaretta nel posacenere e alzarsi. Allora, entriamo a mangiare un boccone?
Il mattino dopo fui svegliato dalle urla di Ylva che provenivano dall'ingresso vicino alle scale. Mi sollevai sul letto e tirai su le tapparelle per vedere che ora era. Le cinque e mezzo. Sospirai e tornai a sdraiarmi. La stanza dove dormivo era piena di scatoloni usati per il trasloco, vestiti e oggetti vari che non avevano ancora trovato una sistemazione. Lungo una parete c'era un asse da stiro ingombro di indumenti piegati, accanto, un paravento di foggia orientale richiuso, anch'esso leggermente discosto dal muro. All'esterno sentii le voci di Yngve e Kari Anne, poi il rumore dei loro passi sulla vecchia scala di legno. Al piano di sotto la radio che veniva accesa. Avevamo deciso di partire verso le sette per essere a Kristiansand alle undici, ma non c'era nessun motivo per cui non potessimo anticipare la partenza, pensai. Appoggiati i piedi sul pavimento, mi alzai, mi infilai i pantaloni e la maglietta, mi chinai in avanti prima di passarmi una mano tra i capelli mentre mi guardavo allo specchio appeso alla parete. Non c'era nessuna traccia dell'esplosione di emozioni che mi aveva dilaniato il giorno prima, avevo soltanto un'aria stanca. Ero punto a capo. Neppure dentro di me la giornata precedente aveva lasciato il segno. I sentimenti sono come l'acqua, assumono sempre la forma dell'ambiente che li circonda. Neanche il dolore pi grande lascia tracce quando viene vissuto in modo cos sconvolgente e duraturo, e non perch i sentimenti si siano irrigiditi o congelati, non possono farlo, ma perch rimangono silenziosi e immobili, come l'acqua di uno stagno.
Cazzo, pensai. Era uno dei miei tic mentali. Porca di quella troia, era un altro. Quelle imprecazioni mi affioravano nella coscienza a intervalli irregolari, era impossibile fermarle, perch mai avrei dovuto farlo adesso, tanto non facevano male a nessuno. E poi nessuno poteva vedere che le stavo covando dentro di me. Che situazione di merda, pensai aprendo la porta. Mi trovai a guardare dritto nella loro camera da letto e abbassai lo sguardo, c'erano cose che non volevo sapere, aprii il cancelletto di sicurezza che avevano messo per impedire ai bambini di cadere lungo le scale, scesi e andai in cucina. Ylva era seduta sul suo seggiolone Tripp Trapp con in mano una fetta di pane imburrata e un bicchiere di latte davanti a s. Yngve era ai fornelli e stava friggendo le uova mentre Kari Anne faceva la spola tra il tavolo e gli armadietti indaffarata ad apparecchiare. La spia della macchina da caff era accesa. Le ultime gocce stavano scendendo attraverso il filtro dentro il bricco di vetro quasi pieno. La ventola della cappa ronzava, le uova sfrigolavano scoppiettando nella padella, alla radio si sentiva la musichetta che anticipava le notizie sul traffico.
Buongiorno, dissi.
Buongiorno, rispose Kari Anne.
Ciao, disse Yngve.
Karl Ove, esclam Ylva indicando la sedia di fronte a lei.
Mi devo mettere qui? chiesi.
Fece di s con grandi movimenti della testa, spostai la sedia e mi accomodai. Dei genitori somigliava di pi a Yngve, aveva il suo naso e i suoi occhi, e fatto abbastanza curioso aveva anche molte delle sue espressioni. Il corpo paffuto non aveva ancora perso quelle rotondit tipiche dei neonati, c'era qualcosa di morbido che avvolgeva tutti i suoi arti e le sue membra, quindi quando aggrottava la fronte e gli occhi ed essi assumevano una delle espressioni furbe di Yngve era difficile trattenere un sorriso. Quella mimica non la faceva sembrare pi grande, ma pareva ringiovanire lui: di colpo ci si rendeva conto che una delle sue espressioni pi caratteristiche non era connessa all'esperienza, alla maturit o alla saggezza, ma doveva aver vissuto un'esistenza propria, semplice e immutata all'interno e indipendente dal suo viso fin dal giorno in cui il volto aveva preso forma all'inizio degli anni sessanta.
Yngve spinse la spatola sotto le uova che uno alla volta trasfer su un piatto da portata, lo mise in tavola appoggiandolo accanto al cestino del pane, and a prendere il bricco del caff e riemp le tre tazze. Di solito a colazione bevevo il t, un'abitudine che avevo fin da quando avevo quattordici anni, ma non ebbi cuore di farlo presente, presi invece una fetta di pane e ci misi sopra un uovo servendomi della spatola che Yngve aveva appoggiato sul bordo del piatto.
Feci scorrere lo sguardo lungo il tavolo a caccia del sale. Non lo vidi da nessuna parte.
Posso avere il sale? chiesi.
Tieni, rispose Kari Anne porgendomelo dall'altro lato del tavolo.
Grazie, dissi, sollevai il piccolo lembo che si trovava sulla confezione di plastica e rimasi a osservare come i granellini affondassero nel tuorlo giallo perforandone appena la superficie mentre al contempo il burro sottostante cominciava a penetrare dentro la fetta di pane.
Ma Torje dov'? domandai.
 su che dorme, rispose Kari Anne.
Addentai la fetta. L'albume fritto era leggermente croccante e friabile nella parte inferiore, grosse scaglie di colore marrone scuro che si rompevano tra il palato e la lingua quando masticavo.
Dorme ancora molto? chiesi.
Mah... sedici ore al giorno, forse? Non saprei. Secondo te?
Si gir verso Yngve.
Non ne ho idea, rispose l'interpellato.
Addentai il tuorlo, che mi col giallo e tiepido dentro la bocca. Bevvi un sorso di caff.
Si  preso un bello spavento quando ha segnato la Norvegia, commentai.
Kari Anne sorrise. Avevamo visto l la seconda partita della nazionale norvegese ai Mondiali di calcio, Torje dormiva in una culla all'altra estremit della stanza. Quando le nostre grida si erano placate dopo che la Norvegia aveva fatto gol, si era levato da quel punto un urlo disperato.
A proposito, peccato per la partita con l'Italia, intervenne Yngve. Ma ne abbiamo mai parlato?
No, dissi. Sapevano quello che stavano facendo. Ogni volta che i nostri avevano la palla, rovinavano tutto".
E poi erano anche spompati dopo la partita con il Brasile, aggiunse Yngve.
Anch'io, commentai. Il calcio di rigore  stato la cosa peggiore a cui abbia mai assistito. Sono riuscito a malapena a guardare quando lo hanno battuto".
Avevo visto quella partita a Molde, a casa del padre di Tonje. Appena era finita, avevo telefonato a Yngve. Avevamo tutti e due le lacrime agli occhi. Dietro le nostre voci impastate di pianto si celava un'intera infanzia trascorsa a tifare per una nazionale di calcio senza speranze. Dopo ero andato in centro con Tonje, la citt era piena di macchine strombazzanti e di bandiere che sventolavano. Perfetti sconosciuti si abbracciavano, ovunque risuonavano grida e canti, la gente correva per le strade come invasata. La Norvegia aveva battuto il Brasile in una partita decisiva di un Mondiale e adesso nessuno sapeva fino a dove poteva arrivare quella squadra. Magari in finale?
Ylva scivol gi dal seggiolone e mi prese per mano.
Vieni, esclam.
Karl Ove deve prima mangiare, intervenne Yngve. Dopo, Ylva!
No, non importa, dissi e andai con lei. Mi trascin fino al divano, prese un libro dal tavolino e si sedette. Le sue gambine corte non arrivavano neppure al bordo del sof.
Devo leggere? chiesi.
Annu. Mi accomodai accanto a lei e aprii il libro. Parlava di un bruco che mangiava di tutto. Quando ebbi finito di leggere, si allung e strisciando in avanti, ne prese un altro. Quello raccontava invece la storia di un topo che si chiamava Fredrik, e che al contrario di tutti gli altri topi in estate non raccoglieva n accantonava provviste, ma preferiva starsene seduto a sognare. Lo accusavano di essere pigro, ma quando arriv l'inverno e tutto era bianco e freddo, fu lui a donare luce e colori alla loro esistenza. Questo era quello che aveva raccolto ed era proprio ci di cui adesso avevano bisogno, colori e luce.
Ylva sedeva immobile accanto a me mentre guardava concentrata le pagine indicando ogni tanto qualcosa e dicendo come si chiamava. Era bello stare l con lei, ma anche un po' noioso. Avrei preferito sedermi fuori sulla veranda, da solo con una sigaretta e una tazza di caff.
Nell'ultima pagina Fredrik, arrossendo, era diventato un eroe e un salvatore.
Bello ed edificante! dissi a Yngve e Kari Anne quando ebbi finito di leggere.
Lo avevamo anche noi da piccoli, comment Yngve. Non ti ricordi?
Vagamente, mentii.  lo stesso?
No, il nostro ce l'ha la mamma".
Ylva si stava dirigendo nuovamente verso la pila di libri per bambini. Mi alzai e andai a prendere la tazza di caff che avevo lasciato sul tavolo della cucina.
Hai finito di mangiare? domand Kari Anne, diretta verso la lavastoviglie con il suo piatto.
S, grazie per la colazione".
Guardai Yngve.
Quando partiamo?
Prima devo farmi una doccia. E mettere qualcosa in valigia. Tra una mezz'ora, magari?
Okay, risposi. Ylva si era rassegnata al fatto che per quella volta il momento dedicato alla lettura fosse finito. Era andata nell'ingresso dove da seduta si stava infilando le mie scarpe. Aprii la porta scorrevole che dava sulla veranda e uscii. Era nuvoloso e la temperatura era mite. Le sedie erano coperte da sottili goccioline di rugiada che asciugai con il palmo della mano prima di sedermi. Di solito non mi alzavo mai cos presto, normalmente le mie mattine cominciavano soltanto verso le undici, le dodici, l'una e tutto quello che i miei sensi stavano recependo in quel momento mi ricordavano le mattine d'estate della mia infanzia, quando verso le sei e mezzo partivo in bicicletta per andare a lavorare da un giardiniere. Il cielo era spesso brumoso, la strada che percorrevo vuota e grigia, l'aria che mi investiva fredda ed era difficile pensare che la calura che avrebbe aleggiato sul campo su cui ci saremmo chinati pi tardi sarebbe diventata cos cocente e che durante la pausa pranzo avremmo pedalato come dei pazzi per avere il tempo di fare un tuffo nel lago di Gjerstadsvannet prima di riprendere a lavorare.
Bevvi un sorso di caff e mi accesi una sigaretta. Non che mi godessi il sapore del caff o la sensazione del fumo che mi penetrava nei polmoni, li distinguevo appena, il punto era che andava fatto, era una routine, e come ogni routine che si rispetti, tutto era come sempre una questione di forma.
Come avevo odiato da bambino l'odore delle sigarette! I viaggi in macchina passati sul sedile posteriore rovente con due genitori che fumavano in continuazione seduti davanti a me. Il fumo delle sigarette che la mattina si insinuava dalla cucina attraverso la fessura della porta della mia cameretta, prima che ci facessi l'abitudine, quando mi riempiva le narici ancora addormentate e io sobbalzavo, il fastidio che mi dava, che si ripet quotidianamente fino a quando non cominciai a fumare anch'io diventando cos immune a quell'odore.
L'eccezione fu il periodo in cui pap si era messo a fumare la pipa.
Quando era stato?
Tutta quella fatica per svuotare il fornello del tabacco vecchio e bruciato, pulire la pipa con il curapipe e lo scovolino bianco, flessibile, caricarla di tabacco nuovo e cercare di accenderla con un fiammifero aspirando pi volte, nuovo fiammifero, aspirare, aspirare e poi appoggiare le spalle allo schienale della poltrona, accavallare le gambe e fumare la pipa. Stranamente lo associavo al periodo in cui si era dedicato alle attivit all'aria aperta. Maglioni fatti a mano, eskimo, stivali, barba, pipa. Lunghe escursioni nell'entroterra per raccogliere frutti di bosco per l'inverno, a volte su in montagna a caccia di more artiche, la regina delle bacche, ma di solito ci inoltravamo dentro i boschi che costeggiavano la strada, dove avevamo parcheggiato la macchina, tutti armati dell'apposito rastrello in una mano e di secchiello nell'altra, con lo sguardo che perlustrava il terreno alla ricerca di mirtilli neri e rossi. I picnic consumati nelle piazzole attrezzate allo scopo che si trovavano in prossimit dei fiumi o nei punti pi elevati da cui si poteva godere il paesaggio. A volte ai piedi della montagna lungo la riva del corso d'acqua, altre seduti sul tronco di un albero dentro una pineta. Le frenate improvvise quando comparivano lungo la strada cespugli di lamponi. Fuori con i secchielli, perch quella era la Norvegia degli anni settanta, quando le famiglie si accavalcavano sul margine della strada a raccogliere i lamponi nei fine settimana, con enormi borse frigo rettangolari di plastica contenenti il pranzo al sacco infilate dentro il bagagliaio. Sempre nello stesso periodo pap si era dato alla pesca, si spingeva da solo fino alla punta pi estrema dell'isola dopo la scuola, o insieme a noi nei weekend, a caccia dei merluzzi giganteschi che popolavano quei fondali durante l'inverno 1974-1975. Anche se nessuno dei miei genitori aveva contatti con il movimento del Sessantotto, del resto a vent'anni avevano gi due figli e da quel momento in poi avevano lavorato, e poi, anche se mio padre rifuggiva tutto quello che sapeva di ideologia, non era rimasto comunque immune allo spirito del tempo che viveva anche dentro di lui e quando uno lo vedeva seduto con la pipa in mano, la barba e i capelli se non lunghi comunque molto folti, con indosso un maglione fatto a mano e un paio di jeans a zampa d'elefante mentre quegli occhi chiari ti guardavano sorridenti, si sarebbe potuto scambiarlo per uno di quei padri pi morbidi e teneri che cominciavano a fare la loro comparsa e a farsi valere in quel periodo, quelli che non disdegnavano di spingere una carrozzina, cambiare i pannolini, sedersi per terra a giocare con i bambini. Non c'era niente di pi lontano dalla realt. L'unica cosa che aveva in comune con loro era la pipa.
Oh, pap, e adesso che mi hai lasciato?
Attraverso la finestra aperta al piano di sopra si sent un pianto improvviso. Mi voltai. Seduta in cucina Kari Anne, che stava finendo di svuotare la lavastoviglie, appoggi due bicchieri sul ripiano prima di correre verso le scale. Ylva, che spingeva una piccola carrozzina con dentro una bambola, le trotterell dietro. Subito dopo sentii dalla finestra la sua voce rassicurante e il pianto si calm.
Mi alzai, aprii la porta ed entrai. Ylva era in piedi accanto al cancelletto davanti alla scala guardando verso l'alto. Si sentivano i tubi sibilare dentro la parete.
Vuoi salire sulle mie spalle? proposi.
S".
Mi abbassai per sollevarla e dopo aver stretto con le mani le sue gambette, corsi su e gi per alcune volte tra il soggiorno e la cucina mentre nitrivo come un cavallo. Lei rideva e ogni volta che mi fermavo e mi piegavo in avanti come se volessi buttarla gi, lanciava dei piccoli gridolini. Dopo un paio di minuti ne avevo gi abbastanza, ma a ogni buon conto continuai ancora per un po' prima di accovacciarmi e farla scendere.
Ancora! esclam.
Un'altra volta, dissi guardando fuori dalla finestra in direzione della strada dove proprio in quel momento era sbucato un autobus che si ferm per far salire lo sparuto drappello di passeggeri che abitavano nei condomini ed erano diretti al lavoro.
Adesso! insistette.
La guardai sorridendo.
Okay, ancora una volta, dissi. Su di nuovo sulle spalle, di nuovo avanti e indietro, fermarsi, far finta di volerla far cadere, nitrire. Per fortuna poco dopo scese Yngve, cos fu naturale smettere.
Sei pronto? mi disse.
Aveva i capelli bagnati e le guance lisce dopo essersele rasate. In mano teneva il vecchio borsone blu e rosso dell'Adidas che possedeva fin dai tempi del liceo.
S, certo, risposi.
Kari Anne  di sopra?
S, Torje si  svegliato".
Mi fumo una sigaretta e poi andiamo. Intanto puoi dare un'occhiata a Ylva?
Annuii. Per fortuna sembrava che la piccola fosse affaccendata con le sue cose, quindi potei sprofondare sul divano e sfogliare una delle riviste che c'erano. Ma non riuscivo a concentrarmi sulle recensioni dei dischi e sulle interviste alle band, quindi afferrai la sua chitarra che era appoggiata al cavalletto accanto al divano, davanti all'amplificatore e alle casse con gli lp. Era una Fender Telecaster nera, relativamente nuova mentre l'amplificatore a valvole era un vecchio Music Man. Inoltre aveva anche una chitarra Hagstrm, ma la teneva nel suo ufficio. Suonai qualche accordo senza pensare, erano le note iniziali di Space Oddity di David Bowie, che cominciai a canticchiare sottovoce. La chitarra non l'avevo pi, in tutti gli anni in cui l'avevo suonata non ero mai andato oltre i fondamentali che un quattordicenne mediamente dotato avrebbe appreso nell'arco di un mese. Almeno la batteria, che avevo acquistato cinque anni prima e che mi era costata un occhio della testa, era parcheggiata in soffitta e tornati a Bergen forse avrebbe potuto rivelarsi di nuovo utile.
Qui serviva invece saper suonare Pippi Calzelunghe, pensai.
Posai la chitarra e avevo appena ripreso la rivista musicale del pap rockettaro quando Kari Anne scese le scale con in braccio Torje. Il piccolo aveva un sorriso che andava da un orecchio all'altro mentre penzolava appeso al suo collo. Mi alzai e andai verso di loro, mi chinai in avanti e gli feci bu!, gesto per me insolito e innaturale, di colpo mi sentii un idiota, ma a quanto pareva per Torje non aveva importanza perch scoppi a ridere singhiozzando e mi guard con occhi speranzosi quando smise, voleva che lo rifacessi.
Bu! feci.
Iiah, iiah, iiah!
Non tutti i rituali sono cerimoniali, non tutti i rituali sono perfettamente definiti, alcuni prendono forma nella quotidianit e diventano riconoscibili soltanto quando ci che  normale acquista all'improvviso peso e carica. Quando quella mattina uscii dalla porta principale per dirigermi verso la macchina di Yngve, per un attimo ebbi l'impressione di entrare in una storia pi grande della mia. I figli che tornano a casa per seppellire il proprio padre, era quella la storia in cui mi trovai di colpo quando mi fermai davanti alla portiera anteriore dal lato del passeggero mentre Yngve apriva il bagagliaio per metterci il borsone, e Kari Anne, Ylva e Torje ci guardavano in piedi sulla soglia. Il cielo era grigiastro e mite, il quartiere residenziale silenzioso e tranquillo. Il colpo breve e secco della portiera del bagagliaio che riecheggi sul muro dell'abitazione di fronte risuon in modo chiaro e netto in maniera quasi invadente. Yngve apr la portiera e sal in macchina, si allung per sbloccare la serratura dalla mia parte. Salutai con un cenno della mano Kari Anne e i bambini prima di comprimermi per salire, richiusi la portiera. Anche loro ricambiarono il mio gesto di saluto. Yngve accese il motore, appoggi il braccio sullo schienale del mio sedile e fece retromarcia, poi gir a destra. Agit anche lui la mano e cominciammo a percorrere la strada in discesa. Mi appoggiai all'indietro.
Sei stanco? disse Yngve. Dormi pure se vuoi".
Sicuro?
Certo. A patto che posso mettere un po' di musica".
Annuii prima di chiudere gli occhi. Sentii la sua mano accendere il lettore di cd, cercarne uno nel vano portaoggetti sotto il cruscotto. Il debole ronzio del motore. Poi il cd che scivolava dentro e subito dopo una intro folk eseguita al mandolino.
Chi sono? domandai.
Sixteen Horsepower, spieg. Ti piace?
Non male, risposi prima di richiudere gli occhi. La sensazione di trovarmi in quella grande storia si era dissolta. Non eravamo due figli, eravamo Yngve e Karl Ove, non stavamo andando a casa, ma a Kristiansand, non era un padre quello che dovevamo seppellire, ma pap.
Non ero stanco e non sarei riuscito ad addormentarmi, ma era piacevole starsene seduti cos, soprattutto perch non richiedeva alcuno sforzo. Durante la nostra infanzia Yngve era una persona con cui parlavo liberamente e con cui non avevo segreti, ma a un certo punto, forse gi quando ero al liceo, la situazione cambi, da quel momento in poi ero estremamente consapevole di chi fosse lui e di chi fossi io quando parlavamo insieme, tutta la naturalezza era scomparsa, ogni mia affermazione, veniva o pianificata in anticipo o analizzata a posteriori, spesso entrambe le cose, a eccezione di quando bevevo, allora riconquistavo la mia vecchia libert. A parte Tonje e mia madre per me era cos con tutti, non ero pi capace di parlare tranquillamente con le persone, la consapevolezza della situazione contingente era troppo grande e questa mi spingeva sempre a guardarla da fuori. Non sapevo se fosse cos anche per Yngve, ma non credevo, non sembrava quando lo vedevo con gli altri. Non sapevo neppure se lui fosse a conoscenza di come mi sentivo, ma qualcosa dentro di me mi diceva di s. Spesso avevo la sensazione di essere falso, o non sincero, dal momento che non giocavo mai a carte scoperte, calcolavo e valutavo sempre tutto. Ormai la cosa mi lasciava indifferente, era diventata la mia vita, ma proprio in quel momento, all'inizio di un lungo viaggio in macchina, ora che pap era morto, sentivo l'esigenza di sfuggire a me stesso, o almeno di lasciar andare quella parte di me che mi teneva cos strettamente sotto controllo.
Che situazione di merda.
Mi raddrizzai e diedi un'occhiata ai suoi cd. Massive Attack, Portishead, Blur, Leftfield, Bowie, Supergrass, Mercury Rey, Queen.
Queen?
Gli erano sempre piaciuti fin da quando era piccolo, era rimasto sempre fedele a quella band e in qualsiasi momento era pronto a difenderli. Ricordo che stava nella sua stanza a riprodurre nota su nota uno degli assoli di Brian May sulla sua chitarra nuova, la copia di una Les Paul che si era comprato con i soldi della cresima e ricordo anche la rivista riservata ai soci che facevano parte del fan club dei Queen e che a quel tempo gli arrivava per posta. Stava ancora aspettando che il mondo usasse la ragione in modo da riconoscere ai Queen quello che spettava loro di diritto.
Sorrisi.
Quando mor Freddie Mercury, la rivelazione pi scioccante non fu che era omosessuale, ma indiano.
Chi avrebbe potuto immaginarselo?
Fuori gli edifici cominciavano a diradarsi. Il traffico sull'altra corsia era aumentato un po' dal momento che si era avvicinata l'ora di punta. Adesso invece stava ricominciando a diminuire a mano a mano che ci inoltravamo nella zona deserta e quasi disabitata che si estendeva tra le citt. Superammo alcuni campi di grano grandi e dorati, grossi terreni adibiti alla coltura delle fragole, piccoli pascoli verdi, qualche campo appena arato dalla terra di colore marrone scuro, quasi nero. Qua e l boschetti, paesini, qualche fiumiciattolo, alcuni laghetti. Poi il paesaggio cambi carattere e divenne simile a quello degli altopiani, con montagne alte intervallate da superfici piatte e verdi, incolte e prive di alberi. Yngve si ferm a un distributore di benzina e dopo aver fatto il pieno infil la testa nel finestrino per chiedermi se volevo qualcosa, scossi la testa, ma quando torn mi porse una bottiglietta di coca-cola e un Bounty.
Ci fumiamo una sigaretta? disse.
Annuii e scesi. Andammo verso una panchina che si trovava in fondo allo spiazzo. Dietro scorreva un piccolo ruscello, che la strada poco distante attraversava grazie a un ponte. Una moto ci sfrecci davanti, poi un tir, poi un altro ancora.
Che cosa ha detto la mamma per l'esattezza? dissi.
Non molto, rispose Yngve. Sai che le serve sempre del tempo per elaborare le cose. Ma era triste. Pensava soprattutto a noi, credo".
Oggi c'era il funerale di Borghild".
S".
Un tir proveniente da ovest entr nella stazione di servizio, parcheggi con un gemito all'altra estremit, un uomo di mezza et salt gi, si risistem i capelli scompigliati dal vento mentre si dirigeva verso l'entrata.
L'ultima volta che ho visto pap, mi ha detto che aveva intenzione di cominciare a lavorare come camionista, dissi sorridendo.
Eh? Quando  stato?
L'inverno scorso, s, un anno e mezzo fa. Quando ero a Kristiansand a scrivere".
Svitai il tappo della bottiglietta e bevvi un sorso.
E tu quando l'hai visto l'ultima volta? chiesi prima di asciugarmi la bocca con il dorso della mano.
Yngve stava fissando la pianura che si estendeva sull'altro lato della strada, fece un paio di tiri dalla sigaretta, che ormai era quasi ridotta a un mozzicone.
Deve essere stato in occasione della cresima di Egil. Maggio dell'anno scorso. Ma non c'eri anche tu?
Cazzo,  vero, commentai. Era quella l'ultima volta. O no? Adesso non ne sono pi cos sicuro".
Yngve tolse il piede dalla panchina, avvit il tappo della bottiglietta e si diresse verso la macchina, in quell'istante il camionista stava uscendo con un giornale sotto il braccio e un hot dog in mano. Gettai la sigaretta fumante sull'asfalto e seguii Yngve. Quando lo raggiunsi, aveva gi messo in moto.
Bene, disse. Adesso mancano circa due ore. Possiamo mangiare quando arriviamo, che ne dici?
S".
Hai voglia di ascoltare qualcosa in particolare?
Ferm l'auto all'imbocco della strada, guard un paio di volte su entrambi i lati prima di immettersi su quella principale, poi premette il piede sull'acceleratore.
No, risposi. Decidi tu".
Mise i Supergrass. Avevo comprato quel cd a Barcellona, dove avevo accompagnato Tonje a una specie di seminario per le radio locali europee dopo che li avevamo visti suonare dal vivo l, e poi lo avevo ascoltato in continuazione insieme a un altro paio di dischi mentre scrivevo il romanzo. Di colpo mi sentii pervadere dall'atmosfera di quell'anno. Era gi diventato un ricordo, pensai stupito. Come il periodo che avevo trascorso a Volda mentre scrivevo come un forsennato giorno e notte trascurando completamente Tonje.
Mai pi, mi aveva detto dopo, la prima sera che avevamo trascorso nel nostro nuovo appartamento a Bergen e il giorno dopo saremmo partiti per una vacanza in Turchia. Se no ti lascio e me ne vado.
A dire il vero l'ho rivisto un'altra volta, disse Yngve. L'estate scorsa quando ero a Kristiansand con Bendik e Atle. Era seduto su una panchina davanti al chiosco che c' all'incrocio di Rundingen, sai, mentre stavamo passando di l in macchina. Quando Bendik l'ha notato, ha commentato che dava l'idea di un cialtrone. E aveva ragione".
Povero pap".
Yngve mi guard.
Se c' una persona per cui non vale la pena provare compassione, questa  proprio lui, sentenzi.
Lo so. Ma sai cosa intendo dire".
Non rispose. Il silenzio, che nei primi secondi era carico di tensione, si trasform in puro e semplice silenzio. Guardai il paesaggio fuori dal finestrino, che l vicino al mare era arido e battuto dal vento. Qualche fienile dipinto di rosso, alcune case coloniche verniciate di bianco, un paio di trattori attrezzati con una falcia-trincia-caricatrice che lavoravano su un campo. In un'aia una vecchia auto senza ruote, un pallone di plastica giallo e sgonfio sotto una siepe, alcune pecore che brucavano lungo un pendio, un treno che scivolava lentamente lungo i binari sopraelevati a qualche centinaio di metri dalla strada.
Che avessimo avuto un rapporto molto diverso nei confronti di pap, lo avevo sempre intuito. Le differenze non erano grandi, ma forse significative. Che ne sapevo? Per un certo periodo pap si era avvicinato a me, era l'anno in cui la mamma si stava specializzando a Oslo e stava facendo il tirocinio a Modum e noi abitavamo a casa con lui. Era come se avesse rinunciato a Yngve, che allora aveva quattordici anni, ma continuasse a nutrire la speranza di poter instaurare un buon rapporto con me. Fatto sta che dovevo stare con lui in cucina tutti i pomeriggi tardi a tenergli compagnia mentre preparava la cena. Rimanevo seduto su una sedia, lui era ai fornelli intento a cuocere qualcosa mentre mi domandava cose diverse. Che cosa aveva detto di interessante l'insegnante, che cosa avevamo imparato durante l'ora di inglese, che cosa avrei fatto dopo mangiato, se sapevo quali squadre del campionato inglese avrebbero giocato la partita che valeva per la schedina norvegese e che avrebbero mostrato quel sabato alla televisione. Rispondevo in modo laconico contorcendomi sulla sedia. Fu quello l'inverno in cui mi port a sciare. Yngve poteva fare quello che voleva a patto che dicesse dove andava e ritornasse per le nove e mezzo e ricordavo che lo invidiavo per questo. Per la precisione, quel periodo si prolung anche oltre l'anno in cui la mamma era via perch l'autunno seguente pap mi portava a pescare tutte le mattine prima che iniziasse la scuola, ci alzavamo verso le sei, fuori era buio pesto e faceva freddo, soprattutto quando eravamo in mare. Congelavo e volevo andare a casa, ma pap voleva che andassi con lui e quindi non serviva a nulla lamentarsi n protestare, bisognava tenere duro e resistere. Rientravamo due ore dopo, giusto in tempo per prendere l'autobus per andare a scuola. Odiavo tutto questo, pativo sempre il freddo, il mare era ghiacciato e toccava sempre a me ripescare il galleggiante e tirare su le prime lunghezze delle reti mentre lui manovrava la barca e se non riuscivo subito a recuperare quel galleggiante, mi insultava, s, era pi la regola che l'eccezione che piangendo tentassi di afferrare quel cazzo di aggeggio mentre lui andava avanti e indietro con la barca fissandomi con quegli occhi irosi nel buio autunnale che si estendeva davanti a Tromya. Ma so che lo faceva per me e che non l'aveva mai fatto per Yngve.
D'altra parte so anche che i primi quattro anni di vita di Yngve, quando abitavano in Thereses gate a Oslo, e pap studiava all'universit e lavorava di notte come guardia o assistente, e la mamma frequentava la scuola per infermiere mentre Yngve era all'asilo, erano stati buoni, forse addirittura felici. Che pap era contento e contentissimo di avere Yngve. Quando nacqui io, ci trasferimmo sull'isola di Tromya, prima in una casa vecchia, che veniva un tempo usata a scopi militari a Hove, nel bosco vicino al mare, poi nel quartiere residenziale di Tybakken e l'unica cosa di cui ho sentito parlare che risaliva a quel periodo era quella volta che caddi per le scale e andai in iperventilazione e quindi svenni e la mamma corse con me in braccio dal vicino per telefonare all'ospedale perch stavo diventando sempre pi cianotico, e di quella che avevo urlato cos tanto che alla fine mio padre mi aveva infilato nella vasca da bagno e mi aveva sottoposto a una doccia fredda per farmi smettere. La mamma, che mi aveva raccontato l'episodio, giunse in quel momento e gli diede un ultimatum: se lo avesse fatto un'altra volta, lo avrebbe lasciato. Non successe pi, lei rimase.
Che pap cercasse di avvicinarsi a me, non significava che non mi picchiasse o non mi urlasse dietro in preda alla rabbia, o trovasse i modi pi ingegnosi per punirmi, ma questo voleva dire che l'immagine che avevo di lui non era univoca come lo era invece per Yngve. Che lo odiasse di pi e che per lui la situazione fosse pi semplice. Che tipo di rapporto Yngve avesse con lui oltre a questo, non ne avevo idea. Per me il pensiero che un domani forse avrei avuto dei figli non era privo di complicazioni e quando Yngve mi comunic che Kari Anne era incinta, non era stato possibile non pensare a che tipo di padre sarebbe stato Yngve, se quello che pap ci aveva trasmesso ci era rimasto dentro il midollo, o se fosse stato possibile liberarsene, magari in modo molto semplice. Yngve divenne per me una specie di pietra di paragone: se fosse andata bene a lui, sarebbe andata bene anche a me. E and bene, in Yngve non c'era nulla di nostro padre per quanto riguardava il suo rapporto con i figli, tutto era diverso e come integrato con il resto della sua vita. Non li respingeva mai, aveva sempre tempo per loro quando andavano da lui o ce n'era bisogno, ma non si avvicinava mai troppo a loro, nel senso che non permetteva loro di sostituire una parte di s, o della sua vita. Gli episodi che nascevano per via di Ylva, quando per esempio scalciava, si dimenava e urlava e non voleva vestirsi, li gestiva con facilit e disinvoltura. Era stato a casa con lei per sei mesi e quella vicinanza che si era creata tra loro due in quel periodo era ancora viva. A parte Yngve e pap non avevo altri esempi a cui rapportarmi.
Intorno a noi il paesaggio mut nuovamente. Adesso attraversavamo dei boschi. Quelli della Norvegia meridionale con qualche spuntone di roccia che faceva capolino qua e l tra gli alberi, colline di abeti e querce, pioppi e betulle, qualche palude scura, e poi all'improvviso prati, lande piatte fitte di pini. Da bambino immaginavo che il mare salisse e riempisse il bosco in modo da trasformare le alture in isolotti brulli e rocciosi tra cui era possibile scivolare con la barca a vela e da cui ci si poteva tuffare. Di tutte quelle fantasie infantili la pi affascinante era questa: il pensiero che tutto venisse sommerso dall'acqua mi stregava, l'idea di poter nuotare dove adesso si camminava, nuotare sopra le fermate degli autobus e i tetti delle case, magari immergersi e scivolare attraverso una porta, su per una scala, dentro un soggiorno. O semplicemente attraverso un bosco, con i suoi pendii e declivi, pietraie e alberi vecchi. A un certo punto della mia infanzia il gioco che pi mi appagava era costruire piccole dighe lungo i ruscelli in modo che l'acqua esondasse andando a coprire il muschio, le radici, l'erba, le pietre, la terra battuta del sentiero che si snodava accanto al piccolo corso d'acqua. Aveva un potere ipnotico. Per non parlare della cantina della casa ancora in costruzione che avevamo trovato, piena di acqua nera e lucida che attraversavamo navigando a bordo di due casse di polistirolo, forse all'et di cinque anni. Ipnotico. Lo stesso valeva per il ghiaccio durante l'inverno, quando pattinavamo sui ruscelli, dove l'erba e i bastoncini di legno, rametti e pianticelle erano congelati nel ghiaccio lucido sotto i nostri piedi.
Che cosa mi attraeva cos tanto? E che fine aveva fatto questa fascinazione?
Un'altra fantasia che avevo a quei tempi era che dall'auto spuntassero due enormi lame, una su ogni lato della macchina, che segavano tutto a met al nostro passaggio. Alberi e lampioni, case e rimesse, ma anche persone e animali. Se qualcuno stava aspettando l'autobus, la lama lo tranciava in due in modo che il busto cadesse, pi o meno come avviene quando si abbatte un albero, mentre i piedi e la vita rimanevano eretti e sanguinavano dalla superficie recisa.
Riuscivo ancora a identificarmi con quella sensazione.
Laggi c' Sgne, disse Yngve. Ne ho sempre sentito parlare, ma non ci sono mai stato. E tu?
Scossi la testa.
Alcune delle ragazze che frequentavano il liceo venivano da l. Ma neanch'io ci sono mai andato".
Mancano soltanto poche decine di chilometri.
Subito dopo il paesaggio cominci ad assumere un aspetto che mi era vagamente familiare, poi mi divenne sempre pi noto fino a quando ci che vedevo dal finestrino coincise perfettamente con le immagini che custodivo in me. Sembrava di viaggiare dentro un ricordo. Che tutto quello attraverso cui ci stavamo muovendo fosse soltanto una specie di scenario della mia giovent. L'uscita per Vgsbygd, dove aveva abitato Hanne, la fabbrica di gelati della Henning-Olsen, la compagnia mineraria della Falconbridge, buia e sporca, circondata da montagne morte, e poi il porto di Kristiansand a destra, con il terminal degli autobus, quello dei traghetti, l'albergo Caledonien, i silo sull'isola di Odderya. A sinistra il quartiere dove aveva abitato fino a poco tempo fa lo zio di pap, prima che la demenza senile lo costringesse a trasferirsi in qualche casa di riposo.
Prima mangiamo? chiese Yngve. O andiamo direttamente all'impresa di pompe funebri?
Visto che siamo in ballo, balliamo, risposi. Sai dove si trova?
Elvegaten qualcosa".
Allora dobbiamo arrivarci da sopra. Sai dov' l'imbocco della strada?
No. Proseguiamo, prima o poi salter fuori".
Ci fermammo al semaforo rosso di un incrocio. Yngve era chino in avanti mentre guardava in tutte le direzioni. Scatt il verde, ingran la prima e si mise a guidare lentamente dietro un camioncino con il pianale coperto da un telone grigio e sudicio mentre sbirciava continuamente su entrambi i lati, il camioncino acceler e quando Yngve si accorse dello spazio che si era creato, si raddrizz e aument l'andatura.
Era gi da quella parte, disse facendo un cenno con la testa verso destra. Adesso ci tocca attraversare il tunnel".
Non importa, risposi. Vorr dire che ci arriviamo dalla parte opposta".
Invece qualcosa avvenne. Quando sbucammo dalla galleria e proseguimmo lungo il ponte, sulla destra vidi dalla strada la stanza dove avevo abitato, e a poche centinaia di metri di distanza, sull'altro lato del fiume, nascosta ai nostri occhi, c'era la casa della nonna, dove pap era morto il giorno prima.
Si trovava ancora in quella citt, in qualche stanza sotterranea giaceva il suo corpo di cui si stavano occupando degli estranei mentre noi eravamo l seduti in una macchina, diretti all'impresa di pompe funebri. Le vie che vedevamo davanti a noi erano quelle in cui era cresciuto e che fino a pochissimi giorni prima aveva percorso. Al contempo affiorarono in me i ricordi che avevo di quelle strade, perch proprio l c'era il liceo, l c'era il quartiere di villette che attraversavo tutte le mattine e tutti i pomeriggi, cos innamorato da star male, l c'era la casa dove ero stato per tanto tempo solo.
Piansi, ma non fu cos terribile, soltanto qualche lacrima che mi rigava le guance. Yngve se ne accorse solo quando mi guard. Allora mi misi ad agitare la mano come per dire che non era niente e fui felice che la voce mi reggesse quando dissi:
L gira a sinistra.
Scendemmo lungo la Torridalsveien, superammo i due campi da calcio dove mi ero allenato cos duramente con la prima squadra l'inverno in cui avevo sedici anni, superammo Kjita, attraversammo l'incrocio in sterveien che seguimmo passando sopra il ponte prima di svoltare a destra in Elvegaten.
Che numero era? dissi.
Yngve scrut i numeri delle case mentre risalivamo lentamente la via.
Un'insegna nera con la scritta in oro sporgeva dalla facciata in legno dell'edificio sulla sinistra. Era stato Gunnar a fornire a Yngve il nome di quell'impresa di pompe funebri. Era quella che avevano usato quando era morto il nonno e per quanto ne sapevo era quella su cui la famiglia aveva sempre fatto affidamento. Quella volta io ero in Africa per una visita di due mesi alla mamma di Tonje e a suo marito e venni a sapere che il nonno era deceduto soltanto dopo il funerale. Pap si era assunto l'incarico di avvertirmi. Non lo fece. Ma durante la cerimonia funebre disse che mi aveva parlato e che io gli avevo risposto che non potevo andarci. Avrei voluto esserci e anche se dal punto di vista pratico sarebbe stato difficile, non per questo era necessariamente impossibile e se anche lo fosse stato, mi avrebbe fatto piacere sapere che il nonno era morto nel momento in cui era successo e non tre settimane dopo quando era gi sotto terra. Mi infuriai. Ma cosa ci potevo fare?
Yngve svolt in una stradina laterale dove parcheggi vicino al marciapiede. Ci sganciammo la cintura di sicurezza proprio nello stesso istante e sempre in contemporanea aprimmo la portiera, ci guardammo e ci sorridemmo per via di quella coincidenza. L'aria era mite, ma pi afosa che a Stavanger, il cielo una sfumatura pi scuro. Yngve si diresse verso il parchimetro mentre io mi accendevo una sigaretta. Non ero potuto essere presente neanche al funerale della nonna materna. Ero a Firenze con Yngve. Ci eravamo andati in treno, alloggiammo nella prima pensione che avevamo trovato e dal momento che questo era successo prima che i cellulari diventassero di uso comune, eravamo irreperibili. Era stato Asbjrn a raccontarci quello che era accaduto la sera in cui tornammo a casa mentre eravamo seduti a bere i liquori che ci eravamo comprati durante il viaggio. L'unico funerale a cui avevo preso parte era quindi quello del nonno materno. Aiutai a portare la bara, fu una cerimonia molto bella, il cimitero si trovava su un'altura che dominava il fiordo, c'era il sole, piansi quando la mamma tenne il suo discorso in chiesa e quando, dopo che tutto era finito e il nonno era stato sepolto, lei rimase immobile davanti alla fossa. Se ne stava l a capo chino, sola, e l'erba era verde e il fiordo sotto di noi blu e lucente, le montagne sull'altro lato pesanti, imponenti e cupe, la terra della tomba scintillava nera e lucida.
Dopo avevamo mangiato la zuppa di carne. Cinquanta persone che sorbivano e masticavano rumorosamente perch non c' niente di meglio della carne salata per scacciare ogni tipo di sentimentalismo, della minestra calda per neutralizzare le tempeste emotive. Magne, il padre di Jon Olav, tenne un discorso, ma piangeva cos tanto che fu quasi impossibile capire quello che diceva. Jon Olav aveva cercato di parlare in chiesa, ma aveva dovuto desistere, era cos legato al nonno, non era riuscito a spiaccicare neanche una parola.
Feci qualche passo per sgranchirmi le gambe, osservai la strada, quasi deserta, solo in fondo si vedeva la via dei negozi della citt, che a distanza sembrava quasi nera di persone. Il fumo mi bruciava nei polmoni come succedeva sempre quando era passato del tempo dall'ultima sigaretta. Una macchina si ferm una cinquantina di metri pi in su, ne usc un uomo. Si chin in avanti per salutare con la mano quelli che lo avevano fatto scendere. Aveva i capelli neri, ricci e la chierica sulla sommit della testa, doveva essere sulla cinquantina, indossava un paio di pantaloni di velluto marrone chiaro e una giacca nera, gli occhiali dalla montatura stretta e rettangolare. Mi girai in modo che non potesse vedermi in faccia mentre si avvicinava perch l'avevo riconosciuto: era l'insegnante di norvegese che avevo al liceo, com' che si chiamava? Fjell? Berg? Fa lo stesso, pensai voltandomi di nuovo dopo che fu passato. Era un tipo entusiasta e pieno di calore, ma sapeva anche essere tagliente, questa sua caratteristica non emergeva molto spesso, ma quando capitava, metteva in mostra tutta la sua malignit. In quel momento sollev la cartella che teneva in mano per guardare l'orologio, poi, allungato il passo, scomparve dietro l'angolo.
Anch'io ho bisogno di fumarmene una, disse Yngve fermandosi accanto a me.
Quello che mi  appena passato davanti era il mio vecchio professore del liceo, commentai.
Oh? esclam Yngve accendendosi una sigaretta. Ti ha riconosciuto?
Non lo so. Mi sono girato dall'altra parte".
Dopo aver buttato il mozzicone, frugai nella tasca dei pantaloni alla ricerca di una gomma da masticare. Mi sembrava di ricordare di averne una. C'era.
Ho solo questa, dissi. Altrimenti te l'avrei offerta".
Ti credo".
Il pianto era imminente, lo sentivo, inspirai profondamente pi volte mentre al contempo sbarravo gli occhi, come per scacciare le lacrime. Su una scala davanti a noi c'era seduto un ubriacone che prima non avevo notato. Aveva la testa appoggiata al muro e sembrava che dormisse. La pelle del viso era scura e coriacea, piena di graffi. I capelli erano cos unti da ricordare un'acconciatura rasta. Una giacca a vento pesante, anche se c'erano almeno venti gradi, e un sacchetto pieno di ciarpame accanto a s. Sulla trave del tetto sopra di lui c'erano tre gabbiani. Nel momento in cui presi a fissarli, uno di essi alz la testa ed emise un grido.
Allora, fece Yngve. Vogliamo cominciare?
Annuii.
Butt il mozzicone facendo schioccare il pollice e l'indice, scendemmo lungo la via.
Ma abbiamo un appuntamento? chiesi.
No, non l'abbiamo, rispose. Ma non ci sar mica tutta questa gente, no?
Sicuramente non ci saranno problemi, dissi.
Tra gli alberi intravidi per un attimo uno sprazzo del fiume che scorreva l sotto e quando girammo dietro l'angolo, anche tutte le insegne, le vetrine e le macchine di Dronningens gate. Asfalto grigio, edifici grigi, cielo grigio.
Yngve apr la porta dell'impresa di pompe funebri ed entr. Lo seguii, richiusi l'uscio e quando mi voltai, mi trovai davanti a una specie di sala d'attesa, con un divano, alcune sedie e un tavolo lungo una parete, un bancone sull'altra. Dietro il bancone non c'era nessuno, cos Yngve si avvicin e sbirci dentro la stanza pi interna, buss leggermente sul vetro con le nocche mentre io rimasi al centro del locale. Una porta sulla parete pi corta era socchiusa, vidi passare dentro quella stanza la sagoma di un uomo che indossava un abito scuro. Sembrava giovane, pi giovane di me.
Apparve una donna dai capelli chiari e i fianchi larghi, vicina alla cinquantina, che and a sedersi dietro il bancone. Yngve le disse qualcosa che non capii, sentii solo il suono della sua voce.
Si gir.
Arriva subito qualcuno, mi disse. Dobbiamo aspettare cinque minuti".
Mi sembra di essere dal dentista, commentai quando ci accomodammo sulle sedie e ispezionammo la stanza con lo sguardo.
In quel caso quella che ci trapaner sar la nostra anima, rispose Yngve.
Sorrisi. Mi venne in mente la gomma da masticare, la tolsi dalla bocca e la nascosi nella mano mentre cercavo un posto dove buttarla. Non ce n'erano. Strappai un pezzetto di un giornale che trovai sul tavolino, la misi l, appallottolai il tutto e mi infilai quel minuscolo pacchettino in tasca.
Yngve tamburellava con le dita sul bracciolo.
Ma s invece, ero stato anche a un altro funerale. Come avevo potuto dimenticarmene? Era quello di un ragazzo, l'atmosfera in chiesa era isterica, c'erano pianti, urla, grida, gemiti e singhiozzi, ma anche risatine e sghignazzi che si diffondevano a ondate, un grido poteva scatenare una valanga di nuove esplosioni emotive, l dentro aleggiava una tempesta e tutto aveva origine dalla bara bianca vicino all'altare in cui giaceva Kjetil. Si era schiantato mentre era alla guida della sua auto, si era addormentato al volante una mattina presto, era finito fuori strada ed era andato a sbattere contro un recinto, un palo di ferro gli aveva trapassato la testa. Aveva diciotto anni. Era una di quelle persone che piacciono a tutti, sempre allegre e che non farebbero del male a nessuno. Dopo le medie aveva cominciato a frequentare la scuola professionale e aveva scelto lo stesso indirizzo di Jan Vidar, era quello il motivo per cui era gi in macchina cos presto, il suo lavoro alla panetteria iniziava verso le quattro del mattino. Quando sentii per la prima volta alla radio la notizia dell'incidente, pensai che si trattasse di Jan Vidar e provai un grande sollievo quando capii che non era lui, ma ero anche triste, anche se non ai livelli delle ragazze della nostra vecchia classe che invece diedero libero sfogo ai loro sentimenti e questo lo so perch insieme a Jan Vidar mi recai a casa di tutti nei giorni successivi all'incidente per raccogliere nomi e soldi per mandare una corona da parte della classe. Non mi sentivo molto a mio agio in quel ruolo, mi sembrava di reclamare un rapporto con Kjetil a cui non avevo diritto, quindi mantenni un profilo basso, cercando di occupare il minor spazio possibile mentre giravo per il paese in macchina insieme a Jan Vidar, che irradiava dolore, rabbia, coscienza sporca.
Ricordo bene Kjetil, in qualsiasi momento sono in grado di vedere la sua immagine davanti a me, sentire la sua voce nella mia mente, lo conoscevo da quattro anni e di tutto quel periodo mi  rimasto impresso nella memoria soltanto un episodio, oltretutto insignificante: qualcuno aveva messo Our House dei Madness e lo stavamo ascoltando con lo stereo dello scuolabus e Kjetil, che era in piedi accanto a me, rideva della velocit con cui cantava il vocalista della band. Tutto il resto l'ho dimenticato. Ma in cantina conservo ancora un libro che mi aveva prestato, L'ABC per l'esame di guida. Sul frontespizio c'era il suo nome, scritto con la calligrafia infantile che hanno quasi tutti quelli della nostra generazione. Avrei dovuto restituirlo, ma a chi? Quel libro era sicuramente l'ultima cosa che i suoi genitori avrebbero voluto vedere.
La scuola che avevano frequentato lui e Jan Vidar distava soltanto un isolato da dove mi trovavo adesso mentre aspettavo insieme a Yngve. A eccezione di alcune settimane di due anni prima, da allora non avevo quasi pi messo piede in citt. Un anno nella Norvegia settentrionale, sei mesi in Islanda, sei mesi scarsi in Inghilterra, un anno a Volda, nove anni a Bergen. E a parte Bassen, che continuavo a incontrare sporadicamente, non avevo pi contatti con nessuna delle persone che conoscevo nel periodo in cui abitavo l. Il mio pi vecchio amico era Espen Stueland, che avevo incontrato a Bergen dieci anni prima quando frequentavo il primo anno di Lettere. Non era stata una scelta consapevole, era successo e basta. Per me Kristiansand era una citt morta e immobile. Che tutti quelli che conoscevo a quei tempi continuassero ad abitarci e a trascorrere l la propria esistenza era qualcosa che sapevo a livello razionale, ma che non percepivo invece emotivamente, per me il tempo a Kristiansand si era fermato l'estate in cui avevo finito il liceo e me ne ero andato via per sempre.
La mosca che ronzava sul vetro della finestra sin da quando eravamo arrivati si mise a volare improvvisamente per la stanza. La seguii con gli occhi mentre volteggiava sotto il soffitto, poi and a posarsi sulla parete gialla, si lev di nuovo in volo e ronz intorno a noi formando un piccolo arco prima di atterrare sul bracciolo su cui non tamburellavano le dita di Yngve. Mosse le zampette anteriori avanti e indietro incrociandole e sfregandole pi volte tra di loro come se le stesse spazzolando per ripulirle da qualcosa, poi fece qualche passetto prima di spiccare un piccolo salto in aria, con le ali che vibravano, e and a finire sul dorso della mano di Yngve, che ovviamente la sollev bruscamente cos che l'insetto distese nuovamente le ali e cominci a ronzare davanti a noi in un modo che sembrava quasi carico di sofferenza. Alla fine torn a posarsi sulla finestra dove prese a strisciare in su e in gi tracciando delle linee sconnesse.
A dire il vero non abbiamo parlato di come sar seppellito, esord Yngve. Ci hai pensato?
Intendi dire se in chiesa o con rito civile?
Per esempio".
No, non ci ho pensato. Dobbiamo deciderlo adesso?
No, ora non possiamo. Ma dovremo farlo presto, immagino".
Intravidi per un attimo il giovane con il completo nel momento in cui passava di nuovo davanti alla porta semiaperta. Mi venne in mente che forse era l che tenevano i cadaveri. Che fosse in quella stanza che li preparassero. Dove lo facevano altrimenti?
Come se qualcuno l dentro avesse percepito la mia attenzione, la porta venne chiusa. E come se i movimenti delle porte fossero collegati a un sistema segreto, si apr in contemporanea quella di fronte a noi. Un uomo corpulento che poteva avere sui sessantacinque anni, impeccabilmente vestito con un abito scuro e una camicia bianca, fece un passo nella stanza e ci guard.
Knausgrd? chiese.
Annuimmo mentre ci alzavamo. Si present e ci strinse a turno la mano.
Venite con me, ci disse.
Lo seguimmo in un ufficio, relativamente grande, le cui finestre davano sulla strada. Ci indic due sedie che si trovavano davanti alla scrivania. Erano di legno scuro, con i sedili in pelle nera. La scrivania dietro cui prese posto era larga e profonda ed era anch'essa di colore scuro. Alla sua sinistra c'era uno di quei portadocumenti a pi ripiani, accanto a esso un telefono e per il resto era vuota.
No, non del tutto, perch dalla nostra parte, in un angolo, c'era una scatola di fazzolettini Kleenex. Oh, era sicuramente molto pratico, ma che cinismo! Quando uno la guardava, vedeva anche tutte le persone che nell'arco di una giornata andavano l e piangevano, e capiva cos che il proprio dolore non era unico, non era esclusivo, quindi era privo di particolare valore. La scatola dei Kleenex era il segno che in quel luogo c'era un'inflazione di lacrime, e di morte.
Ci guard.
In cosa posso esservi d'aiuto? domand.
La piega di pelle sotto il mento gli penzolava abbronzata sopra il colletto bianco della camicia. I suoi capelli erano grigi e pettinati con cura. Un'ombra scura incombeva sulle guance e sul mento. La cravatta nera non pendeva dritta verso il basso, ma appoggiata su quella pancia enorme ne seguiva la curva. Era grasso, ma a suo modo rigido e impettito, non c'era niente di amorfo e molle in lui, corretto in tutto era probabilmente l'espressione giusta, e quindi anche affidabile e sicuro. Mi piaceva.
Nostro padre  morto ieri, esord Yngve. Ci chiedevamo se, s, se potevate occuparvi delle questioni pratiche. Il funerale e il resto".
Certo, rispose l'impresario delle pompe funebri. Comincio subito con il compilare un modulo".
Aperto un cassetto della scrivania, estrasse un foglio.
Ci siamo rivolti a voi anche quando  morto nostro nonno. E siamo rimasti soddisfatti, aggiunse Yngve.
Me lo ricordo, disse l'impresario. Era un revisore legale, vero? Lo conoscevo bene".
Prese una penna che si trovava accanto al telefono, alz la testa e ci guard.
Ora ho bisogno di alcune informazioni, riprese. Come si chiamava vostro padre?
Dissi il suo nome. Mi fece uno strano effetto. Non perch fosse morto, ma perch non lo pronunciavo da tanti anni.
Yngve mi guard.
No... intervenne con cautela. Ha cambiato nome qualche anno fa".
Ah gi, me l'ero dimenticato, dissi. Certo".
Quel cognome idiota che aveva preso.
Che deficiente era stato.
Abbassai gli occhi, battei pi volte le palpebre.
Avete il numero del suo codice fiscale? domand l'impresario.
No, non esattamente, rispose Yngve. Mi scusi. Ma  nato il 17 aprile 1944. Pi tardi possiamo trovare le ultime cifre, se  necessario".
Va bene cos. Indirizzo?
Yngve gli forn quello della nonna prima di lanciarmi un'occhiata.
O per la precisione, non siamo certi che sia quello ufficiale.  morto a casa della madre. Era l che abitava ultimamente".
Verificheremo noi. E poi mi servono i vostri nomi. E un numero di telefono dove possiamo contattarvi".
Karl Ove Knausgrd, dissi.
E Yngve Knausgrd, prosegu Yngve, che gli diede quello del suo cellulare. Quando l'uomo ebbe finito di annotare, pos la penna e ci guard nuovamente.
Avete avuto il tempo di pensare al funerale? Quando vorreste celebrarlo e in che forma?
No, rispose Yngve. Non ci abbiamo pensato. Ma di solito non si tiene una settimana dopo il decesso?
S, di solito  cos. Quindi potrebbe andare bene venerd prossimo?
S... s, disse Yngve guardandomi. Tu che ne dici?
Venerd va bene, commentai.
Allora, per il momento restiamo d'accordo cos. Per quanto riguarda gli aspetti pratici, possiamo vederci un'altra volta, no? In quel caso, se i funerali si terranno venerd, dobbiamo incontrarci all'inizio della prossima settimana. Magari gi luned. Vi va bene?
S, disse Yngve. Sul presto se possibile?
Ma certo. Facciamo alle nove?
Alle nove va benissimo".
L'impresario delle pompe funebri ne prese nota in un registro. Quando ebbe finito, si alz.
Adesso ci occuperemo noi di tutto. Per qualsiasi dubbio non esitate a telefonarmi. In qualunque momento. Sar nella mia casa di villeggiatura a partire da questo pomeriggio e ci rimarr per tutto il fine settimana, ma ho con me il cellulare, quindi se  il caso chiamatemi pure. Non fatevi scrupolo. Comunque ci vediamo luned".
Ci tese la mano e gliela stringemmo a turno prima di lasciare la stanza, poi con un sorriso e un cenno amichevole del capo a mo' di saluto richiuse la porta alle nostre spalle.
Quando fummo in strada e ci incamminammo verso la macchina, qualcosa era cambiato. Quello che vedevo, ci da cui eravamo circondati, non mi sembrava pi cos nitido e chiaro, era come se fosse stato spinto in secondo piano, come se intorno a me si fosse creata una specie di zona che era stata prosciugata di qualsiasi senso, di qualsiasi significato. Il mondo era sprofondato, quella era la sensazione che provavo, ma non me ne importava, perch pap era morto. Mentre l'ufficio era perfettamente vivo e nitido nella mia coscienza con tutti i suoi dettagli, all'esterno il paesaggio della citt era indistinto e grigio, qualcosa che stavo attraversando perch dovevo. Non pensavo in maniera diversa, la mia realt interiore era immutata, l'unica differenza era che adesso richiedeva pi spazio e quindi spingeva via quella esterna. Non avrei saputo spiegarlo in altro modo.
Yngve si chin per aprire la portiera. Notai un nastro bianco legato intorno alle barre portatutto montate sul tetto della macchina, era lucido e somigliava a quello che si usavano per impacchettare i regali, ma era mai possibile?
Yngve apr dalla mia parte e io mi sedetti.
 andata bene, dissi.
S. Adesso passiamo dalla nonna?
S, certo".
Dopo aver messo la freccia, si immise sulla strada, svolt alla prima a sinistra, poi di nuovo a sinistra nella Dronningens gate, e poco dopo vedemmo dal ponte la casa dei nonni che troneggiava gialla sulla collina che dava sul piccolo porto turistico e sul bacino di quello industriale. Proseguimmo su per la Kuholmsveien prima di infilarci nella stradina che era cos stretta che era necessario fare un breve tratto in discesa in retromarcia, occupare leggermente il passaggio pedonale e poi fare manovra prima di poter salire e parcheggiare davanti alla scala di casa. Da bambino avevo visto mio padre ripetere quell'operazione centinaia di volte e il semplice fatto che adesso Yngve facesse esattamente lo stesso era sufficiente per spingere il pianto ai margini della coscienza, dove soltanto un piccolo scatto del pensiero imped alle lacrime di sgorgare di nuovo.
Quando raggiungemmo la cima di quel leggero pendio, due grossi gabbiani volarono via dalle scale. Lo spiazzo davanti alla porta del garage era occupato da sacchi neri e sacchetti pieni di spazzatura, era quello che i gabbiani stavano facendo, avevano strappato via e sparpagliato in giro tutta quella plastica schifosa a caccia di cibo.
Yngve spense il motore, ma rest seduto. Anch'io rimasi immobile. Il giardino era completamente invaso dalle erbacce. L'erba arrivava fino al ginocchio come in un prato, aveva un colore giallo-grigiastro e in alcuni punti, dove era stata sferzata dalla pioggia, si era appiattita. Si era insinuata dappertutto, aveva coperto tutte le aiuole, i fiori non li avrei neanche notati se non avessi saputo dove si trovavano perch adesso si potevano soltanto intuire sotto forma di sprazzi di colore qua e l. Attaccata alla siepe e rovesciata di lato c'era una carriola arrugginita, pareva incastonata dentro quella selva di piante come se vi ci fosse cresciuta dentro. Il terreno sotto gli alberi era marroncino per via delle pere e delle susine marce. Ovunque c'erano piantine di tarassaco e notai che in alcuni punti erano spuntati anche dei piccoli alberelli. Era come se ci fossimo fermati nella radura di un bosco e non davanti a una villetta nel centro di Kristiansand.
Mi sporsi leggermente in avanti e alzai gli occhi verso la casa. Le assi di legno poste trasversalmente sulla gronda per riparare la facciata dalla pioggia e dall'acqua erano marce, la vernice si stava scrostando in alcuni punti, ma l lo stato di abbandono non era cos evidente.
Alcune gocce di pioggia colpirono il parabrezza, altre crepitarono debolmente sul tetto e sul cofano.
Gunnar non c', disse Yngve mentre si sganciava la cintura di sicurezza. Arriver sicuramente tra un po'".
Sar al lavoro, commentai.
Anche se bisogna calcolare che durante le ferie spesso piove, nelle dichiarazioni dei diritti questo i commercialisti non lo calcolano mai, disse seccamente. Tolse la chiave di accensione e infil il portachiavi nella tasca della giacca, apr la portiera e scese.
Avrei voluto rimanere seduto in macchina, ma ovviamente non era possibile, cos feci come lui e, dopo aver sbattuto la portiera, lanciai un'occhiata verso la finestra della cucina al primo piano, dove lo sguardo della nonna ci accoglieva sempre quando arrivavamo.
Ora non c'era nessuno.
Speriamo che sia aperto, comment Yngve salendo i sei gradini della scala che un tempo erano verniciati di rosso scuro, ma che adesso erano soltanto grigi. I due gabbiani si erano posati sul tetto della casa del vicino e seguivano con attenzione i nostri movimenti.
Yngve abbass la maniglia prima di spingere la porta verso l'interno.
Cazzo, esclam.
Arrancando su per la scala, entrai dopo di lui e quando mi trovai nell'ingresso, fui costretto a girare la testa. L'odore che impregnava l'abitazione era insopportabile. Si sentiva un tanfo di putrido e di piscia.
In piedi al centro della stanza Yngve si guard intorno. La moquette blu era coperta di macchie scure e di segni. Il guardaroba a muro, aperto, era pieno di bottiglie e di sacchetti pieni di bottiglie. I vestiti erano sparsi ovunque. Altre bottiglie, grucce, scarpe, lettere mai aperte, pubblicit e sacchetti di plastica giacevano sparsi alla rinfusa sul pavimento.
Ma la cosa peggiore era il fetore.
Cosa cazzo poteva puzzare cos?
Ha distrutto tutto, comment Yngve scuotendo lentamente la testa.
Cosa pu avere un odore cos schifoso? chiesi. Qualcosa che sta marcendo da qualche parte?
Vieni, disse dirigendosi verso la scala. La nonna ci sta aspettando".
A met dei gradini c'erano bottiglie vuote, forse cinque, sei su ogni scalino, ma pi ci avvicinavamo al primo piano, e pi aumentavano di numero. Persino il pianerottolo davanti alla porta era quasi ricoperto di bottiglie e di sacchetti pieni di bottiglie e sulla scala che saliva al secondo piano, dove si trovava un tempo la camera da letto dei nonni, ogni gradino ne era pieno, a parte qualche decimetro di spazio lasciato libero al centro su cui era possibile appoggiare il piede. Per lo pi si trattava di bottiglie di plastica da un litro e mezzo di birra e di bottiglie di vodka, ma ce n'era anche qualcuna di vino.
Yngve apr la porta ed entrammo in soggiorno. Sul pianoforte c'erano ancora bottiglie e sotto lo strumento altri sacchetti pieni. La porta della cucina era aperta. Lei sedeva sempre l, fu cos anche quel giorno, immobile davanti al tavolo, con lo sguardo abbassato, fisso sulla sua superficie e una sigaretta accesa in mano.
Ciao, esord Yngve.
Alz gli occhi. All'inizio non diedero segno di averci riconosciuto, ma poi si illuminarono.
Allora eravate voi, ragazzi! Mi sembrava di aver sentito entrare qualcuno".
Deglutii. I suoi occhi erano come risucchiati dentro le orbite, il naso sporgeva a tal punto su quel volto smagrito da sembrare il becco di un uccello. La pelle rugosa era bianca e incartapecorita.
Siamo partiti non appena abbiamo saputo quello che  successo, disse Yngve.
S, oh,  stato terribile, comment la nonna. Ma adesso siete qui. Almeno questa  una bella cosa!
Il vestito che aveva indosso era cosparso di macchie e pendeva su quel corpo talmente magro da fare impressione. Nella parte superiore del petto che l'abito avrebbe dovuto coprire, le costole spuntavano come stecche sotto la pelle. Le scapole e le ossa delle anche sporgevano in fuori. Le braccia erano solo pelle e ossa. Le vene le scorrevano sul dorso delle mani simili a piccoli cavi di colore blu scuro.
Puzzava di urina.
Volete un po' di caff? chiese.
S, grazie, rispose Yngve. Non sarebbe una cattiva idea. Ma possiamo prepararlo noi. Dov' il bollitore dell'acqua?
Mi piacerebbe saperlo, disse la nonna guardandosi intorno.
 l, esclamai indicando il tavolo. L accanto c'era un biglietto, girai leggermente la testa in modo da poter leggere quello che c'era scritto.
I RAGAZZI SONO L PER MEZZOGIORNO. IO ARRIVO VERSO L'UNA. GUNNAR.
Yngve prese il bollitore in alluminio e and verso il lavello per buttare via i fondi di caff. Dentro c'erano pile di piatti e bicchieri sporchi. Lungo tutto il ripiano della cucina erano accatastate le scatole da imballaggio di cibi precotti da scaldare al microonde, molte di esse erano ancora colme di avanzi. Nel mezzo c'erano delle bottiglie, per lo pi le stesse di plastica da un litro e mezzo, alcune con ancora del liquido sul fondo, altre mezze piene, altre ancora sigillate, ma anche bottiglie di superalcolici, della vodka meno cara che vendevano al monopolio di stato, qualche mezza bottiglia di whisky Upper Ten. Dappertutto c'erano fondi di caff ormai asciutti, briciole, resti di cibo rinsecchiti. Yngve spinse via uno dei mucchi di scatole da imballaggio, sollev qualche piatto e lo appoggi sul ripiano prima di sciacquare il bollitore e riempirlo di acqua pulita.
La nonna era seduta come quando eravamo entrati nella cucina, lo sguardo abbassato davanti a s sul tavolo e la sigaretta, che adesso si era spenta, in mano.
Dove tieni il caff? domand Yngve. Nella credenza?
Alz la testa.
Non lo so dove lui l'ha messo".
Lui? Alludeva a pap?
Mi girai e andai in salotto. Per quanto riuscivo a ricordare, veniva usato soltanto nelle grandi occasioni e nelle festivit solenni. Adesso sul pavimento al centro della stanza c'era l'enorme televisore di pap e due delle grandi poltrone in pelle erano state trascinate l davanti. In mezzo c'era un tavolino pieno di bottiglie, bicchieri, confezioni di tabacco e posacenere stracolmi. Passai oltre per dare un'occhiata alla parte pi interna della stanza.
Davanti al divano e alle poltrone vicino alla parete erano ammucchiati degli indumenti. Vidi due paia di pantaloni e una giacca, delle mutande, calze. Puzzavano terribilmente. C'erano anche bottiglie rovesciate, confezioni di tabacco, alcuni panini rinsecchiti e altra spazzatura. Avanzai lentamente. Sul divano c'erano degli escrementi, in parte spalmati sul tessuto, in parte in pezzi. Mi chinai sui vestiti. Anch'essi erano sporchi di escrementi. In alcuni punti la laccatura del parquet era corrosa sotto forma di grosse chiazze irregolari.
Di piscio?
Provai l'impulso di spaccare qualcosa. Sollevare il tavolino e scagliarlo contro la finestra. Buttare gi gli scaffali della libreria. Ma ero cos debole che riuscii a malapena a raggiungere la finestra. Appoggiai la fronte sul vetro e guardai il giardino sotto di me. La vernice dei mobili da esterno che giacevano capovolti si era quasi completamente scrostata. Sembrava che spuntassero dalla terra.
Karl Ove? esclam Yngve dalla soglia.
Mi girai e tornai indietro.
L dentro  uno schifo, sussurrai a bassa voce per non farmi sentire dalla nonna.
Annu.
Adesso sediamoci un po' con lei, disse.
Okay".
Entrai in cucina, spostai la sedia e mi sedetti al tavolo di fronte a lei. Un ticchettio aveva riempito la stanza, proveniva da un dispositivo simile a un termostato che probabilmente serviva a spegnere in automatico le piastre dei fornelli. Yngve si sistem sul lato pi corto del tavolo, prese il pacchetto di sigarette dalla giacca, che per qualche motivo aveva ancora indosso. Mi accorsi che lo stesso valeva per me.
Non volevo fumare, mi sembrava un gesto sconcio anche se al contempo ne avevo bisogno, tirai fuori le sigarette. Che ci fossimo seduti, rianim la nonna. I suoi occhi si illuminarono nuovamente.
Allora siete venuti in macchina fin da Bergen in giornata? chiese.
Da Stavanger, rispose Yngve. Adesso abito l".
Io abito a Bergen, dissi.
Dietro di noi il bollitore crepit sulla piastra.
Capisco, esclam lei.
Ci fu silenzio.
Volete un po' di caff? disse di colpo la nonna.
Incrociai lo sguardo di Yngve.
L'ho gi messo su, rispose Yngve. Tra poco  pronto".
Ah s, disse lei. Si guard la mano e con un movimento improvviso, come se avesse scoperto soltanto in quel momento di stringere la sigaretta tra le dita, afferr l'accendino e l'accese.
Siete venuti in macchina fin da Bergen in giornata? chiese prima di tirare qualche boccata e guardarci.
Da Stavanger, ripet Yngve. Ci abbiamo messo solo quattro ore".
S, adesso le strade sono molto meglio, disse lei.
Poi sospir.
Eh s, la vita  una botta, disse la vecchia che non riusciva a pronunciare la elle".
Ridacchi. Yngve sorrise.
Ci vorrebbe qualcosa di dolce con il caff, disse lui. Abbiamo della cioccolata in macchina. Vado a prenderla".
Ero tentato di dirgli di non andare, ma ovviamente non potevo. Quando spar fuori dalla porta, mi alzai, appoggiai la sigaretta appena iniziata sul bordo del posacenere e mi diressi verso i fornelli, premetti il bollitore sulla piastra in modo che l'acqua bollisse pi in fretta.
La nonna si era di nuovo rinchiusa in se stessa, fissava il tavolo a capo chino. Sedeva con la schiena curva dondolandosi leggermente avanti e indietro.
A che cosa poteva pensare?
Niente. L non c'era alcun pensiero. Non poteva esserci. Soltanto qualcosa di freddo e buio.
Staccai la mano dall'impugnatura del bollitore e mi guardai intorno alla ricerca della scatola del caff. Non era sul ripiano vicino al frigorifero, e neanche su quello di fronte vicino al lavello. Forse in un armadietto? Ma no, Yngve l'aveva trovato. Dove l'aveva appoggiato?
L, cazzo. Sulla cappa dove c'erano i vecchi vasetti di spezie. La presi, spostai il bollitore di lato anche se l'acqua non era ancora bollita, aprii il coperchio e ci feci cadere qualche cucchiaio di caff. Era secco e sembrava vecchio.
Quando alzai gli occhi, la nonna mi stava guardando.
Dov' Yngve? domand. Non se n' mica gi andato via, vero?
No, risposi.  andato a prendere qualcosa in macchina".
Ah".
Presi una forchetta dal cassetto e rimestai un po' dentro il bollitore, che poi sbattei leggermente un paio di volte sulla piastra.
Adesso deve riposare un attimo e poi  pronto, dissi.
Era seduto in poltrona quando sono venuta di sopra quella mattina, cominci la nonna. Era immobile. Ho cercato di svegliarlo. Ma non  stato possibile. Era bianco in viso".
Mi venne la nausea.
Sulle scale risuonarono i passi di Yngve. Aprii un armadietto per cercare un bicchiere, ma non ce n'erano. Non mi sfior neppure l'idea di usare quelli che si trovavano nel lavello, cos mi piegai in avanti e stavo bevendo direttamente dal rubinetto quando Yngve entr in cucina.
Si era tolto la giacca. Aveva in mano due Bounty e un pacchetto di Camel. Dopo essersi seduto, scart un cioccolato.
Ne vuoi un pezzo? chiese alla nonna.
Lei guard il dolciume.
No, grazie, rispose. Ma voi mangiate pure".
Non mi va, dissi. Comunque il caff  pronto".
Appoggiai il bollitore sul tavolo, aprii nuovamente l'anta dell'armadietto e presi tre tazze. Sapendo che la nonna usava le zollette di zucchero, aprii la credenza che si trovava sull'altra parete, dove teneva il cibo. Due mezzi filoni di pane, quasi completamente blu per via della muffa, un sacchetto di panini dolci ammuffiti, alcune buste di minestre liofilizzate, noccioline, tre confezioni di spaghetti gi pronti che sarebbero dovuti stare nel freezer, bottiglie di superalcolici, della stessa marca che costava meno.
Meglio lasciar stare, pensai prima di sedermi, presi il bollitore e mi misi a versare il caff. Non era pronto, dal beccuccio usc un rivolo marroncino, pieno di grumi. Tolsi il coperchio e riversai tutto dentro.
 bello che siete qui, disse la nonna.
Scoppiai in lacrime. Inspirai profondamente, ma senza fare troppo rumore, mi coprii il viso con le mani, sfregandolo come se fossi stanco e non come se stessi piangendo. Comunque la nonna non si era accorta di niente, era di nuovo scomparsa in se stessa. Questa volta dur forse cinque minuti. Yngve e io rimanemmo in silenzio, bevemmo il caff, lo sguardo fisso davanti a noi.
Ah, s, riprese a un certo punto la nonna. La vita  una botta, disse la vecchia che non riusciva a pronunciare la elle".
Prese la macchinetta rossa per rollare le sigarette, apr la confezione di Petteres Mentol, premette velocemente il tabacco nella scanalatura, infil un tubetto vuoto a un'estremit, richiuse il coperchio e lo spinse con forza lungo il filetto.
Magari potremmo andare a prendere i bagagli? sugger Yngve. Guard la nonna. Dove possiamo sistemarci?
La camera da letto grande al pianterreno  vuota, rispose lei. Potete dormire l".
Ci alzammo.
Facciamo un salto gi a prendere le valigie in macchina, le spieg Yngve.
Ah s? disse.
Mi fermai davanti alla porta e mi girai verso di lui.
Hai visto l dentro? chiesi.
Annu.
Mentre scendevo le scale fui sopraffatto da una violenta ondata di pianto. Questa volta non se ne parlava proprio di nasconderlo. Tutto il petto tremava e sussultava, non riuscivo a respirare, ero scosso da profondi singhiozzi e il mio viso si contrasse, completamente fuori da ogni controllo.
Ohhhhhhhhhh, gemevo. Ohhhhhhh".
Mi accorsi che Yngve era dietro di me e mi costrinsi a continuare a scendere le scale, a percorrere il corridoio, a uscire e a dirigermi verso la macchina, poi proseguii fino al piccolo prato che si trovava tra la casa e il recinto del vicino. Alzai la testa e guardai il cielo sforzandomi di respirare in modo profondo e regolare e dopo un po' il tremito cess.
Quando tornai indietro, Yngve era chino sul bagagliaio aperto dell'automobile. La mia valigia era per terra accanto a lui. La afferrai e la trasportai su per la scala esterna, la appoggiai nell'ingresso e girai la testa verso Yngve, che era subito dietro di me con uno zaino in spalla e un borsone in mano. Dopo aver trascorso qualche minuto all'aria aperta, il tanfo all'interno era ancora pi forte. Cominciai a respirare dalla bocca.
Che facciamo, dormiamo l dentro o no? chiesi indicando con la testa la camera da letto che i nonni avevano utilizzato negli ultimi decenni.
Prima vediamo in che condizioni , rispose Yngve.
Aprii la porta. La stanza sembrava devastata, nel senso che indumenti, scarpe, cinture, borse, spazzole per capelli, bigodini e trucchi erano sparsi ovunque, per terra, sul letto, sopra i com e c'erano polvere e batuffoli di polvere dappertutto, ma non era stata violata come era toccato al soggiorno al piano di sopra.
Che ne dici? dissi.
Non lo so. Secondo te dove dormiva?
Apr la porta accanto, di quella che un tempo era stata la camera di Erling. Entr. Lo seguii.
Il pavimento era pieno di rifiuti e vestiti. Sotto la finestra c'era un tavolo che sembrava fosse stato fatto a pezzi. C'erano mucchi di carte e lettere mai aperte. Qualcosa che doveva essere vomito si era rappreso in una chiazza giallastra, irregolare e granulosa sul pavimento proprio sotto il letto. I vestiti erano sporchi e pieni di macchie scure, doveva essere sangue rappreso. Nella parte interna uno degli indumenti era nero di escrementi. Tutto puzzava di piscia.
Yngve scavalc i mucchi e and ad aprire la finestra.
Sembra che qui dentro si siano accampati dei tossici, dissi. Pare un covo di drogati".
In effetti".
Il com che si trovava attaccato alla parete tra il letto e la porta era stranamente intatto. Sopra c'erano le foto di pap ed Erling con i cappelli neri da studenti che molto probabilmente dovevano essere state scattate quando si erano immatricolati all'universit. Senza barba pap assomigliava in modo impressionante a Yngve. La stessa bocca, gli stessi occhi.
Che cazzo facciamo? dissi.
Yngve non rispose, si guard intorno.
Dobbiamo rimetterla in ordine, concluse.
Annuii prima di uscire dalla camera. Aprii la porta della lavanderia che si trovava in un'ala lungo la scala, accanto al garage. Quando respirai l'aria che c'era l dentro, cominciai a tossire. Al centro della stanza c'era un mucchio di vestiti alto quanto me, arrivava quasi fino al soffitto. L'odore di marcio doveva sprigionarsi da l. Accesi la luce. Asciugamani, lenzuola, tovaglie, pantaloni, maglioni, vestiti da donna, mutande, avevano buttato tutto qua. Gli strati pi bassi non erano solo macchiati di umidit, ma erano imputriditi. Mi accovacciai e ci infilai un dito. Al tatto era molle e appiccicoso.
Yngve! esclamai.
Arriv e si ferm sulla soglia.
Guarda qui, dissi.  da qua che viene l'odore".
Dalla sommit della scala si sent il rumore di passi. Mi alzai.
Meglio che usciamo, commentai. Cos non penser che andiamo in giro a mettere il naso dappertutto".
Quando la nonna arriv, eravamo davanti alle nostre valigie nell'ingresso.
Vi va bene dormire qui dentro? domand prima di aprire la porta e sbirciare dentro. Basta che mettiamo un po' in ordine".
Stavamo pensando alla stanza in mansarda, esord Yngve. Che ne dici?
Perch no? Ma  da molto tempo che non salgo fin lass".
Andiamo a vedere, disse Yngve.
La stanza della mansarda che una volta, molto tempo prima, era stata la camera da letto dei nonni, ma che fin da quando riuscivamo a ricordare era stata usata come camera per gli ospiti, era l'unica che lui non aveva toccato. L dentro tutto era come prima. Il pavimento era impolverato e i piumoni avevano un leggero odore di chiuso, ma non peggio di come sarebbe stato in una casa di villeggiatura dopo averla lasciata a fine estate dell'anno prima e non averci pi messo piede. Dopo l'incubo dei piani di sotto fu un sollievo entrarci. Posammo i bagagli sul pavimento, appesi il mio vestito a una delle ante dell'armadio, Yngve si affacci alla finestra e con le braccia appoggiate al davanzale guard la citt.
Potremmo cominciare col togliere tutte le bottiglie, disse. Consegnarle e recuperare il deposito. Cos usciamo anche a prendere una boccata d'aria".
Va bene".
Quando tornammo in cucina, sentimmo il rumore di una macchina che stava entrando nel vialetto. Era Gunnar. Rimanemmo in piedi ad aspettare che salisse.
Eccovi qua! esclam con un sorriso. Quanto tempo  passato dall'ultima volta che ci siamo visti!
Il viso era abbronzato, i capelli chiari, il corpo nerboruto. Si teneva in forma.
 bello avere qui i ragazzi, vero? comment rivolgendosi alla nonna. Poi si gir nuovamente verso di noi.
 terribile quello che  successo qui dentro, disse.
S, annuii.
Vi siete guardati un po' in giro? Avete visto di cosa  stato capace?
S, disse Yngve.
Gunnar scosse la testa con fermezza.
Non so cosa dire, riprese. Ma era vostro padre. Mi spiace che con lui sia andata a finire cos. Ma anche voi sapevate gi che piega avrebbe preso la situazione".
Ripuliremo tutta la casa, intervenni. D'ora in poi ci occuperemo noi di tutto".
Bene. Stamattina ho buttato via il peggio che c'era in cucina e ho portato fuori un po' di spazzatura, ma  rimasta ancora qualche cosuccia da fare".
Abbozz un sorriso.
Fuori ho un carrello, continu. Yngve, potresti spostare la macchina? Cos possiamo metterlo sul prato accanto al garage. Non possiamo lasciare qui i mobili. E i vestiti e tutto il resto. Li portiamo alla discarica. Non  meglio cos?
S, dissi.
I ragazzi e Tove sono nella casa di villeggiatura. A dire il vero sono passato soltanto per salutarvi. E per portare il carrello. Ma ritorno domani mattina. Cominciamo da l e a mano a mano vediamo.  terribile, ma  cos. Ce la farete sicuramente".
Certo, rispose Yngve. Hai parcheggiato dietro di me? Allora devi uscire tu per primo, no?
La nonna ci aveva osservato nei primi istanti dopo l'arrivo di Gunnar, gli aveva sorriso, ma poi si era rintanata di nuovo in se stessa era seduta con lo sguardo fisso davanti a s come se fosse completamente sola.
Yngve cominci a scendere le scale. Io rimasi dov'ero, pensavo di stare l con lei.
Devi venire anche tu, Karl Ove, disse Gunnar. Dobbiamo spingere il carrello ed  pesante".
Lo seguii.
Ha detto qualcosa? chiese.
La nonna? domandai.
S. Su quello che  successo".
Quasi niente, risposi. Soltanto che l'ha trovato sulla poltrona".
Tuo padre era sempre con lei, spieg. Adesso  in stato di choc".
Che cosa possiamo fare?
Mah, che cosa potete fare? Speriamo che si riprenda con il passare del tempo. Ma appena il funerale sar finito, andr in una casa di riposo. Hai visto anche tu in che condizioni  ridotta. Ha bisogno di assistenza. Subito dopo la cerimonia andr via da qui".
Si gir e usc fuori sulle scale, scrut il cielo chiaro con gli occhi socchiusi. Yngve era gi seduto in macchina.
Gunnar si volt nuovamente verso di me.
Il comune le aveva concesso l'assistenza a domicilio, sai. Venivano qui tutti i giorni per accudirla. Poi  arrivato tuo padre e li ha buttati fuori. Ha chiuso la porta e si  barricato dentro con lei. Neppure io potevo entrare. La mamma mi ha telefonato quando si  rotto la gamba ed era rimasto disteso sul pavimento del soggiorno. Si era fatto tutto addosso. Ti puoi immaginare. Era rimasto l steso continuando a bere. E tua nonna lo serviva. Non puoi andare avanti cos, gli avevo detto prima che arrivasse l'ambulanza. Non  degno di te. Devi darti una regolata. E sai che cosa mi ha risposto tuo padre? Tu vuoi farmi affondare ancora di pi nella merda, Gunnar!  per questo che sei venuto? Per farmi affondare ancora di pi nella merda?
Gunnar scosse la testa.
 mia madre, capisci? Quella che adesso  seduta l sopra. Che abbiamo cercato di aiutare in tutti questi anni. Lui ha distrutto tutto. Questa casa, lei, se stesso. Tutto. Tutto".
Con un gesto repentino mi mise una mano sulla spalla.
Ma io so che siete dei bravi ragazzi".
Scoppiai a piangere e lui distolse lo sguardo.
No, adesso dobbiamo sistemare quel carrello, disse avviandosi verso l'automobile, sal, l'accese, percorse lentamente in retromarcia il pendio, gir a sinistra, quando la strada era libera, diede un colpo di clacson e anche Yngve esegu la stessa manovra. Poi Gunnar risal il pendio con la macchina, scese e stacc il carrello. Li raggiunsi, afferrai il gancio e cominciai a tirare su per la salita mentre Gunnar e Yngve spingevano.
Qui va bene, disse Gunnar quando lo piazzammo dentro il giardino e io ebbi appoggiato l'estremit del carrello per terra.
Dalla finestra del primo piano la nonna ci stava osservando.
Mentre raccoglievamo le bottiglie, le infilavamo nei sacchetti di plastica e le mettevamo in macchina, lei rimase tutto il tempo in cucina. Mi guardava mentre svuotavo i resti di birra e liquori dalle bottiglie mezze vuote dentro il lavello, ma non disse niente. Forse si sentiva sollevata nel vederli sparire, forse non capiva bene cosa stava succedendo. La macchina era piena e Yngve and da lei per dirle che facevamo un salto al supermercato a consegnare le bottiglie. Si alz e ci accompagn all'ingresso, pensavamo che volesse stare a guardare mentre andavamo via, invece quando usc punt dritta verso l'auto, mise la mano sulla maniglia e fece per salire.
Nonna? disse Yngve.
Si ferm.
Pensavamo di andare da soli. Qualcuno deve pur restare qui a guardare la casa.  meglio che rimani".
Dici? esclam facendo un passo indietro.
S".
S, s. Allora resto qui io".
Yngve fece marcia indietro nel vialetto e la nonna rientr in casa.
Che inferno, dissi.
Yngve mi lanci un'occhiata di sfuggita, mise la freccia per svoltare a sinistra e si immise lentamente sulla strada.
Evidentemente  sotto choc, aggiunsi. Mi chiedo se forse non sia il caso di telefonare al pap di Tonje e sentire cosa ne dice. Sicuramente le pu prescrivere qualche tranquillante".
Ma prende gi delle medicine, argoment Yngve. Sullo scaffale della cucina c' un portapillole ancora intero".
Guard nuovamente dalla mia parte, questa volta verso Kuholmsveien, da dove stavano sopraggiungendo tre macchine. Poi fiss lo sguardo su di me.
Comunque parlane con il padre di Tonje. Cos potr valutare la situazione e decidere il da farsi".
Lo chiamo quando torniamo".
Pass l'ultima macchina, uno di quei brutti maggioloni dal design nuovo fiammante. Alcune gocce di pioggia rimbalzarono sul parabrezza e mi fecero pensare a quella che era iniziata prima, ma che poi, come pentitasi, si era limitata a far cadere poche gocce.
Questa volta invece continu. Quando subito dopo Yngve mise la freccia e imbocc la discesa, lo fece con i tergicristalli in azione.
Pioggia estiva.
Oh, gocce che cadono sull'asfalto asciutto e caldo e che prima evaporano o vengono assorbite dalla polvere, ma che poi fanno il loro lavoro perch quando cade quella successiva l'asfalto  pi freddo, la polvere pi umida, le chiazze scure si allargano sempre pi e si fondono mentre l'asfalto rimane l, nero e bagnato. Oh, quell'aria calda dell'estate che rinfresca cos repentinamente che la pioggia che ti cade sul volto  pi calda e tu pieghi la testa all'indietro per assaporare quella sensazione particolare. Le foglie degli alberi che tremolano sotto il tocco lieve delle gocce, quel tamburellare debole, quasi impercettibile della pioggia che cade sul terreno, a qualsiasi livello esso si trovi: sulla superficie butterata della montagna accanto alla strada e sui fili d'erba nel fossato sottostante, sul tetto della casa di fronte e sul sellino della bicicletta incatenata al recinto, sull'amaca in giardino e sui cartelli stradali, nei canaletti di scolo e sui cofani e i tetti delle macchine parcheggiate.
Ci fermammo all'incrocio, la pioggia era cresciuta d'intensit, le gocce che cadevano adesso erano grosse, pesanti e tante. Tutta l'area che si estendeva intorno all'incrocio di Rundingen si era trasformata nell'arco di secondi. Il buio del cielo rendeva le luci ancora pi nitide mentre la pioggia che cadeva, e che adesso rimbalzava addirittura sul terreno, le offuscava. Le auto viaggiavano con i tergicristalli accesi, i passanti correvano in cerca di un riparo coprendosi la testa con un giornale o tirando su il cappuccio e se invece avevano portato con s l'ombrello, continuavano a camminare imperterriti.
Scatt il verde, scendemmo verso il ponte, passammo davanti al vecchio negozio di musica, ormai chiuso da tempo, dove io e Jan Vidar entravamo sempre tutti i sabati mattina quando passavamo in rassegna ogni negozio di musica della citt, attraversammo il ponte di Lundsbroa, da cui aveva origine il primo ricordo che avevo della mia infanzia. Lo stavo percorrendo a piedi insieme alla nonna e avevo visto l sopra un uomo vecchissimo, aveva la barba e i capelli bianchi, camminava con il bastone ed era curvo. Mi fermai a guardarlo, la nonna mi trascin via. Gi nell'ufficio di mio padre c'era un poster appeso alla parete e una volta che ero l con lui e il vicino, Ola Jan, che insegnava anche lui norvegese nella stessa scuola di pap, la scuola media Roligheden, indicai il manifesto affermando di aver visto l'uomo raffigurato. Perch era lo stesso vecchio dai capelli e dalla barba bianchi e curvo. Che fosse l appeso nell'ufficio di mio padre era un dettaglio che non trovavo per niente strano, avevo quattro anni e niente al mondo era incomprensibile, tutto aveva un nesso. Invece pap e Ola Jan scoppiarono a ridere. Ridevano dicendo che era impossibile.  Ibsen, ripetevano.  morto quasi cento anni fa. Ma io ero sicuro, era lo stesso uomo, e insistetti. Avevano scosso la testa, adesso pap non rideva pi quando indicavo Ibsen continuando a ripetere di averlo visto, alla fine mi trascin fuori.
L'acqua che scorreva sotto il ponte era grigia e piena degli anelli che si formavano in continuazione quando la pioggia ne colpiva la superficie. Eppure aveva anche una sfumatura di verde, come avveniva sempre nel punto in cui le acque del fiume Otta si mescolavano a quelle del mare. Quante volte ero rimasto l sul ponte a osservare la corrente sotto di me? A volte scorreva come un fiume e turbinando formava dei piccoli mulinelli. Altre volte produceva una spuma bianca intorno ai piloni.
Ora invece fluiva placidamente. Si sentiva il ronzio del motore di due barche in legno, entrambe con la cappotta tirata, che si stavano inoltrando verso il punto dove si apre il mare. Sull'altro lato del molo c'erano ormeggiate due imbarcazioni pi grandi e arrugginite e dietro di esse una barca a vela di un bianco scintillante.
Yngve si ferm al semaforo che divent subito verde e noi svoltammo a sinistra dove si trovava il piccolo centro commerciale con il parcheggio sul tetto. Salimmo lungo la rampa di cemento armato, il cui accesso era regolato da luci e sbucammo in cima, dove per fortuna, perch era un sabato in cui la maggior parte della gente era partita per le vacanze, trovammo un posto libero in fondo allo spiazzo.
Scendemmo, piegai indietro la testa lasciando che la pioggia mi bagnasse il viso. Yngve apr il bagagliaio, afferrammo quanti pi sacchetti potevamo e poi prendemmo l'ascensore che portava al pianterreno dove c'era il supermercato. Avevamo deciso che non aveva senso riportare le bottiglie di liquori per farci restituire il deposito, le avremmo lasciate in discarica, cos in quel momento il nostro carico consisteva per lo pi di bottiglie di plastica, quindi non era pesante, ma solo ingombrante.
Comincia a infilarle qui nel raccoglitore automatico, intanto io vado a prenderne delle altre, okay? disse Yngve quando ci fermammo davanti alla macchina in questione.
Annuii. Misi una bottiglia dopo l'altra sul nastro, appallottolai i sacchetti di plastica a mano a mano che si svuotavano e li gettai nell'apposito bidone della spazzatura. Che qualcuno potesse vedermi e meravigliarsi del gran numero di bottiglie di birra non mi preoccupava. Ero indifferente a tutto. Quella specie di zona che si era creata intorno a me quando eravamo usciti dall'impresa di pompe funebri e che in un certo senso trasformava tutto quello che mi circondava in qualcosa di morto o privo di significato era cresciuta per ampiezza e forza. Il supermercato, inondato dalle sue luci potenti, con tutti suoi prodotti lucenti e colorati, lo percepivo appena, in quel momento avrei potuto trovarmi benissimo da qualche altra parte immerso in una palude. Di solito ero sempre molto attento a come mi presentavo, a quello che gli altri potevano pensare del mio aspetto, a volte questo mi tirava su di morale e mi inorgogliva, altre volte mi sentivo depresso e pieno di odio per me stesso, ma mai indifferente, non era mai successo che gli occhi che potevano vedermi non avessero importanza o che l'ambiente che mi circondava fosse come cancellato. Invece adesso era cos, ero intorpidito e questo torpore scacciava via tutto il resto. Il mondo giaceva come un'ombra intorno a me.
Yngve mi raggiunse con altri sacchetti.
Vuoi che ti dia il cambio? domand.
No, non c' problema, risposi. Intanto puoi andare a fare la spesa. Dobbiamo assolutamente comprare detersivi e guanti di gomma. E da mangiare, cazzo".
In macchina c' ancora un carico. Vado prima a prenderlo".
Okay".
Dopo aver infilato le ultime bottiglie e aver preso lo scontrino con la somma che ci spettava per averle riciclate, raggiunsi Yngve che si trovava davanti allo scaffale dei detersivi. Da l prendemmo il Jif per il bagno, il Jif per la cucina, l'Aiax universale, l'Aiax per pulire i vetri, la candeggina, il sapone verde per il parquet, Mr Muscle per le macchie pi difficili, lo spray per il forno, il detergente specifico per divani, delle pagliette d'acciaio, delle spugnette, strofinacci da cucina e per lavare i pavimenti, due secchi e una scopa, invece dal banco della carne qualche hamburger, da quello delle verdure delle patate e un cavolfiore. E poi affettati, formaggi, latte, caff, frutta, alcuni vasetti di yogurt, qualche pacco di biscotti. Mentre eravamo l, non vedevo l'ora di riempire la cucina di tutto quel cibo fresco e di tutte quelle cose nuove, scintillanti e intatte.
Quando uscimmo sul tetto, aveva smesso di piovere. Intorno agli pneumatici posteriori della macchina, dove c'era un leggero avvallamento nel cemento armato, si era formata una piccola pozza. Lass c'era un odore di fresco, di mare e di cielo, non di citt.
Secondo te che cosa  successo veramente? dissi mentre ridiscendevamo la rampa avvolta nel buio. Ha detto di averlo trovato seduto su una poltrona.  morto l cos?
Probabilmente".
Che il cuore abbia semplicemente smesso di battere?
S".
S. Forse non  poi cos strano visto la vita che faceva".
No".
Per il resto del tragitto rimanemmo in silenzio. Trascinammo la spesa su in cucina e la nonna, che quando eravamo arrivati ci aveva seguito con lo sguardo dalla finestra, ci chiese dove eravamo stati.
Abbiamo fatto un salto al supermercato, le spieg Yngve. E adesso  ora di mettere qualcosa sotto i denti!
Si mise a svuotare i sacchetti. Presi un paio di guanti gialli e un rotolo di sacchi neri della spazzatura e li portai gi al pianterreno. La prima cosa da buttare era la montagna di indumenti marci che occupavano la lavanderia. Soffiai dentro i guanti, me li infilai e cominciai a riempire i sacchi. Per tutto il tempo respirai con la bocca. A mano a mano che erano pieni, li trascinavo fuori e li ammonticchiavo davanti ai due bidoni verdi che si trovavano accanto alla porta del garage insieme agli altri rifiuti. Ero riuscito a portare fuori quasi tutto, mancavano soltanto gli strati pi bassi, sporchi e melmosi, quando Yngve grid che era pronto da mangiare.
Aveva sgombrato il ripiano della cucina dagli avanzi e dalla spazzatura e sul tavolo, anch'esso ripulito, c'era un piatto da portata con gli hamburger cotti al burro, una ciotola di patate bollite e una di cavolfiore lesso oltre a una salsiera con la classica salsa marrone da accompagnamento. Aveva apparecchiato la tavola con il vecchio servizio buono della nonna che negli ultimi anni doveva essere rimasto inutilizzato nel mobile della sala da pranzo.
La nonna non voleva niente, ma Yngve che le aveva messo comunque nel piatto mezzo hamburger, una patata e un po' di cavolfiore, la convinse ad assaggiare il cibo. Io avevo una fame da lupo e ne mangiai quattro.
Nella salsa hai messo la panna o cosa? chiesi.
Mm. E anche un po' di formaggio dolce di capra".
 davvero buona, commentai. Proprio quello che mi ci voleva adesso".
Finito di mangiare io e Yngve uscimmo sulla veranda per fumarci una sigaretta e berci una tazza di caff. Mi ricord che dovevo chiamare il padre di Tonje, me ne ero completamente dimenticato. O forse represso, non gioivo di certo all'idea di fare quella telefonata. Ma dovevo, cos salii in camera a prendere la mia rubrica che tenevo in valigia e composi il suo numero di casa dal telefono in sala da pranzo mentre Yngve sparecchiava in cucina.
Ciao, sono Karl Ove, esordii quando rispose. Mi chiedevo se mi potresti aiutare con una cosa. Non so se Tonje te lo ha detto, ma mio padre  morto ieri...
S, mi ha telefonato, disse. Mi  spiaciuto molto sentirlo, Karl Ove".
S. Adesso sono qui a Kristiansand.  stata mia nonna a trovarlo. Ha pi di ottant'anni e sembra che ne sia rimasta traumatizzata. Quasi non parla, se ne sta tutto il tempo immobile su una sedia. Ho pensato che forse esiste qualche tranquillante o qualcos'altro che potrebbe aiutarla. A dire il vero prende gi delle medicine, forse tra questi farmaci c' gi un calmante, ma pensavo... S, ecco. Sta male".
Sai che tipo di medicinali prende?
No, risposi. Ma posso dare un'occhiata. Aspetta un attimo".
Appoggiata la cornetta sul tavolo, andai in cucina, verso lo scaffale dove c'era il suo portapillole. Sotto mi sembrava di aver notato alcuni foglietti gialli e bianchi che probabilmente erano ricette.
Eccole, ma ce n'era soltanto una.
Hai visto le scatole delle medicine? chiesi a Yngve. Mi riferisco alle confezioni. Sono al telefono con il pap di Tonje".
Ce ne sono alcune nell'armadietto accanto a te, rispose Yngve.
Cosa stai cercando? domand la nonna, sempre seduta al suo posto.
Non volevo fare finta che lei non esistesse e avevo avvertito il suo sguardo su di me mentre frugavo, ma al contempo non potevo avere troppi riguardi.
Sto parlando al telefono con un medico, le dissi, come se questa fosse stata una spiegazione sufficiente. Stranamente questo le bast per calmarsi e io uscii con la ricetta e le scatole dei farmaci nascoste tra le mani.
Pronto?
Ci sono".
Ho trovato alcune confezioni, dissi e gli lessi i nomi.
Ah, esclam. Prende gi degli ansiolitici, ma posso prescriverne uno a nome tuo, non ci sono problemi. Invio subito la ricetta appena riattacchiamo. C' qualche farmacia vicino a dove ti trovi?
S, ce n' una a Lund.  un quartiere".
Allora ci penso io. Riguardati".
Riagganciai e uscii di nuovo sulla veranda. Guardai verso il punto dove si apriva il mare, dove il cielo era ancora coperto, ma adesso la coltre di nubi era pi rarefatta e diversa. Il padre di Tonje era una bella persona e un brav'uomo. In qualsiasi situazione non avrebbe mai fatto niente di indecoroso n si sarebbe mai spinto troppo oltre, era una persona rispettabile e per bene, ma senza essere n rigido n formale, anzi. Spesso ardeva di entusiasmo, pareva un ragazzino, e se non superava mai certi limiti non era perch non avrebbe voluto o potuto, ma perch non faceva parte del suo repertorio, gli era assolutamente impossibile, avevo pensato, e per questo mi piaceva, c'era qualcosa, in quel suo essere cos ammodo, che io avevo sempre cercato e, una volta trovato, godevo nel sentirne la presenza anche se mi rendevo conto che il motivo per cui mi piacesse cos tanto, e con questo anche il padre di Tonje, era perch mio padre era come lui ed era stato come lui. Che io mi fossi sposato all'et di venticinque anni era perch anelavo un'esistenza borghese, stabile, desideravo accasarmi, bench questo aspetto fosse contrastato dal fatto che non stavamo vivendo una vita cos, quella borghese, tranquilla e routinaria, al contrario, e anche dal fatto che non c'era pi nessuno che si sposava cos presto e se quindi quel gesto non era pi radicale, era stato perlomeno originale.
Questo era quello che avevo pensato e tenuto conto che oltretutto la amavo, mi ero inginocchiato davanti a lei una sera mentre eravamo soli su una terrazza alla periferia di Maputo in Mozambico, sotto un cielo nero come il carbone, con l'aria satura dei suoni striduli prodotti dalle cavallette con il loro frinire e in lontananza del rullare dei tamburi che proveniva da uno dei villaggi che si trovavano all'interno a qualche chilometro di distanza. Mi disse qualcosa che non capii. Comunque non era un s. Che cosa hai detto? le domandai. Mi stai chiedendo se ti voglio sposare? Davvero?  quello che mi stai chiedendo? S, risposi. S, disse lei. Voglio sposarti. Ci abbracciammo. Avevamo entrambi le lacrime agli occhi e proprio in quel momento nel cielo era rimbombato il fragore di un tuono, profondo e possente, il suono si era propagato nell'aria, Tonje trem leggermente e poi cominci a piovere a dirotto. Scoppiammo a ridere, Tonje corse dentro a prendere la macchina fotografica e quando usc mi mise un braccio intorno al collo e scatt una foto tenendo l'altro disteso e stringendo nella mano la macchina fotografica.
Eravamo due bambini.
Dalla finestra vidi Yngve entrare in soggiorno. And verso le due poltrone, le fiss, poi prosegu verso l'interno della stanza e spar.
C'erano bottiglie anche l fuori, alcune di esse erano state spinte dal vento contro la staccionata, altre erano rimaste incastrate nelle due sedie a sdraio arrugginite e scolorite che dovevano essere l da primavera, minimo.
Yngve riapparve, non vedevo i lineamenti del suo viso, soltanto la sua ombra che attraversava il soggiorno prima di sparire dentro la cucina.
Scesi le scale e andai in giardino. Sotto non c'erano altre case, la montagna era troppo ripida, ma in fondo c'era il porto turistico e pi in l quello industriale, relativamente piccolo. A est il giardino confinava invece con un'altra propriet. Era ben curata come un tempo lo era stata anche questa, e paragonando il decoro e il controllo che esternavano le siepi potate, l'erba tosata e le aiuole piene di fiori colorati, il giardino dove mi trovavo sembrava malato. Piansi per alcuni minuti, poi ritornai davanti alla facciata della casa e proseguii il mio lavoro dentro la lavanderia. Quando ebbi finito di portare fuori anche l'ultimo indumento, cosparsi il pavimento di candeggina, ne usai mezzo flacone, poi presi a fregarlo con lo spazzolone prima di risciacquare tutta la superficie e far scivolare lo sporco nello scarico servendomi della canna dell'acqua. Poi ci versai il sapone verde e ricominciai a fregare il pavimento, questa volta con uno straccio. Yngve stava lavando l'interno degli armadietti e della credenza. La lavastoviglie era in funzione. Il ripiano della cucina era in ordine e pulito.
Faccio una pausa, dissi. Anche tu?
S, voglio solo finire qui, rispose Yngve. Magari potresti preparare un po' di caff?
Lo feci. Improvvisamente mi ricordai delle medicine della nonna. Non potevano aspettare.
Faccio un salto in farmacia. Vuoi qualcosa, magari al chiosco?
No, disse. O forse s, una coca-cola".
Mi abbottonai la giacca quando mi trovai fuori sulle scale. Il mucchio di sacchi dell'immondizia accatastati davanti al bel portone in legno stile anni cinquanta del garage luccicava nero nella luce grigia dell'estate. Il carrello marrone scuro con il gancio poggiato a terra aveva un'aria quasi umiliata, pensai, un servitore che mi faceva l'inchino mentre uscivo. Infilai le mani in tasca e scesi gi per il vialetto, verso il marciapiede della via principale, dove la pioggia si era ormai completamente asciugata. Ma lungo la scarpata davanti a me, che in alcuni punti era stata fatta saltare con la dinamite, presentava molte superfici ancora bagnate e i ciuffi d'erba che vi crescevano brillavano di un verde intenso su tutto quello scuro in modo cos diverso da quando ogni cosa era asciutta e polverosa, quando il contrasto tra i colori era meno evidente e sotto il cielo tutto sembrava indifferente, impossibile da caratterizzare, aperto e imponente e vuoto. In quante giornate altrettanto aperte e vuote aveva vagato per quelle strade? Visto le finestre nere delle case, visto il vento che soffiava attraverso quel paesaggio, il sole che illuminava tutto ci che in esso era cieco e morto? Oh, poi arrivava il periodo che tutti veneravano in quella citt, quello che sembrava a tutti il migliore, quando essa si rianimava. Cielo azzurro, sole cocente, strade impolverate. Una macchina con lo stereo a tutto volume e il tettuccio aperto, sui sedili anteriori due ragazzi con indosso soltanto il costume da bagno e gli occhiali da sole diretti verso la spiaggia... Un'anziana con il cane, tutta imbacuccata, gli occhiali da sole sono grandi, il cane tira il guinzaglio, vuole andare verso un recinto. Un aereo con uno striscione attaccato alla coda, il giorno dopo c' una partita allo stadio. Tutto  aperto, tutto  vuoto, il mondo  morto e la sera i locali si riempiono di donne e uomini abbronzati e felici, vestiti in abiti chiari.
Odiavo quella citt.
Dopo aver percorso un centinaio di metri della Kuholmsveien arrivai all'incrocio, la farmacia si trovava cento metri pi in l, nel cuore di quel piccolo quartiere. Dietro c'era un pendio erboso, in cima al quale si ergevano alcune palazzine che risalivano agli anni cinquanta e sessanta. Sull'altro lato della strada, su per la salita, c'era Elevine, con i suoi locali che venivano affittati per feste e ricevimenti. Forse avremmo potuto usare quel posto per il ritrovo dopo il funerale?
Il pensiero che lui non era morto soltanto per me, ma anche per sua madre e i suoi fratelli, i suoi zii e zie, mi fece ricominciare a piangere. Non mi importava affatto che succedesse sul marciapiede di una strada su cui passava gente in continuazione, vedevo a malapena quelle persone, comunque mi asciugai le lacrime con la mano, pi per un motivo pratico, per poter vedere dove mettevo i piedi, al contempo fui colpito da un'idea improvvisa: il ritrovo dopo il funerale non lo avremmo tenuto nei locali di Elevine, ma nella casa della nonna e del nonno che lui aveva distrutto.
Quel pensiero mi infervor.
Avrei lavato e ripulito ogni merdosissimo centimetro di ogni merdosissima stanza, avremmo buttato via tutto quello che aveva distrutto, avremmo tirato fuori tutto quello che era rimasto e lo avremmo usato, avremmo sistemato per bene la casa e poi avremmo riunito l tutti quanti. Lui poteva anche aver distrutto tutto, ma noi l'avremmo ricostruito. Noi eravamo persone come si deve. Yngve avrebbe replicato che non avrebbe funzionato, che non ne valeva la pena, ma io potevo insistere. Avevo diritto quanto lui di decidere come si sarebbe svolto il funerale. Cazzo se si poteva fare. Bisognava soltanto pulire. Pulire, pulire, pulire.
In farmacia non c'era coda e dopo che ebbi mostrato un documento d'identit, il commesso vestito di bianco and a cercare tra gli scaffali e prese le pillole, poi stamp l'etichetta con la posologia di quel farmaco, l'attacc sulla confezione che mise in un sacchetto e mi indic la cassa sull'altro lato per pagare.
La sensazione che l ci fosse qualcosa di buono, forse risvegliata semplicemente dall'aria leggermente pi pungente che mi avvolse la pelle, mi spinse a soffermarmi sulle scale.
Il cielo grigio, grigio, la citt grigia, grigia.
Carrozzerie scintillanti. Finestre illuminate. I cavi che correvano da un palo all'altro.
No. L non c'era niente.
Lentamente mi avviai verso il chiosco.
Pap aveva parlato pi volte di suicidio, ma sempre in senso generale, come argomento di conversazione. Secondo lui le statistiche sui suicidi erano menzognere e molti, forse quasi tutti gli incidenti stradali in cui c'era soltanto il conducente, erano suicidi camuffati. Ripet pi volte che era normale andare a sbattere con la macchina contro il fianco di una montagna o contro un tir che arrivava nella direzione opposta per evitare la vergogna di un evidente suicidio. Era all'epoca in cui lui e Unni si erano trasferiti nella Norvegia meridionale dopo aver abitato a lungo in quella settentrionale e all'epoca stavano ancora insieme. Pap dalla pelle quasi nera per via di tutto il sole che aveva assorbito e rotondo come un barile. Se ne stava su una sedia a sdraio nel giardino sul retro della casa a bere, sedeva sulla veranda davanti casa e beveva e la sera, ubriaco e con movenze ondeggianti, come se stesse nuotando, si piazzava con indosso soltanto un paio di pantaloncini davanti ai fornelli ad arrostire delle cotolette, era l'unica cosa che gli vedevo mangiare, niente patate e niente verdure, soltanto cotolette bruciate. Una di quelle sere disse che Jens Bjrneboe si era impiccato per i piedi, che era quello il modo in cui si era tolto la vita, appeso a testa in gi alle travi del soffitto. L'inattuabilit di quel modo di procedere, perch come avrebbe potuto riuscirci da solo, nella sua casa di Veierland, non era venuta in mente n a me n a lui. Il modo pi sensato, diceva, era andare in un albergo, scrivere una lettera all'ospedale dicendo dove uno poteva essere ritrovato, poi bere alcolici e rimpinzarsi di pasticche, sdraiarsi sul letto e morire. Che io non avessi mai interpretato quel suo argomento di conversazione come nient'altro che un modo per fare due chiacchiere era incredibile, pensavo adesso mentre mi stavo avvicinando al chiosco che si trovava dietro la fermata dell'autobus, eppure fu cos. Aveva impresso la sua immagine dentro di me con una forza tale che non vedevo mai altro, persino quando quello che era diventato si discostava cos tanto da ci che era stato, sia sotto il profilo fisiognomico sia caratteriale, e anche se le somiglianze non erano quasi pi visibili, rimaneva sempre e comunque quello che era stato, ci a cui mi relazionavo.
Salii le scale di legno e aprii la porta del chiosco, che a parte il commesso era vuoto, presi un giornale dall'espositore davanti alla cassa, aprii il pannello scorrevole di vetro del frigorifero e afferrai una coca-cola, poi posai tutto sul bancone.
 Dagbladet' e una coca, disse il commesso mentre scannerizzava il codice a barre. Altro?
Non incroci il mio sguardo quando pronunci quelle parole, sicuramente aveva visto che stavo piangendo quando ero entrato.
No, risposi. Va bene cos".
Estrassi una banconota accartocciata dalla tasca e la guardai. Era un biglietto da cinquanta corone. Lo lisciai un po' prima di darglielo.
Grazie, disse. Le braccia erano coperte da una fitta peluria bionda, indossava una maglietta bianca della Adidas e pantaloni della tuta blu, sicuramente pure quelli della stessa marca, non dava l'impressione di essere uno che lavorava in un chiosco, ma di uno che aveva sostituito un amico per qualche minuto. Presi le mie cose e mi voltai per uscire quando in quel momento entrarono due ragazzini di dieci anni con i soldi gi pronti in mano. Avevano mollato le biciclette sulle scale. Una fila di macchine si mise in moto su entrambe le carreggiate della strada. Dovevo telefonare alla mamma nell'arco della serata. E a Tonje. Camminai sul marciapiede, attraversai sulle strisce pedonali in prossimit del chiosco e ritornai su per Kuholmsveien. Era ovvio che il funerale doveva svolgersi l. Tra... sei giorni. Per quella data tutto doveva essere pronto. Prima di allora dovevamo mettere un annuncio funebre sul giornale, aver pianificato il funerale, aver informato le persone che desideravamo presenti alla cerimonia, messo in ordine la casa, sistemato alla meglio il giardino, contattato un servizio di catering per il rinfresco. Se ci fossimo svegliati presto la mattina e coricati tardi la sera e non avessimo fatto niente altro, avremmo dovuto farcela. Adesso si trattava di convincere e coinvolgere Yngve. E Gunnar, certo. Bench non avesse voce in capitolo per quanto riguardava il funerale in s, ce l'aveva invece sulla casa. Ma cazzo, perch avrebbe dovuto opporsi. Avrebbe sicuramente capito il perch.
Quando entrai in cucina, Yngve era intento a pulire i fornelli con la paglietta. La nonna era seduta sulla sedia. Sotto, sul pavimento, c'era una macchia umida che doveva essere piscia.
Ecco qui la tua coca-cola, dissi. Te la metto sul tavolo".
Va bene".
E l dentro cosa c'? mi chiese la nonna mentre guardava il sacchetto della farmacia.
 per te, spiegai. Mio suocero  medico e quando gli ho raccontato che cosa  successo qui, ti ha prescritto dei tranquillanti. Non credo che sia una cattiva idea. Dopo tutto quello che hai passato".
Pescai la confezione quadrata di cartone dal sacchetto, l'aprii ed estrassi la boccetta di plastica che c'era dentro.
Che cosa c' scritto l sopra? domand la nonna.
Una pastiglia al mattino e una alla sera. Vuoi prenderne una adesso?
S, se lo ha detto il dottore, allora s, rispose la nonna. Le porsi la boccetta e lei l'apr, la rovesci facendo cadere fuori una pasticca. Guard sul tavolo per vedere dov'era finita.
Ti prendo un po' d'acqua".
No, no, disse. Se la mise sulla lingua, si port la tazza di caff freddo alla bocca, butt velocemente la testa all'indietro e mand gi.
Oh, fece.
Posai il giornale sul tavolo prima di lanciare un'occhiata in direzione di Yngve che aveva ripreso a strofinare.
 bello che siete qui, ragazzi, esclam la nonna. Ma Yngve, non vuoi fare una pausa? Non devi mica ammazzarti di lavoro".
Forse hai ragione, comment lui, si tolse i guanti, li appese sulla maniglia del forno e poi, dopo essersi strofinato qualche volta le mani sulla maglietta, si sedette.
Pensavo di iniziare a pulire il bagno di sotto, annunciai.
Forse sarebbe meglio se rimanessimo tutti qui allo stesso piano, rispose Yngve. Cos restiamo in contatto mentre lavoriamo".
Capii che non voleva stare solo con la nonna, annuii.
Allora mi dedico al soggiorno, dissi.
Quanto lavorate, comment la nonna. Non  mica necessario".
Perch diceva cos? Si vergognava delle condizioni in cui era ridotta la casa e per il fatto che non fosse riuscita a tenerla in ordine? Oppure non voleva che la lasciassimo sola?
Cosa vuoi che sia se puliamo un po', di certo non fa male a nessuno, dissi.
No, no, rispose. Poi guard Yngve.
Avete gi contattato l'impresa di pompe funebri?
Mi sentii gelare.
Era stata cos lucida per tutto il tempo?
Yngve annu.
Ci siamo stati stamattina. Si occuperanno loro di tutto".
Bene, disse la nonna. Rimase seduta immobile e silenziosa per un attimo, come assorta nei suoi pensieri, poi riprese.
Non sapevo se era morto oppure no quando l'ho visto. Stavo andando gi a dormire e gli ho augurato la buonanotte. Non mi ha risposto. Era l dentro, seduto in poltrona come faceva sempre. E poi era morto. Tutto bianco in faccia".
Incrociai lo sguardo di Yngve.
Stavi andando a dormire? le chiese.
S, avevamo guardato la televisione tutta la sera. E quando stavo per andare di sotto, non si  mosso".
Fuori era buio? Te lo ricordi? insistette Yngve.
S, credo di s?
Stavo per vomitare.
Ma quando hai telefonato a Gunnar, riprese Yngve. Era di mattina. Te lo ricordi?
S, forse era mattina. Ora che mi ci fai pensare. S, era cos. Sono salita e lui era seduto sulla poltrona. L dentro".
Si alz e lasci la stanza. La seguimmo. Si ferm a met strada nel soggiorno e indic la poltrona davanti al televisore.
Era seduto l, disse.  l che  morto".
Per un attimo si copr il volto con le mani. Poi ritorn velocemente in cucina.
Era impossibile superare questo, pensai. Impossibile da gestire. Potevo riempire il secchio e mettermi a pulire, potevo lavare tutta quella cazzo di casa, tanto non sarebbe servito a niente, era ovvio, neppure il pensiero che l'avremmo riconquistata e tenuto l il funerale non avrebbe giovato a nulla, non c'era niente che potevo fare che sarebbe stato d'aiuto, nulla in cui avrei potuto sparire, niente poteva cancellare questo.
Dobbiamo parlarci un attimo a quattr'occhi, disse Yngve. Andiamo sulla veranda?
Annuii e lo seguii nell'altro soggiorno e fuori sulla veranda. Non soffiava un alito di vento. Il cielo, che era grigio come prima, era leggermente pi chiaro sopra la citt. Il rumore di una macchina che procedeva con una marcia bassa si lev dallo stretto vicolo sotto casa. Yngve si appoggi alla ringhiera con entrambe le mani guardando verso il mare aperto. Io mi sedetti su uno dei lettini scoloriti, ma mi alzai subito, riunii le bottiglie che erano l e le allineai contro la parete, poi cercai un sacchetto di plastica, ma non ne vidi neanche uno.
Stai pensando la stessa cosa che penso io? disse finalmente Yngve raddrizzandosi.
Credo di s".
 soltanto la nonna che lo ha visto, cominci.  l'unica testimone. Gunnar no. Gli ha telefonato la mattina e lui ha chiamato l'ambulanza. Ma lui non l'ha visto".
No".
Per quanto ne sappiamo, poteva essere ancora in vita. Come poteva capirlo la nonna? Lo trova sulla poltrona, lui non risponde quando lei gli parla, chiama Gunnar e poi arriva l'ambulanza, la casa  piena di medici e del personale dell'ambulanza, lo portano via su una barella, se ne vanno e fine della storia. Ma pensa se invece non era morto? Pensa se fosse stato soltanto ubriaco fradicio? O fosse finito in una specie di coma?
S, dissi. Quando siamo arrivati, lei ci ha detto di averlo trovato la mattina. Adesso invece che lo ha trovato la sera. Soltanto questo".
E poi comincia a dare segni di demenza senile. Chiede in continuazione le stesse cose. Cosa avr capito quando si  trovata la casa piena di personale medico?
E poi ci sono quelle medicine del cazzo che prende, dissi.
S".
Dobbiamo saperlo, insistetti. Voglio dire, con certezza".
Oh, merda, pensa se fosse ancora vivo, esclam Yngve.
Una paura che non provavo sin da quando ero piccolo mi assal. Camminai avanti e indietro lungo la veranda, mi fermai a sbirciare dentro la finestra per vedere se la nonna era l, mi girai verso Yngve che si era rimesso a guardare verso l'orizzonte con le mani strette sulla ringhiera. Oh, cazzo, cazzo. Il ragionamento era cristallino. L'unica persona ad aver visto pap era la nonna, l'unica testimonianza che avevamo era la sua, e cos confusa e distrutta com'era non c'era nessun motivo di credere che fosse attendibile. Quando era arrivato Gunnar, era gi tutto finito, l'ambulanza se ne era andata via con lui e in seguito nessuno aveva contattato l'ospedale o il personale che era stato qui. E all'impresa di pompe funebri non ne sapevano niente. Erano trascorse poco pi di ventiquattro ore da quando lei l'aveva trovato. Durante quel lasso di tempo lui avrebbe potuto essere ancora in ospedale.
Telefoniamo a Gunnar? dissi.
Yngve si gir verso di me.
Tanto non ne sa pi di noi".
Proviamo a riparlare con la nonna, suggerii. E magari chiamiamo l'impresario delle pompe funebri. Lui dovrebbe essere in grado di scoprirlo".
Pensavo la stessa cosa".
Telefoni tu?
Va bene".
Entrammo. Un improvviso alito di vento fece gonfiare le tende che pendevano davanti alla porta dentro il soggiorno. La chiusi e seguii Yngve su in sala da pranzo e poi in cucina. Di sotto si sent di nuovo sbattere la porta d'ingresso. Incrociai lo sguardo di Yngve. Che cosa stava succedendo?
Chi pu essere? disse la nonna.
Era pap?
Era tornato?
Non avevo mai provato tanta paura in tutta la mia vita.
Si sentirono dei passi sulle scale.
Era pap, lo sapevo.
Oh, cazzo, cazzo, stava arrivando.
Mi girai ed entrai in soggiorno, mi diressi verso la porta che dava sulla veranda, pronto a uscire, correre sul prato, scappare da quella citt e non tornarci mai pi.
Mi costrinsi a rimanere immobile. Sentii il rumore dei passi che quasi sembrava contorcersi mentre superavano il punto in cui la scala curvava. Su per gli ultimi gradini, dentro in soggiorno.
Doveva essere fuori di s dalla rabbia. Che cazzo stavamo facendo, rovistare in quel modo tra le sue cose, venire qui e piombare all'improvviso nella sua vita?
Feci un passo indietro e vidi passare Gunnar diretto verso la cucina.
Ovviamente era Gunnar.
Ne avete fatte di cose a quanto vedo, comment dalla cucina.
Li raggiunsi. Non mi sentivo stupido, ma sollevato, perch qualora fosse arrivato pap, sarebbe stato pi facile per noi se ci fosse stato anche Gunnar.
Erano seduti intorno al tavolo.
Ho pensato che questo pomeriggio potevo portare un po' di roba alla discarica, disse Gunnar.  sulla strada per raggiungere la nostra casa di villeggiatura. Poi torno domani mattina con il carrello e vi do una mano. Credo che la spazzatura che c' davanti al garage basti gi per riempirlo".
Lo credo anch'io, concord Yngve.
Possiamo preparare un altro paio di sacchi, sugger Gunnar. Con i vestiti che ci sono in camera sua, per esempio".
Si alz.
Forza, mettiamoci all'opera.  presto fatto".
Si ferm in soggiorno a guardare.
Possiamo portare via subito gli indumenti che ci sono qui dentro, no? Cos evitate di vederveli davanti mentre siete qui... brutta faccenda...
Posso farlo io, dissi. Meglio mettersi i guanti".
Mi infilai quelli gialli mentre proseguivo verso l'interno del soggiorno. Buttai tutto quello che c'era sul divano dentro un sacco nero della spazzatura. Chiusi gli occhi quando le mani afferrarono gli escrementi rinsecchiti.
Prendi anche quei cuscini, disse Gunnar. E quel tappeto. Non ha un bell'aspetto".
Feci come aveva detto, lo portai gi lungo le scale e all'esterno prima di gettarlo nel carrello. Mi raggiunse Yngve e cominciammo a buttarci dentro anche i sacchi che c'erano l fuori. La macchina di Gunnar era parcheggiata sull'altro lato, ecco perch non avevamo sentito il rumore del motore. Non appena il carrello fu pieno, lui e Yngve ripeterono le stesse manovre di prima fino a quando il retro dell'auto di Gunnar non si trov posizionato verso la casa con il muso in discesa e a quel punto mancava solo di attaccare il carrello. Dopo che se ne fu andato e Yngve ebbe parcheggiato nuovamente davanti al garage, mi sedetti sulla scala. Yngve si appoggi allo stipite della porta. Aveva la fronte madida di sudore.
Ero certo che quello che stava salendo fosse pap, disse dopo un po'.
Anch'io".
Una gazza si lev in volo dal tetto all'altra estremit del giardino e come scivolando nell'aria pass sopra di noi. Batt le ali un paio di volte e quel suono, come di cuoio, sembr irreale.
 sicuramente morto, comment Yngve.  cos. Ma dobbiamo esserne certi. Vado su a telefonare".
E chi cazzo lo sa, dissi. Abbiamo soltanto la parola della nonna. E con tutte le sbornie e il degrado che ci sono stati in questa casa, pu darsi benissimo che fosse soltanto ubriaco fradicio. Pu essere. Sarebbe il massimo, no? Che lui torna mentre noi siamo qui e stiamo ficcando il naso tra le sue cose. E poi quello che ha detto la nonna. Come  possibile che prima l'ha trovato la mattina e poi la sera? Come  possibile fare confusione su queste cose?
Yngve mi guard.
Forse  morto di sera. Ma lei pensava che stesse soltanto dormendo. Poi lo ha trovato il mattino.  una possibilit. E che la cosa la tormenti a tal punto da non riuscire ad ammetterlo a se stessa. Quindi si  inventata la storia che  deceduto la mattina".
S,  possibile".
Comunque questo non cambia la questione principale, concluse Yngve. Vado su a telefonare".
Vengo con te, gli dissi e lo seguii al primo piano. Mentre cercava il portafoglio dove conservava il biglietto da visita dell'impresario delle pompe funebri, chiusi il pi delicatamente possibile la porta della cucina dove era seduta la nonna, poi scesi nell'altro soggiorno. Yngve compose il numero. Non avevo molta voglia di ascoltare la conversazione, ma allo stesso tempo non potevo farne a meno.
Pronto, sono Yngve Knausgrd. Siamo stati da lei oggi, ricorda...?... S, esatto. Ci chiedevamo... be'... s, se sapete dove si trova. Qui si sono verificate delle circostanze poco chiare, capisce... L'unica persona che era presente quando sono venuti a prenderlo era nostra nonna. E lei  molto vecchia e non sempre del tutto affidabile. Quindi non sappiamo esattamente come sono andate le cose. Potrebbe pensarci lei?... S... S... S. Molto bene. La ringrazio... Grazie mille. S... Arrivederci".
Yngve mi guard dopo aver riattaccato.
Era nella sua casa di villeggiatura. Ma far un paio di telefonate, mi ha detto, per cercare di capire cosa  successo. Richiama pi tardi".
Bene, dissi.
Andai in cucina e riempii un secchio di acqua calda, ci versai un po' di sapone verde, trovai uno straccio e mi diressi in soggiorno, dove rimasi fermo per un po' senza sapere da che parte cominciare. Non aveva senso lavare il pavimento prima di aver tolto i mobili che erano da buttare e poi nei giorni seguenti ci avremmo camminato sopra in continuazione. La pulizia degli infissi delle finestre, delle porte e delle liste, dei battiscopa, delle mensole, delle sedie e dei tavoli era troppo piccola e insignificante. Volevo fare qualcosa che contasse veramente. Il bagno e il gabinetto di sotto erano la cosa migliore, l bisognava fregare ogni centimetro. Era anche quella pi logica perch avevo finito di ripulire la lavanderia, che si trovava proprio di fronte al bagno. E poi l potevo stare da solo.
Un movimento sulla sinistra attir la mia attenzione e mi spinse a girare la testa. Davanti alla finestra c'era un gabbiano enorme che stava guardando dentro. Batt il becco contro il vetro, due volte. Poi rimase l dov'era.
L'hai visto? dissi ad alta voce rivolgendomi a Yngve che era in cucina. Qui fuori c' un gabbiano gigantesco che picchia con il becco sul vetro della finestra".
Sentii la nonna alzarsi.
Dobbiamo trovare qualcosa da dargli da mangiare, disse.
Andai verso la soglia della cucina. Yngve stava svuotando gli armadietti, aveva ammucchiato i bicchieri e i piatti sul ripiano sottostante. La nonna era in piedi accanto a lui.
Avete visto il gabbiano? chiesi.
No, rispose Yngve. Ma ne parli come se fosse un caimano".
Sorrise.
Ha l'abitudine di venire qui, spieg la nonna. Vuole del cibo. Ecco. Possiamo dargli questo".
Mise un hamburger per met ricoperto dalla salsa marrone rappresa su un piattino e curva e magra, con un ricciolo dei capelli neri che le pendeva sugli occhi, lo tagli a pezzettini con movimenti veloci.
La seguii in soggiorno.
Davvero ha l'abitudine di venire qui? chiesi.
S. Quasi tutti i giorni. Da pi di un anno. Gli do sempre qualcosa, sai. E l'ha capito. E per questo ritorna".
Sei sicura che sia sempre lo stesso?
S, certo. Io riconosco lui. E lui riconosce me".
Quando apr la porta della veranda, il gabbiano salt gi per terra e si diresse verso il piattino che lei gli aveva messo davanti, senza nessun timore. Rimasi sulla soglia a guardare come cercasse di afferrare i pezzettini con il becco prima di rovesciare la testa all'indietro quando era riuscito a prendere un bel boccone. La nonna era l accanto mentre dava un'occhiata verso la citt.
Ecco, cos, disse.
Squill il telefono. Arretrai di un passo in modo da poterlo vedere e assicurarmi che Yngve rispondesse. La conversazione fu breve. Nel momento in cui riagganci, la nonna mi pass davanti e il gabbiano salt sulla ringhiera, dove rimase per qualche secondo prima di spiegare le grosse ali e lanciarsi in avanti. Un paio di battiti e volava gi alto sul prato. Lo seguii con lo sguardo mentre faceva rotta verso il mare. Yngve si ferm dietro di me. Chiusi la porta e mi girai verso di lui.
 morto, non c' ombra di dubbio, disse. Si trova nell'obitorio dell'ospedale. Possiamo vederlo luned pomeriggio, se vogliamo. Mi ha dato anche il numero del medico che  stato qui".
Non ci credo prima di averlo visto con i miei occhi".
Adesso ne abbiamo la possibilit".
Dieci minuti pi tardi posai un secchio di acqua fumante, un flacone di candeggina e uno di Jif all'esterno del bagno. Scossi un paio di volte il sacco della spazzatura che mi ero portato dietro per aprirlo e cominciai a svuotare il bagno. Prima le cose che giacevano per terra: pezzi di sapone vecchi e secchi, confezioni di shampoo appiccicose, rotoli di carta igienica vuoti, la spazzola del gabinetto chiazzata di marrone, scatole di medicinali di carta argentata e plastica, alcune pasticche sparse qua e l, qualche calzino, dei bigodini. Quando ebbi finito, tolsi ogni cosa dall'armadietto appeso al muro, a parte due bottigliette di profumo che sembravano costose. Lamette da barba, rasoi, forcine, saponette, creme e pomate vecchie e secche, una retina per capelli, dopobarba, deodoranti, eyeliner, rossetti, qualche spugnetta screpolata di cui ignoravo la funzione ma che probabilmente aveva a che fare con il trucco, e capelli, piccoli, ricci, lunghi, lisci, un paio di forbicine per tagliare le unghie, un rotolo di cerotti, filo interdentale, pettini. Quando ebbi svuotato anche l'armadietto, sulle mensole era rimasta una patina giallastra e abbastanza densa che decisi di pulire per ultima. Visto che le piastrelle accanto al water a cui era fissato il supporto per la carta igienica erano piene di macchie marroncine e il pavimento sottostante era appiccicoso, giunsi alla conclusione che quello doveva essere il punto pi critico e quindi spruzzai una striscia di Jif sulle piastrelle, che metodicamente presi a strofinare dall'alto, partendo dal soffitto, verso il basso fino ad arrivare al pavimento. Prima la parete di destra, poi quella dove c'era lo specchio, dopo quella della vasca da bagno e infine quella della porta. Fregai le piastrelle una per una fino a quando non furono pulite, mi ci volle in tutto un'ora e mezza. Ogni tanto pensavo che era l che il nonno si era accasciato, sei anni prima, una notte d'autunno, mentre chiamava la nonna che aveva telefonato subito per far venire un'ambulanza e poi era rimasta seduta accanto a lui tenendogli la mano fino a quando erano arrivati. Per la prima volta realizzai che tutto era ancora come allora. Per molto tempo aveva sofferto di forti emorragie interne, si scopr quando fu ricoverato in ospedale. Ancora qualche giorno e sarebbe morto, non aveva quasi pi sangue. Doveva aver capito che c'era qualcosa che non andava, ma forse aveva provato una certa riluttanza a farsi visitare da un dottore. Poi era crollato l, sul pavimento del bagno, quasi moribondo, e anche se era arrivato in tempo in ospedale e in un primo momento lo avevano salvato, le lesioni interne lo avevano indebolito a tal punto che deper sempre pi fino a morire.
Quando ero piccolo, avevo paura di quel bagno. Lo sciacquone, che doveva risalire agli anni cinquanta, era di quelli che avevano una levetta metallica con un piccolo pomello nero posta di lato, si incantava sempre e continuava a sibilare anche dopo che uno l'aveva tirato, e quel sibilo, che giungeva dalle tenebre, in quel piano della casa che non utilizzava nessuno ed era vuoto, con la sua tappezzeria blu, il suo guardaroba dove erano accuratamente appesi cappotti e impermeabili da uomo e da donna, il suo ripiano con i cappelli della nonna e del nonno, e la sua mensola con le loro calzature, che nella mia fantasia rappresentavano creature viventi, all'epoca questo valeva per tutte le cose, e la sua scala che si spalancava come una bocca verso il piano di sopra, mi terrorizzava sempre a tal punto che dovevo ricorrere a tutta la mia forza di persuasione per affrontarlo ed entrare nel bagno. Sapevo che l dentro non c'era nessuno, sapevo che quel sibilo era solo un sibilo, che i cappotti erano soltanto cappotti, le scarpe soltanto scarpe, la scala soltanto una scala, ma probabilmente era proprio quella consapevolezza ad acuire la mia paura perch quello che non volevo era stare da solo con tutte quelle cose, era di questo che avevo il terrore e quelle non-creature inanimate rafforzavano la sensazione che provavo. Riuscivo ancora ad avvertire gli echi di quel modo di percepire il mondo. Il water sembrava una creatura vivente, e anche il lavandino, la vasca da bagno e il sacco della spazzatura e quello stomaco nero che giaceva sul pavimento, pronto a ingoiare di tutto.
Proprio quella sera il turbamento che questo mi provocava si fece sentire nuovamente perch il nonno era stramazzato l dentro e perch pap era morto su in soggiorno il giorno prima, cos che quell'elemento di morte presente in quegli oggetti si ricollegava a quello presente in loro, mio padre e il padre di mio padre.
Dunque, come tenere lontana quella sensazione?
Oh, lavando. Strofinare e fregare, raschiare e lustrare. Vedere come una dopo l'altra le piastrelle diventavano pulite e scintillanti. Pensare che tutto quello che era stato distrutto in quella casa, sarebbe stato ricostruito. Tutto. Tutto. E che io mai, per nessun motivo e in nessun caso, avrei fatto la loro fine.
Quando ebbi finito di lavare le pareti e il pavimento, versai l'acqua sporca nel gabinetto, tirai lo sciacquone, mi sfilai i guanti gialli e li appesi sul bordo del secchio rosso e vuoto pensando che avrei dovuto comprare una spazzola per il water il pi presto possibile. Chiss se ce n'era una nell'altro bagno? Aprii la porta per controllare. S, eccola. Avremmo usato quella, in qualunque stato fosse, e poi ne avrei acquistata una nuova luned. Mentre mi dirigevo verso le scale, mi fermai. La porta della camera da letto della nonna era socchiusa, la scostai e sbirciai dentro.
Oh, no.
Sul materasso non c'erano lenzuola, dormiva direttamente su quella superficie ruvida, macchiata di piscia. Accanto al letto c'era una specie di comoda, con sotto un secchio. C'erano vestiti sparsi dappertutto. Alla finestra una fila di piantine avvizzite. Il tanfo di ammoniaca bruciava nelle narici.
Che merda c'era l dentro. Un bel casino di merda, cazzo!
Lasciai socchiusa la porta come l'avevo trovata prima di salire lentamente al piano di sopra. In alcuni punti il corrimano era coperto da una patina nera. Ci appoggiai la mano, era appiccicoso. Dal pianerottolo sentii il suono della televisione. Quando entrai nel soggiorno, la nonna era seduta sulla poltrona al centro della stanza e fissava il televisore. Stava guardando il telegiornale che trasmettevano su Tv2. Quindi dovevano essere circa le sei e mezzo, sette.
Come faceva a starsene l seduta accanto alla poltrona dove lui era morto?
Mi si strinse lo stomaco e le lacrime che spuntarono, che sembravano spinte fuori con la forza, e le contrazioni del viso che non ero in grado di controllare si trovavano molto lontano da quell'atto riflesso che scatena i conati di vomito, e quella sensazione, di squilibrio e asimmetria, mi sopraffece come se mi fossi trovato in preda a un attacco di panico, fu come se venissi strappato via. Se ne fossi stato capace, mi sarei inginocchiato con le mani congiunte e avrei invocato Dio urlando, avrei gridato, ma non potevo, non c'era in quel gesto nessuna possibilit di grazia, nessuna piet, il peggio era gi avvenuto, ormai era tutto finito.
Quando entrai in cucina, era vuota. Tutti i mobili erano stati lavati e puliti e anche se rimaneva ancora molto da fare, pareti e pavimento, cassetti, tavolo e sedie, l dentro tutto sembrava pi facile e leggero. Sul ripiano c'era una delle bottiglie di plastica da un litro e mezzo di birra. Piccole bollicine come di rugiada coprivano l'etichetta. Accanto c'erano due pezzi di formaggio, quello dolce e marrone di latte di capra, con sopra la paletta tagliaformaggio, e quello a pasta gialla, un pacchetto di margarina, con il coltello da burro conficcato di traverso, il cui manico sfiorava appena il bordo della confezione. Il tagliere di legno estraibile che spuntava fuori dal mobiletto, su cui c'era una pagnotta di pane integrale, per met infilato nel suo sacchetto di carta rosso e bianco. L davanti il coltello da pane, le croste, le briciole.
Presi una busta di plastica dall'ultimo cassetto e ci svuotai dentro i due posacenere che c'erano sul tavolo, la annodai e la buttai nel sacco nero dell'immondizia che si trovava mezzo vuoto nell'angolo, afferrai uno straccio e ripulii il tavolo dai resti di tabacco e dalle briciole, appoggiai le confezioni di tabacco e la macchinetta per rollare della nonna sopra la scatola di cartone contenente i tubetti di sigarette vuoti da riempire, proprio sotto il davanzale della finestra, la aprii e la bloccai con il gancio. Poi andai a cercare Yngve. Come immaginavo, era seduto sulla veranda. Teneva in una mano un bicchiere di birra, una sigaretta nell'altra.
Ne vuoi? mi chiese quando uscii. C' una bottiglia in cucina".
No, grazie, risposi. Non dopo quello che  successo qui. Non berr mai pi birra dalle bottiglie di plastica".
Mi guard sorridendo.
Sei cos sensibile, disse. La bottiglia era chiusa. Era nel frigorifero. Non  che ci abbia bevuto prima lui".
Mi accesi una sigaretta e mi appoggiai con la schiena alla ringhiera.
Che facciamo con il giardino? domandai.
Yngve si strinse nelle spalle.
Non possiamo mica sistemare tutto".
Invece io voglio farlo".
Ah, s?
S".
Avevo pensato di parlargli adesso del mio progetto. Eppure non ebbi il coraggio. Sapevo che Yngve avrebbe cominciato a sollevare obiezioni di ogni genere e in quella discordia che ne sarebbe scaturita c'era qualcosa che non volevo vedere n di cui volevo essere partecipe. Oh, si trattava di piccolezze, ma la mia vita era mai consistita in qualcosa di diverso? Quando eravamo piccoli, provavo una grande ammirazione per Yngve, la stessa che hanno i fratelli minori per quelli maggiori, non cercavo l'approvazione di nessuno se non la sua, e bench fosse un po' troppo grande perch le nostre strade si incrociassero quando eravamo fuori, stavamo insieme quando eravamo a casa. Non alla pari, ovviamente, di solito era la sua volont a prevalere, ma eravamo comunque vicini. Anche perch dovevamo affrontare lo stesso nemico: pap.
Non ricordo molti episodi concreti della mia infanzia, ma i pochi che mi sono rimasti impressi nella memoria erano eloquenti. Come eravamo capaci di ridere e di ridere per delle piccole cose, come la volta in cui eravamo partiti in tenda per l'Inghilterra, l'estate 1976, cos insolitamente calda, e una sera stavamo camminando su per una collina che si trovava vicino al campeggio, una macchina ci aveva superato e Yngve mi disse che i due che erano seduti l dentro si stavano baciando mentre io avevo capito pisciando e per alcuni minuti eravamo rimasti piegati in due dalle risate, una risata che durante tutta quella sera era scoppiata pi volte a ogni minima occasione.
Se c' qualcosa che mi manca dell'infanzia deve essere proprio questo, ridere in modo sfrenato per qualunque sciocchezza insieme a mio fratello. Ricordo come durante quella vacanza avevamo giocato a pallone per tutta una sera sul prato vicino alla nostra tenda con due ragazzi inglesi, Yngve con il suo cappellino del Leeds, io con il mio del Liverpool, il sole che tramontava sulla campagna, il buio che cresceva intorno a noi, le voci sommesse che giungevano dalle tende limitrofe, io che non capivo una parola di quello che dicevano, Yngve che orgoglioso me le traduceva. Ricordo la piscina dove andammo una mattina prima di ripartire, dove io, che non sapevo nuotare, mi ero avventurato nella parte dove non si toccava aggrappandomi a un pallone di plastica che di colpo mi era scivolato via, affondai, dentro una piscina dove eravamo completamente soli, e Yngve che chiamava aiuto, il giovane che era arrivato correndo ed era riuscito a tirarmi su, il mio primo pensiero, dopo che avevo rigurgitato un po' d'acqua con il cloro, che fu che mamma e pap non dovevano venire assolutamente a sapere quello che era successo. Le giornate in cui nascevano episodi come quelli erano infinite e il legame che crearono tra noi indistruttibile. Che lui fosse capace di essere pi perfido con me di qualsiasi altra persona non cambiava il mio modo di vedere, anzi era parte integrante di tutto questo e nel contesto in cui vivevamo l'odio che provavo per lui in quei momenti non era pi grande di quello che un ruscello  per il mare, una luce per la notte. Sapeva esattamente cosa dire per farmi infuriare a tal punto che perdevo completamente la ragione. Se ne stava l seduto, imperturbabile, con quel suo sorrisetto beffardo mentre continuava a punzecchiarmi fino a quando la rabbia prendeva il sopravvento e io non ci vedevo pi, letteralmente parlando, vedevo rosso e non avevo pi il controllo delle mie azioni. Ero capace di scaraventargli contro la tazza che tenevo in mano con tutta la forza che avevo, o una fetta di pane imburrata, se era quello che avevo tra le dita, o un'arancia, quando invece non mi avventavo su di lui e cominciavo a sferrare colpi a casaccio, accecato dalle lacrime e da quella rabbia nera, mentre lui manteneva il controllo della situazione e mi stringeva i polsi dicendo su, su, piccolino, sei arrabbiato, povero piccino... Sapeva anche quali erano le cose che mi facevano paura, cos quando la mamma aveva il turno di sera e pap era a una riunione del consiglio comunale, e alla televisione trasmettevano la replica della serie di fantascienza Il passeggero clandestino, che di solito veniva mandata in onda la sera tardi proprio per impedire a quelli come me di vederla, per lui la cosa pi semplice del mondo era spegnere tutte le luci di casa, chiudere a chiave la porta d'ingresso, voltarsi verso di me e dire Io non sono Yngve. Io sono il passeggero clandestino mentre io gridavo di paura e lo imploravo, lo scongiuravo di dire che lui era Yngve, dillo, dillo, tu sei Yngve, lo so, Yngve, Yngve, tu non sei un passeggero clandestino, tu sei Yngve... Un'altra cosa di cui sapeva che avevo il terrore, era il suono che si creava dentro i tubi quando si apriva il rubinetto dell'acqua calda, un rumore stridulo che si trasformava in qualcosa di cupo, come una serie di colpi sferrati con un martello, impossibile per me da gestire se non dandomi alla fuga, e cos facemmo un patto, che la mattina lui non avrebbe tolto il tappo dal lavandino quando aveva finito di lavarsi, ma che avrebbe lasciato l'acqua per me. Tutte le mattine per quasi sei mesi mi lavai le mani e la faccia a quel modo, nella stessa acqua che Yngve aveva usato prima di me.
Quando a diciassette anni se ne and di casa naturalmente il nostro rapporto cambi. Adesso che la quotidianit era sparita, crebbe l'immagine che avevo di lui e della sua vita, soprattutto quella che conduceva a Bergen dove in seguito si trasfer per studiare all'universit. Anche io volevo vivere come viveva lui.
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FINE Parte 2.